22 Settembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 02 Agosto 2019 10:57

I Legnanesi: 70 anni di magnifiche risate

I Legnanesi: 70 anni di magnifiche risate
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L'autore Massimo Bonomo


Nel nostro Paese il Teatro, vista la situazione degli ultimi anni, pare non essere tra le priorità assolute del Ministero dei Beni Culturali.

Nonostante questa constatazione poco incoraggiante, di contro possiamo affermare che il quadro presenta tinte molto meno fosche di quel che si tende a credere. Le realtà da tempo affermate nelle principali città della Penisola sono quelle che ovviamente dispongono di mezzi più consistenti, ma non sono giganti solitari in mezzo ai quali sibila il vento.

Numerosissime sono le compagnie che vanno da uno status prettamente locale e dilettantistico, quindi senza nessuna ambizione se non quella di far divertire il pubblico, a quello di realtà che possono praticamente definirsi come professionali.

In quest’ultimo caso rientrano le compagnie dialettali, il cui merito principale è quello di aver creato una propria fisionomia proprio attraverso la valorizzazione della lingua parlata dalla comunità o dalla regione in cui sono radicate. Tra gli esempi più celebri e storici di teatro dialettale possiamo senza dubbio fare riferimento all’arguzia di un Eduardo Scarpetta o di un Gilberto Govi, il primo essenza stessa della partenopeità, il secondo della genovesità, così come Edoardo Ferravilla lo è della milanesità, e senza dimenticare la produzione drammaturgica veneta (da Carlo Goldoni a Giacinto Gallina), piemontese (Vittorio Bersezio) e siciliana (da Giovanni Verga e Luigi Capuanaa Luigi Pirandello). Casi nei quali il dialetto acquista uno spessore artistico che gli permette di diffondersi in una dimensione nazionale.

Nel panorama attuale la descrizione in questione si adatta perfettamente ad una compagnia nata nel lontano 1949 in quel di Legnano, un tempo storica roccaforte della Lega Nord (il legame tra le due realtà si era rafforzato per mezzo della strumentalizzazione della celeberrima battaglia del XII secolo e della mitica figura di Alberto da Giussano). La guerra era ancora un ricordo vivido; il ritorno alla normalità si prospettava come compito tutt’altro che facile e qualsiasi mezzo, anche non economico, poteva concorrere alla rinascita di una nazione pesantemente ferita.

Nel celebre comune lombardo, presso l’oratorio della frazione di Legnarello, un gruppo di giovani uomini, tutti dipendenti della Franco Tosi (ditta attiva dal 1881 nel settore metalmeccanico), aveva iniziato a mettere in piedi una compagnia teatrale dilettantistica. Il sodalizio era declinato al maschile per via del fatto che alle donne era vietato dedicarsi agli spettacoli: una caratteristica che lo accomunava all’epoca elisabettiana (ma al Globe Theatre di certo non conoscevano il lumbard !)

Da dove trarre materia per dare forma ai personaggi e alle situazioni da portare sul palcoscenico? I fondatori della compagnia, Felice Musazzi (1921-1989) e Tony Barlocco (1930-1986) erano originari della zona: Musazzi nativo di Parabiago (hinterland milanese, a 6 km da Legnano), Barlocco di San Vittore Olona (sempre hinterland milanese, ma a soli 3 km da Legnano).

All’epoca nel territorio in questione era ancora possibile trovare zone agricole più o meno ampie e facenti capo alle cosiddette corti, o cascine, unità abitative in cui le varie case erano congiunte in una costruzione a ferro di cavallo. Il cortile comune era il centro di un microcosmo dove si incontravano i residenti e dove le storie, vere o presunte, tristi o comiche, trovavano spazio per essere raccontate e pubblico per essere ascoltate. Una scena che molto probabilmente dev’essere stata assai comune alle realtà rurali del Paese e che il corpo estraneo di periferie popolate da obbrobri cementizi ha condannato alla scomparsa.

La corte lombarda, oltre ad essere un microcosmo, era anche un teatro in miniatura, dal momento che tra le sue mura vi abitavano quei personaggi che ritroviamo nelle commedie de I Legnanesi. Guardiamoli un po’ più da vicino per capire chi sono. La figura su cui poggia tutta la compagnia teatrale è Teresa - detta Terry: donna di carattere forte, dal piglio rustico e deciso, non perde occasione per commentare con taglio ironico e pungente personaggi e fatti accaduti dentro e fuori la corte. Riconoscibile soprattutto per le calze rosse che accompagnano un grembiule a fiori, oltre che per i capelli legati in uno chignon. La forza comica del personaggio, interpretato fino al 1989 dal Musazzi e dal 1999 da un bravissimo Antonio Provasio (1962), è data non solo dalla sua inconfondibile mimica facciale, ma anche dal fatto che la sua controparte è Luigi Campisi (1955), che dal 1978 - quinto in ordine di tempo - interpreta il personaggio di Giovanni, marito di Teresa.

Nei panni del Giovanni, Campisi diventa il classico contadino lombardo, riconoscibile perché sempre vestito con camicia, gilet e cappello calcato su capelli che ricordano quelli di Geppetto. Completa il personaggio la presenza di folti baffi che contendono lo spazio a un viso sovente rubicondo, essendo il bere una sua abituale attività. La forza del personaggio è non solo la sua capacità di esprimersi nonostante una pesante balbuzie, ma soprattutto il fatto di essere - per via del carattere pacifico - oggetto inerme delle frecciatine della moglie, che non perde occasione di augurargli di tirare le cuoia (forse è un modo singolare e paradossale che lei usa per dimostrargli affetto?). Quando lo spettatore vede la Teresa e il Giovanni, generalmente si piega in due dalle risate.

La Famiglia Colombo - ché tale è il cognome - è completata dalla superba presenza di Enrico Dalceri (1962), il cui alter ego sulla scena è l’emancipata Mabilia, unica figlia della coppia. La Mabilia (in Lombardia l’articolo prima del nome proprio è una regola non scritta), è zitella, pur essendo sulla quarantina. Vive con i genitori, dal momento che non ha un compagno fisso (le sue storie, anche quando sembrano destinate a un grande avvenire, spesso si risolvono in flirt, per non dire in esperienze fulminee). Coltiva il sogno di diventare una soubrette, e lo si coglie nel fatto che il suo look è quello da donna di spettacolo, ma accentuato in senso pacchiano e vistoso. I suoi modi di fare sono forzatamente ricercati: esprimono una volontà di distacco rispetto al mondo dei genitori che, in fin dei conti, è anche il suo. Il confronto con la Terry è uno scontro di vedute che spesso si risolve nel classico e vivace battibecco tipico della Commedia dell’Arte.

Gli altri personaggi del cast non sono un mero contorno al trio protagonista, ma contribuiscono a rendere vivo il cortile. In primis la Pinètta (diminutivo di Giuseppina Calcaterra), cugina di Teresa, tutt’altro che alta di statura. L’attore che la interpretava, Alberto Destrieri (scomparso quest’anno), riusciva ad impersonare una donna sempre affaccendata a bisbigliare e a dire la sua riguardo ai pettegolezzi del luogo. È l’ombra della Teresa, ma spesso quest’ultima la allontana da sè in malo modo perché il suo parlare le ronza fastidiosamente nelle orecchie.

Altro personaggio degno di nota è il Dottore, interpretato da Giovanni Mercuri (ma l’attore in questione lo incontriamo anche in abiti femminili). Il personaggio è un medico dai modi abbastanza sbrigativi, un tipo ordinario che non riesce a fare a meno di urlare quando parla. Anche la sua controparte femminile urla, sicché sul palco è impossibile che passi inosservato! La voce stridula è perciò parte di questa spassosissima caricatura vivente.

Giordano Fenocchio invece si trova a rivestire esclusivamente ruoli maschili, dato che lo troviamo in scena sia come Sindaco che come Comandante dei Carabinieri.

Maurizio Alb è invece è il volto dietro al personaggio de La Carmela, la tipica donna calabrese che, nonostante siano anni che vive in Lombardia, mantiene inalterata nel parlare la sua forte cadenza originaria, nonostante gli sforzi di masticare parole e frasi del dialetto locale. Marcati sono sia il trucco che il modo di vestire: in perenne lutto per la morte del marito, manifesta tale perdita indossando un lungo abito nero e portando al collo un quadro ovale con la foto del defunto.

Valerio Rondena interpreta più ruoli, tutti femminili: quello della defunta madre di Teresa, che compare in uno spettacolo sotto forma di ritratto parlante. Anche dall’aldilà l’arcigna donna non smette di fustigare la figlia, rimproverandole di aver sposato un povero diavolo come Giovanni. Il dialogo di Teresa con la madre viene equivocato da Mabilia, che pensa che il genitore stia perdendo il senno, dato che la vede parlare al muro. In uno degli spettacoli andati in onda quest’estate, Rondena ha interpretato anche il personaggio di Naga la Maga, un’improbabile fattucchiera vistosa nell’aspetto e fastidiosa nel tono di voce.

In conclusione si può dire che gli spettacoli de I Legnanesi, anche se visti in televisione, siano un’imperdibile occasione di rievocare un mondo che è praticamente scomparso e di esorcizzare le magagne e i figuri della realtà contemporanea con le fulminanti battute di Teresa e soci.

Buon Compleanno ai magnifici Legnanesi !

 

Massimo Bonomo - Onda Musicale 

 

 

 

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