14 Ottobre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 09 Ottobre 2018 10:48

Sirius: intervista al cantante e chitarrista Joe Peduto

Sirius: intervista al cantante e chitarrista Joe Peduto
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L'autore Stefano Leto


È una sera di agosto del 2015 quando Joe Peduto (chitarre e voce) e Josh Di Pasca (tastiere e voce oltre che produttore e compositore), ispirati dalle magiche atmosfere dell'Alan Parsons Project, decidono di mettere su una band e battezzarla Sirius.

Ora, di tempo ne è passato e questo è stato il testimone di grandissimi traguardi per il duo. Dalla collaborazione con il grande chitarrista Luca Colombo (leggi qui l'intervista), fino alla finalissima di Sanremo Rock, il nome dei Sirius si è fatto conoscere nel panorama musicale italiano.

Oggi Di Pasca ha ceduto il "trono" di produttore e compositore, pur rimanendo presente all'interno della formazione come musicista. E' quindi il turno di Joe Peduto prendere in mano le redini dei Sirius. Ne abbiamo approfittato per parlare con lui del futuro della band e degli imminenti progetti.

 

Ora che Josh Di Pasca non è più produttore e compositore, ma comunque è ancora presente come strumentista, come ti senti a portare sulle spalle il peso di un nome come Sirius?

"Certo che affrontare un tal progetto da solo non è semplice, soprattutto riguardo a quando ti trovi davanti ad un bivio per una scelta determinante o ad affrontare un investimento, che si sa, in questo campo soprattutto quando non vi sono investitori alle spalle è un po’ difficile farlo da sé. Ma - ci spiega Peduto - per il resto, si considera in positivo la libertà di composizione e sperimentazione che non trova inibizioni dall’altro lato, ma di contro neanche le idee che partoriva dalla mente di Josh".

 

Oltre alla recente collaborazione con il grande chitarrista Luca Colombo hai in mente altri special guest per i prossimi progetti discografici?

"Per il nuovo singolo avevo intenzione, soprattutto perché ho i contatti, con il bassista Guy Pratt, ormai famoso per aver affiancato David Gilmour e i Pink Floyd da oltre 30 anni, ma la scelta per ora è stata di non avviare questa collaborazione, un po’ per i suoi impegni con Nick Mason in corso e un po’ per un fine organizzativo riguardo ai fondi da investire. Ma nel calderone vi è in sospeso la collaborazione con Matt Backer, chitarrista londinese che ha affiancato nella sua carriera grandi come Elton John, Alice Cooper, Joe Cocker e compositore di colonne sono come per serie quali Cold Case, C.S.I. e tanti altri".

 

Che cosa ha rappresentato per te il 2018 fino ad ora?

"Devo dire che rispetto alle aspettative è andato più che bene, considerando che l’uscita dell’album è avvenuta solo a luglio del 2017 e che quasi in un anno abbiamo avuto diverse soddisfazioni, dalla radio, ai festival come Sanremo Rock, a premi come il Premio Emersione sempre da Sanremo Rock, col quale un nostro singolo “Every” dall’album Revenge, (guarda il video) che verrà inserita in una compilation e pubblicata presso Feltrinelli e Mondadori; Vinto il Contest di Classic Rock Magazine, avendo uno spazio sulla storica rivista; conosciuto artisti internazionali; avuto più di 20 live, interviste dall’Inghilterra".

 

Parlaci un po' dei nuovi singoli "Don't Believe in Love" e "In The Mirror". Come sono nati e cosa significano esattamente per te?

"Prima di tutto devo dire che "In The Mirror" non è un singolo ma un album di raccolta, un B-Side, possiamo dire, che raccoglierà diverse creazioni avvenute durante la mia esperienza di collaborazioni inedite. Mentre Don’t Belive In Love è il singolo che lancerà questo progetto di "In The Mirror" e nasce subito dopo l’esperienza di Sanremo Rock e il Tour Music Fest, proprio quest’ultimo, ha dato la spinta per la creazione di un nuovo brano, appunto DBL da presentare poi alle fasi successive del TMF. Il brano parla non dell’amore, in senso di coppia, bensì come bene assoluto tra le persone. Dove spesso si cerca la forza nel bene, nel credere, di cambiare i popoli, le religioni, di bloccare le violenze, di sperare nell’aiuto per crescere, ma la verità mostrata dallo specchio è che le uniche forze che trovi, le ritrovi solo in stesso. A tal punto - prosegue il chitarrista - mi sono ispirato alla canzone di John Lennon, “God” , che per caso, rientra nel suo primo album da solista, brano che risulta controverso nei riguardi della religione, ma che in realtà pone di fronte al fatto che Lennon in quel periodo non credeva più nei suoi ideali e idoli ma solo in se stesso. Don’t Believe in Love, da un lato come omaggio a “God” di John Lennon e dall’altro come dichiarazione personale di non credere più nella gente, ma solo nelle proprie forze. Così come tutti i brani composti, anche #DBiL, nasce prima da una idea melodica, questa volta, partendo da arpeggio su tastiera, poi riportato su chitarra, durante delle session in sala prove. Il genere prende una svolta differente dai precedenti, che difficilmente potrei classificare, in quanto vi sono sperimentazioni nuove e varie influenze musicali. Pertanto il sound e la melodia, volutamente, nella sua costruzione, ricorda “In Air Tonight” di Phil Collins, dove predominante viene sottolineato il sound delle batterie alla Collins. All’arrangiamento del brano, questa volta, vi è l’appoggio tecnico di Pasquale Venturiello, bassista del progetto, con il quale abbiamo dato spazio alla creazione e sperimentazione di nuovi suoni inusuali nel brano rispetto al progetto Sirius. Il brano inizia con delle atmosfere quasi cinematografiche, per poi dar spazio ad un intro strumentale composto da loop di batteria, arpe e violini che danno il momento, a ciò che sarà tutto il brano, un brano veloce, da un’impronta, carismatica, data dalla voce di Adia (già voce dei brani del progetto Sirius) e da un timbro risonante dai fraseggi di basso. Le registrazioni del brano, questa volta, vedono un pre-lavoro in homestudio per quanto riguarda la composizione degli strumenti orchestrali e ritmici di batteria elettronica. Le sezioni di chitarra sono state registrate presso la HexagonLab di Edoardo Di Vietri a Vallo della Lucania (Sa), con il quale ci siamo diverti a sperimentare amplificatori e microfonazioni varie. In studio per quasi tutto il brano mi sono servito, diversamente dal mio sound dato dalla Gibson Les Paul Classic, utilizzata solo per delle sfumature calda di vibrati presente nel brano, all’utilizzo di una Fender Telecaster del 1966, combinando i miei classici suoni di Delay e Distorsioni pulite e calde, con l’amplificatore Rotary Leslie del '77, tipologia utilizzata anche da David Gilmour come in brani "Us & Them" in "The Dark Side of the Moon". Le sessioni di voci con Adia al microfono sono state registrate presso Music&Music di Aniello Anzalone, Bellizzi (Sa). L’ultimo tocco tecnico, mixing e mastering, presso la Capitol Records negli USA, studio di registrazione di artisti come i Muse, proprio per dare quell’impronta Rock Moderna. Le ultime fasi saranno legate alle riprese del brano, sempre con la Direzione di Bagher Rahati Nover in associazione con Arkè Film e Cine Frame".

 

Sei molto legato al sound del prog più classico, da David Gilmour all'Alan Parsons Project, com'è nata la passione per questo genere?

"La passione per i Pink Floyd possiamo dire nasce tardi, circa 20 anni fa, nell’ultimo periodo delle scuole superiori, quando si formavano le prime band tra amici, per suonare un po’ assieme e fare serate e lì tra i classici pezzi rock, si suonava anche "Another Brick in The Wall", ecc. Ma la curiosità di capire quelle sonorità mi ha fatto appassionare a tal punto da investigare tutto ciò che rientrava nel loro mondo, fino ad arrivare agli Alan Parson Project dei veri e propri creatori di colonne sonore. Ma la voglia di scoprire queste band sacre - continua Joe - mi ha portato ad allontanarmi dall’imitarli con cover ma a sostenere il loro sound e portare avanti un mio tipo di sound nato dall’emozione mentre ascoltavo quelle musiche e la mia domanda  e risposta fatta a me stesso è stata: Anch’io voglio che qualcuno prova delle emozioni attraverso la mia musica come io la provo ascoltando i Pink Floyd".

 

Quali sono, secondo te, le nuove leve del prog da tenere d'occhio sia a livello nazionale che internazionale?

"Diciamo che attualmente gruppi propriamente progressive non esistono come i classici, ma nel mirino delle nuove evoluzioni fuoriescono a mio parere gruppi che hanno creato un loro sound di rock progressivo e space rock, quali i famosi MUSE e gi svedesi The Flower Kings".

 

Stefano Leto

 

 

 

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