27 Febbraio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 04 Febbraio 2020 11:34

Un tragicomico tuffo nel passato: il Quattrocento di “Non ci resta che piangere” (1984) – [Prima Parte]

Un tragicomico tuffo nel passato: il Quattrocento di “Non ci resta che piangere” (1984) – [Prima Parte]
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L'autore Massimo Bonomo


Immaginiamo per un momento di ritrovarci immersi nel passato, oltretutto senza volerlo: la sparizione immediata anche solo di tutti gli oggetti materiali che per noi rappresentano “la modernità” ci disorienterebbe non poco.

Se poi scoprissimo che non ci fosse modo di uscire dall’epoca in cui si è piombati, sarebbe una tragedia, per l’appunto non ci resterebbe che piangere. L’idea, in sé davvero semplice, è il punto di partenza di uno dei film più intelligenti e divertenti che siano mai stati fatti in Italia negli anni Ottanta (e anche in seguito).

Alla base di tutto, la straordinaria collaborazione tra due Grandi, il toscano Roberto Benigni (n. 1952) e il napoletano Massimo Troisi (1953-1994), che si concretizzò nell’unico film della coppia, uscito nei cinema il 21 Dicembre 1984 e ben presto entrato nell’immaginario collettivo.

La storia inizia in Toscana. Mario e Saverio sono amici e colleghi nella stessa scuola.Il primo, interpretato da Troisi, è un bidello un po’ timido e dalla flemma molto tranquilla, tipicamente partenopea. Il secondo, interpretato da Benigni, è un insegnante di lettere di carattere assai estroverso, reso inconfondibile dalla graffiante ironia del guitto e dell’istrione.

I due, viaggiando in macchina attraverso i paesaggi brulli dell’Italia centrale, colgono l’occasione per chiacchierare e soprattutto per discutere di un problema che tocca la vita di Saverio: sua sorella Gabriella, fidanzata con un americano - che poi si scoprirà essere un militare della base NATO di Pisa - è stata da questi lasciata, cadendo di conseguenza in depressione. Chiacchierano a lungo, sino a che non arrivano alla sbarra di un passaggio a livello (nella realtà situato a Capranica Scalo, in Provincia di Viterbo).

La sbarra, nonostante non passi nessun treno, non si alza. I due amici, dato che non c’è alternativa, fanno retromarcia e cercano di percorrere altre strade, sterrate e nascoste in mezzo alle colline. All’improvviso si accorgono di essersi perduti. Cercano di invertire la marcia, ma la macchina (la celebre Fiat Ritmo, prodotta dal 1978 al 1988) smette di funzionare. Non c’è nessuna officina nei paraggi, i cellulari non sono ancora un oggetto onnipresente (siamo nel 1984, non dimentichiamocelo), a ciò si aggiunge pure un temporale, comparso dal nulla. Che fare? Mario e Saverio trovano rifugio sotto un grande albero, che spicca solitario in mezzo ad un campo. Sfortunatamente la pioggia non cessa. Le ore passano, e nel frattempo giunge la sera. Dove trovare ospitalità per la notte? I due scorgono una cascina a poca distanza dall’albero e la raggiungono. Vengono accolti da una donna che sembra non comprendere i loro discorsi, dal momento che essi le chiedono di poter fare una telefonata. Chiedono una stanza, ma non c’è l’elettricità; al tatto i letti non sembrano quelli soliti.

La mattina dopo i due vengono svegliati dalla luce che entra dall’unica finestra della camera: il loro compagno di stanza, un giovane corpulento, si mette a pisciare dalla finestra. Non fa in tempo a finire il bisogno che una lancia lo trafigge, facendolo morire in una posizione alquanto curiosa. Mario e Saverio scorgono uomini a cavallo allontanarsi in fretta e furia. Il tutto è parecchio strano, ma al piano inferiore la scena non cambia, dato che si imbattono in altre persone vestite in maniera “alquanto desueta”. C’è qualcosa che non torna. Chiedendo ai presenti in che anno si trovino, si sentono rispondere di essere nel millequattrocento, quasi mille e cinque”. Pensano si tratti di una burla ben orchestrata, ma purtroppo non è così. Sono finiti a Frittole, immaginario borgo collocato nella Toscana del 1492.

Nel centro della cittadina trovano ospitalità presso la casa di Vitellozzo (Carlo Monni, 1943-2013), fratello di Remigio, il giovane trapassato dalla lancia dei cavalieri.La famiglia della vittima gestisce una macelleria, bottega al piano terra della casa: dei suoi membri ne sopravvivono solamente due, cioè Vitellozzo e la madre Parisina (interpretata da Livia Venturini, n. 1926), dato che gli altri sono stati assassinati in vario modo dall’odio di Giuliano del Capecchio, loro acerrimo nemico. Dopo essersi resi conto che il 1492 in cui vivono è reale, Mario e Saverio si rassegnano a vivere nel borgo in cui sono finiti, lavorando nella macelleria di Vitellozzo. Parisina, pur trattandoli con molta gentilezza, dimostra chiaramente di avere una predilezione per Mario, cosa che infastidisce un po’ Saverio.

Un bel giorno i due amici si recano a messa nell’unica chiesa della cittadina: Vitellozzo insegna loro alcuni piccoli accorgimenti per corteggiare in simili situazioni. Mario, osservando le donne lì presenti, si accorge del delizioso sorriso di Pia (Amanda Sandrelli, n. 1964), la donna più ricca del borgo. Infatuatosi di lei per via della sua grazia, inizia a frequentarla, inizialmente avvicinandosi al muro della sua casa. Memorabile la scena in cui Mario delizia la fanciulla cantandole delle “canzoni” che sostiene di aver composto personalmente, come “Yesterday” e “La canzone dei fratelli” (cioè l’inno di Mameli). La fortuna di provenire dal futuro!

La singolare coppia di amici, suo malgrado coinvolta nella grande Storia, nel corso del film ne combinerà delle belle. Non perdetevi la prossima puntata.

 

  Massimo Bonomo – Onda Musicale

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