23 Febbraio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Sabato, 01 Ottobre 2016 06:54

Un disco per il week end: “Nursery Cryme” dei Genesis

Un disco per il week end: “Nursery Cryme” dei Genesis
Stampa
Condividi questo articolo Facebook Twitter Google Plus
L'autore


Inghilterra, 1971, i Genesis sono ormai giunti al loro terzo disco dopo i primi From Genesis to Revelation, registrato quasi per gioco, e Trespass, ma con due novità importanti. Il nuovo chitarrista Steve Hackett che sostituisce Anthony Phillips, ed il batterista – cantante Phil Collins.

Hackett contribuirà in maniera più che sostanziale al sound progressivo, in costante evoluzione, della band anche se seguirà il dimissionario vocalist, Peter Gabriel, pochi anni dopo.

Ad ogni modo, cantante e chitarrista, hanno firmato degli autentici capolavori genesiani come Foxtrot (1972), Selling England by the Pound (1973) e The Lamb Lies Down on Broadway (1974).

Come già detto qui, Gabriel lascerà la band dopo il fortunato Lamb mentre Hackett rimane fino a Wind & Wuthering del 1976 per poi dedicarsi, così come Gabriel, alla fortunata carriera solista. Ma bando alle chiacchiere e passiamo alla tracklist di "Nursery Cryme":

 

The Musical Box: è la canzone di apertura del disco. 10 minuti e passa di puro progressive rock targato Genesis con i consueti giochi di parole, le poderose cavalcate strumentali ed un testo che narra di una truculenta favola barocca.

Già il titolo dell’album si rifà alle famose nursery rhymes, filastrocche per bambini, e l’episodio descrive una decapitazione involontaria tra due ragazzini.

Il problema però è lo spirito del bambino decapitato che fuoriesce dal carillon della compagna di giochi, musical box, e supplica la bambina di soddisfare delle sue voglie da adulto mentre invecchia rapidamente.

A quel punto arriva la governante che, spaventata dalla visione al limite del metafisico, infrange il carillon facendo sparire lo spirito inquieto.

Testo a parte, senza nulla togliere ovviamente, questo brano è ottimo per apprezzare le sei, e dodici, corde di Hackett che si destreggia abilmente tra arpeggi ed assoli, uno più bello dell’altro.

For Absent Friends: se prima abbiamo accennato ad Hackett, questa è la sua prima composizione per la band albionica. Un piccolo gioiello acustico che narra di una coppia di vedove che ricordano l’amica, e gli altri, scomparsa, absent.

Il brano colpisce, però, per due motivi quali la sua durata, meno di due minuti, e la voce, cantata da un ispiratissimo Phil Collins.

The Return of Giant Hogweed: un lanciatissimo Hackett firma la intro di tapping seguito a ruota dalle tastiere di Banks e dalla batteria di Collins.

Il testo parla di una pianta gigante, pànace di Mantegazza, scoperta in Russia e portata in Inghilterra dall’esploratore che l’ha scoperta. Purtroppo questa pianta è cresciuta a dismisura e sta terrorizzando la città perciò scappate cittadini inermi!

Da ricordare che la pianta viene anche chiamata con il suo nome latino leggermente storpiato, Heracleum Mantegazzianum, e che è realmente grande, dai due ai cinque metri, e pericolosa per la biodiversità.

Seven Stones: il mellotron di Tony Banks firma la composizione che narra dell’influenza del caso sulle vite degli uomini.

Da un nomade che trova riparo in una casa durante la tempesta, allo strano incontro tra un contadino ed un vecchio è sempre il caso che governa il tutto. Nulla è scritto, neanche la canzone perché è la storia, come narra Gabriel, sentita da un vecchio.

Haroldthe Barrel: un’altra macabra, ma allo stesso tempo buffa, vicenda narrata a più voci. Un ristoratore è scomparso, ma prima di fare ciò si è tagliato le dita dei piedi e le ha servite per il tè.

Lo strano Harold è però riapparso in una botte sul tetto del municipio e minaccia di gettarsi. Gabriel e soci interpretano dunque una miriade di personaggi tra cui lo stesso Harold, la madre, il sindaco, un giornalista ed in generale tutti gli spettatori della macabra vicenda.

Un perfetto esempio di humour genesiano dove le tastiere di Banks e la batteria di Collins la fanno da padrone per tutti i tre minuti scarsi del brano.

Harlequin: il tema acustico e fiabesco ritorna e ce n’è per tutti i gusti. Le armonie vocali del gruppo ed il rimpallo tra gli interventi di Banks ed Hackett sono una gioia per l’ascolto.

The Fountain of Salmacis: è la chiusura del disco e, con i suoi otto minuti, descrive un’antica vicenda greca dimostrando la versatilità, testuale e strumentale, della band.

Si parla infatti dell’incontro tra la ninfa Salmace ed il dio Ermafrodito, entrato in possesso di entrambi i sessi grazie all’unione con la suddetta ninfa nelle acque della magica fontana.

Da ricordare che Ermafrodito non voleva, ma la preghiera agli dei di Salmace è stata più forte e perciò sono stati uniti in un nuovo essere.

Cori, cavalcate strumentali, metafisica, mito, pura essenza Genesis e degna conclusione dell’album. Da ascoltare a tutto volume come The Musical Box, il cui assolo finale assomiglia vagamente a quello del suddetto brano.

 

Giudizio sintetico: un disco unico per capire l’influenza che le composizioni di Hackett e Collins hanno avuto sui Genesis e sul prog in generale. Più che consigliato, un must!

Copertina: firmata dal grafico di fiducia Paul Whitehead, la copertina raffigura la bambina della prima traccia con in mano una mazza da croquet in uno strano campo pieno di teste decapitate e riferimenti alle altre canzoni del disco

Etichetta: Charisma

Line up: Peter Gabriel (voce e flauto), Steve Hackett (chitarre), Mike Rutherford (chitarra, basso e voce), Tony Banks (tastiere, chitarra e voce) e Phil Collins (batteria, percussioni e voce)

 

Vanni Versini – Onda Musicale

Leggi altri articoli della rubrica "Oggi in primo piano"