15 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 29 Novembre 2019 09:05

All Things Must Pass: l’esplosione di creatività di George Harrison

All Things Must Pass: l’esplosione di creatività di George Harrison
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L'autore Andrea La Rovere


Il 1970 fu l’anno in cui i Beatles si sciolsero ufficialmente, e anche quello in cui i quattro ex Fab Four uscirono con importanti album solisti.

A parte Ringo Starr, sempre un passo indietro, sia Lennon che McCartney e Harrison avevano già alle spalle alcuni progetti solisti, ma si trattava per lo più di colonne sonore o lavori prettamente sperimentali, di poca o nessuna importanza.

A sorpresa – con buona pace dell’ottimo Plastic Ono Band di Lennon – a centrare il colpaccio fu il beatle tranquillo, fino ad allora un po’ sottovalutato: George Harrison. Il chitarrista, quasi a simboleggiare un’esplosione creativa forzatamente repressa negli anni con la band, diede alle stampe un inusuale quanto coraggioso triplo album, intitolato All Things Must Pass.

Le prime quattro facciate raccolgono la summa della produzione – anche a venire – harrisoniana, centinaia (letteralmente, secondo Phil Spector, il produttore) di canzoni composte e spesso rifiutate nel periodo dei Beatles. Un artista un po’ più furbo, viene da pensare, avrebbe potuto camparci di rendita per almeno tre album. Le ultime due facciate sono composte da una serie di jam all’insegna della libertà più assoluta, prive della maniacalità produttiva dei Beatles e che Harrison intendeva più come un bonus da regalare ai fan che come vero e proprio terzo disco.

"Dovevo sempre aspettare dieci delle loro prima che anche solo ascoltassero una delle mie canzoni. Questa è la ragione per cui "All Things Must Pass" aveva così tanti pezzi, perché era come se fossi costipato" dichiara Sir George a proposito della sua importanza nella band con cui era entrato già nella storia.

All Thing Must Pass fu quindi quasi un fulmine a ciel sereno, anche tra i fan dei Beatles, che avevano sempre visto George come un ragazzo timido, taciturno, dal sorriso improvviso e dalla battuta pronta, in tipico stile british; e che solo raramente aveva dato sfoggio delle proprie abilità compositive, anche se pezzi come Something, While My Guitar Gently Weeps e Here Comes The Sun facevano già parte del songbook maggiore della band.

All Things Must Pass è un disco sontuoso, non solo per la durata imponente ma anche per i musicisti che vi suonano – nomi come Clapton, Baker, i Badfinger, Gary Brooker e l’immancabile Ringo Starr – per la produzione di Phil Spector, qui in una delle ultime efficaci versioni del suo Wall Of Sound e per la varietà di stili e suoni.

In quel periodo, di grande crescita spirituale, Harrison aveva un po’ accantonato i suoni indiani ed esotici a lui cari, per una infatuazione piuttosto produttiva per Bob Dylan e The Band. Ed è proprio un brano regalatogli – pare in cambio di qualche dritta sugli accordi di chitarra – dal menestrello di Duluth, la bella I’d Have You Anytime, che apre il disco.

È tuttavia My Sweet Lord a essere scelta come primo singolo. Il brano si rivelerà vera croce e delizia per George; accusato di plagio per l’innegabile somiglianza con quella He’s So Fine delle Chiffons, si vedrà intentate una serie di cause che andranno avanti per vent’anni. (leggi l'articolo)

Ad Harrison sarà sempre riconosciuta la buona fede, tuttavia l’iter si rivelerà logorante e ricco di peripezie. E dire che i guai il buon George se li sarebbe aspettati più dal testo, che accosta spericolatamente invocazioni cristiane e hindu, passando in scioltezza dal My Sweet Lord in stile gospel all’Hare Krishna induista.

Harrison era divertito del fatto che avesse inserito le diverse invocazioni in modo quasi subdolo, tanto che un fautore del cristianesimo si potesse ritrovare inconsapevolmente a intonare l’hare krishna; un tipico esempio del sense of humour del chitarrista, tipicamente britannico e affinato dall’amicizia col grande Peter Sellers e coi Monty Python, di cui produrrà alcuni film.

Il triplo album è un capolavoro, da ascoltare dalla prima all’ultima traccia, ci limitiamo a suggerire alcuni passaggi chiave. Wah-Wah e Isn’t A Pity, che sembrano rievocare in blanda polemica gli ultimi, difficili anni coi Beatles; il pezzo pop perfetto, What Is Life, che non è invecchiato per nulla in quasi cinquant’anni; la dylaniana Apple Scruffs, dedicata alle fan che dormivano fuori dagli studi per vedere i loro idoli anche solo per qualche secondo; Awaiting On You All e Hear Me Lord, che con My Sweet Lord compongono il terzetto di pezzi a tema religioso, con tanto di censurata invettiva anti-Vaticano; Art Of Dying, sulla filosofia della reincarnazione, che sfoggia una chitarra abrasiva con tanto di wah-wah, suonata da Clapton in pieno stile Cream.

Curiose e da ascoltare con attenzione anche le jam, in cui Harrison può finalmente accendere la miccia ai furori chitarristici a lungo sopiti, e prendere per le corna il demone hard rock che si agita in lui.

Due parole sulla copertina, che fece infuriare Lennon nonostante ritenesse il triplo migliore della spazzatura – parole sue – che stava nel disco coevo di Paul McCartney.

La foto ritrae George seduto in un parco, circondato da quattro nani, e non ci vuole un fine psicologo per cogliere il nesso tra la messa in scena e il distacco dal passato nei Fab Four. Lo scatto è ambientato a Friar Park, la stravagante villa neo gotica che Harrison acquistò a Henley-On-Thames proprio nel 1970. A uno degli ex proprietari del complesso è dedicata The Ballad Of Sir Frankie Crisp (Let It Roll), contenuta nell’album.

L’edificio apparteneva a un ordine di suore che l’aveva lasciato quasi in rovina, per la scarsa manutenzione. George, alla ricerca di un ritiro spirituale dove ci fosse anche un laghetto – perché l’acqua calma la mente, soleva ripetere – se ne innamorò e la restaurò negli anni, tanto che quando, nel 2001, morì, ci viveva ancora, dedicandosi al giardinaggio fino alle ore notturne. La villa fu anche teatro della celebre disputa che portò la moglie Pattie Boyd a lasciarlo per l’amico Eric Clapton; vicenda che, sorprendentemente, non fu in grado di incrinare la grande amicizia tra i due chitarristi e che, anzi, sopravvisse alla fine di ambedue i matrimoni.

"Per anni mi hanno sempre dipinto come un tipo triste, perennemente arrabbiato contro tutto e con tutti. Non è vero, ho avuto momenti difficili ma ho sempre guardato alla vita con ottimismo" e in queste parole si riassume la filosofia del beatle tranquillo, e di quel capolavoro che nel 1970 squarciò la scena rock come un fulmine a cielo – nemmeno tanto – sereno.

 

   Andrea La Rovere - Onda Musicale

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