12 Novembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 11 Ottobre 2019 07:18

10 pezzi dei Pink Floyd da riscoprire

10 pezzi dei Pink Floyd da riscoprire
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L'autore Andrea La Rovere


Che i Pink Floyd siano forse la band più di culto della storia del rock non è certo scoperta che intendiamo fare tra queste righe. Tuttavia, è pur vero che spesso ci si approcci alla loro discografia con un po’ di superficialità.

Già, perché se tutti conoscono Money, The Wall e Wish You Were Here, l’estrema celebrità di questi pezzi rischia di oscurare le tante perle sconosciute che si nascondono nelle pieghe del loro canzoniere.

Il periodo che cela più tesori da scoprire è sicuramente quello precedente a The Dark Side Of The Moon, con le stravaganti scorribande psichedeliche di Syd Barrett, al timone dell’album d’esordio prima che gli acidi gli corrodessero qualsiasi lucidità e poi con l’anarchia democratica che precedette la dittatura di Roger Waters. È allora che si trovano i Pink Floyd più sconosciuti e creativi, con le incursioni blues di David Gilmour, qualche eccellente trovata di Wright e Mason e le delicate ballate – già un tantino cupe – di Waters.

Abbiamo selezionato per voi queste dieci perle.

 

Lucifer Sam – The Piper At The Gates Of Dawn(1967)

Lucifer Sam è tratto dal debutto dei Pink Floyd, il fulminante The Piper At The Gates Of Dawn. Per I meno avvezzi agli inizi della band potrebbe essere uno shock ascoltarlo; non c’è nulla delle atmosfere cupe e dilatate del periodo watersiano; anzi, questa Lucifer Sam che vede ancora il diamante pazzo Syd Barrett a menare le danze è un pezzo che risente ancora pesantemente del beat. Il riff è irresistibile e guidato da una chitarratwang che pare suonata da un Duane Eddy in acido; il testo parla del gatto di Syd, anche se alcuni vi ravvisano come bersaglio l’ex fidanzata del chitarrista, chiamata in una strofa Jennifer Gentle. Proprio da quella strofa avrebbe preso il nome la band italiana omonima.

Let There Be More Light – A Saucerful Of Secrets(1968)

Let There Be More Light è il pezzo che apre il secondo album dei Pink Floyd. L’apporto in questo lavoro di Barrett è marginale, il suo abuso di LSD lo ha già reso ingovernabile e proprio durante le registrazioni il chitarrista verrà prima affiancato e poi sostituito da Gilmour. Il brano si apre con un riff ossessivo di Waters al basso, per poi aprirsi ad un’atmosfera più rilassata col tappeto di tastiere di Richard Wright. Sono proprio Wright e Waters a cantare l’ipnotica strofa che narra di uno sbarco alieno, mentre Gilmour si prende la scena nel ritornello e nell’assolo finale, il primo nei Pink Floyd.

Green Is The Colour – More (1969)

Green Is The Colour è una delicata ballata acustica scritta e cantata da Roger Waters, dai toni quasi beatlesiani. Il pezzo si può ascoltare all’interno della sottovalutata colonna sonora di More e fu proposta, in una versione ancor più rallentata e bucolica, in quasi tutti ilive fino al 1971. Sono atmosfere che si troveranno spesso fino al grande successo di Dark Side.

More Blues – More (1969)

Da More, vero forziere di tesori sconosciuti della discografia dei Pink Floyd, è estratto anche questo More Blues. Si tratta forse dell’incursione più netta della band nella musica del Diavolo, uno slow blues in piena regola dominato dalla chitarra cristallina di David Gilmour; sembra quasi di sentire suonare B.B. King. Unica particolarità di un brano da standard blues è la batteria di Mason, che entra e esce all’improvviso confondendo le idee agli ascoltatori.

Grantchester Meadows – Ummagumma (1969)

Splendido esempio di ballata bucolica, tipico del primo canzoniere di Waters, Grantchester Meadows è tratta dallo sperimentale Ummagumma. L’album è un doppio, per la prima parte live e per la seconda costituito da composizioni equamente divise tra i quattro musicisti. Ummagumma è un modo slang per definire i rapporti sessuali, anche se per alcuni si tratta del verso di una creatura leggendaria che infestava le paludi di Cambridge. Il brano è interamente acustico, per sola chitarra classica e voce e arricchito da effetti ambientali – passi, cinguettii e ronzare di mosche – che utilizzano stratagemmi per creare un effetto di profondità e immersione. Ummagumma è assurto a cult nel tempo, nonostante i membri della band lo giudicassero un esperimento poco riuscito.

If – Atom Earth Mother (1970)

Con If siamo di nuovo di fronte a quel lato acustico e intimista di Roger Waters che raramente si ripresenterà in futuro. La canzone è una bellissima ballata che prende ispirazione da un componimento poetico di Kipling, in cui il poeta si rivolge al figlio. Secondo gli esegeti, Waters si rivolge a Barrett, verso cui il bassista proverà sempre sensi di colpa per averlo estromesso dalla sua creatura. Musicalmente, dopo una parte totalmente acustica, il brano è arricchito dagli interventi degli altri componenti, in particolare di Gilmour, con un misurato assolo psichedelico.

Summer ’68 – Atom Heart Mother (1970)

Sempre da Atom è tratto questo sconosciuto brano a firma Richard Wright. Il tastierista rimase sempre un po’ nell’ombra nell’economia della band, eppure il suo contributo fu fondamentale. La canzone, una ballata dal sound vario e disimpegnato, che va in crescendo, si segnala per l’estrema somiglianza con la successiva Fiume Sand Creek, capolavoro del canzoniere di Fabrizio De André.

San Tropez – Meddle (1971)

Il brano, composto da Waters durante una vacanza sulla Costa Azzurra, è un unicum nella discografia dei Pink Floyd per l’andamento scanzonato. Il testo critica blandamente il lusso e la vanità di quei luoghi e si segnala musicalmente per l’assolo di pedal steel guitar. Chiude il brano una bella parte di piano. Il brano è celebre anche per la leggenda metropolitana che vorrebbe Rita Pavone citata in un passaggio dell’ultima strofa. Leggenda infondata di cui vi parleremo prossimamente.

Seamus – Meddle(1971)

Se qualcuno fosse ancora convinto che i Pink Floyd fossero solo una band cupa e depressa, poco incline allo humour, dopo la Lucifer Sam dedicata a un gatto, ecco Seamus; nel pezzo, che precede la lunghissima Echoes, non ci si limita a citare il cane protagonista – che era il cane di Steve Marriott – ma lo stesso è anche tra i performer. Sono proprio gli ululati ad accompagnare l’andamento della canzone, un classicissimo blues acustico.

Childhood’s End – Obsured By The Clouds– (1972)

Più che dalle nuvole, questo lavoro composto come colonna sonora del film La Vallée di Barbet Schroder, è stato sempre oscurato dall’incredibile successo di Dark Side, uscito poco dopo. Eppure nasconde una vera miniera di perle sconosciute, da cui abbiamo estratto questa Childhood’s End, pezzo antimilitarista e ultima composizione di Gilmour prima della dittatura di Waters, fino al 1987. Il brano è molto bello e porta i prodromi dei Pink Floyd che saranno: se l’inizio ricorda vagamente Wish You Were Here, la ritmica e l’andamento quasi funky, unito alla voce di Gilmour e al suo lavoro all’elettrica, si avvicinano molto a quella Time che di lì a poco farà storia.

 

   Andrea La Rovere - Onda Musicale

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