23 Febbraio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Sabato, 08 Febbraio 2020 07:19

Morrison Hotel, 50 anni nelle stanze del Re Lucertola

Morrison Hotel, 50 anni nelle stanze del Re Lucertola
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L'autore Andrea La Rovere


Esattamente cinquant’anni fa (esattamente il 9 febbraio del 1970) usciva il quinto album in studio dei Doors, intitolato Morrison Hotel.

Sebbene il buon Jim non conducesse certo una vita troppo morigerata, nessuno poteva pensare che il disco sarebbe stato anche il penultimo episodio della produzione della band losangelina, almeno con Morrison ancora presente; infatti, poco più di un anno dopo il cantante e poeta morirà tragicamente a Parigi.

I Doors, in quei giorni della fine degli anni ’60, il decennio che aveva portato alla luce la ribellione giovanile e l’esplosione del rock come lo conosciamo ancora oggi, navigavano in acque piuttosto tempestose. The Soft Parade, il loro ultimo lavoro, non aveva riscosso il successo sperato, né per le vendite, né con la critica, che aveva sempre incensato gli album precedenti.

The Soft Parade vanta il triste primato – unanimemente – di disco peggiore dei Doors, un biasimo che non ha nemmeno goduto di rivalutazioni tardive, come invece accaduto per tanti altri dischi del periodo. Inoltre, Morrison era sempre più fuori controllo; tra arresti per atti osceni sul palco, prese di posizione impopolari e dipendenze sempre più gravi, il Re Lucertola non faceva certo dormire sonni tranquilli ai compagni di band e – soprattutto – alla casa discografica.

Urgeva un cambio di rotta, che saggiamente doveva somigliare molto a una vera e propria inversione di marcia, ovvero un ritorno ai suoni grezzi e schietti dei primi lavori, quelli che avevano consegnato i Doors al mito da viventi. Il problema principale di The Soft Parade, a detta di molti, non erano le canzoni – pure non eccezionali – quanto gli arrangiamenti orchestrali, ridondanti e troppo ricercati, non in linea con il suono che fino ad allora avevano proposto i quattro musicisti.

Ed ecco che allora Morrison Hotel segna il ritorno a sonorità più robuste e ispirate al blues, senza troppi ammiccamenti al pop e ai generi allora più all’avanguardia, la psichedelia e il nascente prog.

L’album, quando uscì sulle due facciate del vinile, era diviso in due parti non solo per gli ovvi motivi tecnici imposti dal formato, ma anche simbolicamente, con la prima parte intitolata Hard Rock Cafè e la seconda appunto Morrison Hotel.

Le due attività, realmente esistenti, erano entrambe situate a Los Angeles. La prima si trovava al civico 300 della East 5th Street; una versione vuole che dalla foto sulla copertina nasca l’idea della celebre catena di alberghi con la chitarra nel logo, tuttavia non è mai stata confermata. Il Morrison Hotel era invece attivo al 1246 di South Hope Street.

Morrison Hotel si apre subito col piede a tavoletta sull’acceleratore. Roadhouse Blues è infatti uno dei brani più iconici dei Doors, tutto sommato l’unico che farà epoca di questo disco; si tratta di un ritorno al blues che viene posto in apertura con intenti programmatici. La chitarra di Krieger, quasi mai così in evidenza, traccia subito le coordinate con un sibilante riff che si ripete ossessivamente per tutto il brano, salvo lasciare spazio a un più classico giro blues nel ritornello.

La canzone presenta quasi tutti i cliché del genere blues, dal Let It Roll ripetuto da Jim – titolo di un classico di J.B. Lenoir – al riff che si rifà alla tradizione di Boogie Chillen di John Lee Hooker e di On The Road Again dei Canned Heat, fino al duello chitarra-armonica, quest’ultima suonata da John Sebastian dei The Lovin’ Spoonful, che non volle essere accreditato e si firmò col bizzarro pseudonimo di G. Puglese. Altra curiosità il basso, suonato da uno dei più importanti chitarristi americani, purtroppo sempre rimasto un po’ in seconda linea, Lonnie Mack.

Dopo un inizio del genere è difficile rimanere a livelli così alti e, infatti, pur rimanendo un album di ottima qualità, Morrison Hotel procede in modo meno deciso. Waiting For The Sun, curiosamente intitolata come un precedente album, è di nuovo un bel pezzo, con un riff che irrompe inaspettato alla fine delle strofe, caratterizzato dagli inusuali sintetizzatori di Manzarek. Il riff ricorda in parte quello di The Warning, dall’album di debutto dei Black Sabbath che uscirà appena quattro giorni dopo; il brano era a sua volta una cover di un pezzo blues degli oscuri Aynsley Dunbar Retaliation.

Tra alti e bassi il disco va avanti con pezzi sempre di buon impatto ma tutto sommato dimenticabili, Ship Of Fool, Land Ho!, altri che mettono in risalto la splendida voce e il carisma di King LizardYou Make Me Real e Blue Sunday – e omaggi al blues, come la lenta The Spy, ispirata a un romanzo di Anais Nin, e la conclusiva e più mossa Maggie McGill.

Una menzione a parte la meritano Indian Summer, che secondo alcuni fu il primo brano mai registrato dalla band ma mai pubblicato, e la bella Peace Frog, pezzo di denuncia sociale a seguito dei sanguinosi fatti di Chicago, avvenuti durante una convention democratica.

A Morrison Hotel farà seguito, dopo poco più di un anno, L.A. Woman, definitivo ritorno al blues e ultimo capolavoro della discografia, a livello dei primi due lavori. Purtroppo la ritrovata vena d’ispirazione si rivelerà un fuoco di paglia; Morrison, sempre più preso dalla poesia, si trasferirà a Parigi per vivere ancor più intensamente la sua simbiosi coi poeti maledetti. Ci riuscirà così bene da ripiombare nelle sue tante dipendenze, fino a morire proprio a causa di esse, in una fine che tanti hanno voluto vedere misteriosa e che invece pareva tragicamente prevedibile.

I Doors, il cui futuro era incerto, in balia delle stravaganze del leader, provarono ad andare avanti da soli; il tempo di un paio di lavori e di rendersi conto di quanto la figura del Re Lucertola fosse predominante nelle economie della band.

 

  Andrea La Rovere - Onda Musicale

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