14 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 12 Settembre 2017 11:36

Fabio Zaccaria ci racconta la sua grande passione per i Pink Floyd

Fabio Zaccaria ci racconta la sua grande passione per i Pink Floyd
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L'autore Stefano Leto


Classe 1977, chitarrista moderno con studi in chitarra classica, acustica, elettrica in diversi stili popular, ha un’attività varia e pluriennale in diversi ambiti creativi, essendo anche un pubblicitario con molti anni di esperienza in visual design, copywriting e content design anche per importanti brand nazionali. Stiamo parlando di Fabio Zaccaria.

Diplomato in chitarra Jazz pop presso il Conservatorio di Parma, negli anni della sua crescita musicale si è formato sia da autodidatta che sotto la guida di diversi insegnanti, alcuni dei quali di grande spessore artistico nel panorama chitarristico italiano, come Cesareo degli Elio e le Storie Tese e Luca Colombo, quest’ultimo proprio nel percorso accademico di Parma.

È proprio qui che, oltre ad arricchire il suo bagaglio anche in discipline musicali parallele, Fabio ha dato vita al primo step del suo lavoro di ricerca e analisi compositiva sulla musica dei Pink Floyd diventato poi nel tempo un saggio accademico supervisionato anche da Franco Fabbri (uno degli esponenti e saggisti italiani più importanti sulla popular music) e pubblicato dalla casa editrice Arcana, su cui continua attualmente ancora a lavorare per approfondimenti e rifiniture.

Da sempre appassionato della musica dei Pink Floyd e soprattutto delle sonorità chitarristiche di David Gilmour, infatti, in ambito musicale Zaccaria investe il suo tempo anche in ricerca e studio, composizione e scrittura.

L’unione tra conoscenza e passione per la musica e l’esperienza professionale in ambito creativo pubblicitario, lo ha reso collaboratore del chitarrista italiano Luca Colombo nella stesura del suo manuale didattico Vita da Chitarristi 1, 2, 3 di cui Zaccaria ha curato il naming di copertina, la progettazione grafica, l’impaginazione e la produzione, collaborando con l’autore anche all’editing finale dei contenuti didattici.

Ha inoltre ideato un’applicazione di alfabetizzazione ritmica per bambini dal titolo Musica, frutta e fantasia, testata in via sperimentale su un numero cospicuo di allievi con ottimi risultati. Da queste e da altre successive esperienze e collaborazioni è nato il progetto www.writemusic.it grazie al quale Fabio cui si occupa di scrittura musicale classica e creativa, copywriting, editing e publishing per la didattica musicale, branding e comunicazione per band e musicisti.

Dal Salento, terra d’origine, all’Emilia Romagna, Fabio Zaccaria ha preso parte negli anni a molti progetti musicali, dalle svariate band rock, blues e pop, passando per il tributo ai Pink Floyd fino al cantautorato italiano (dai tributi a De Andrè, De Gregori, Guccini, Graziani a cantautori emergenti locali), incontrando sulla scena musicale occasionale alcuni rinomati chitarristi italiani e altri artisti di storica importanza come Giampaolo Lancellotti, e lavorando sotto la guida di maestri e direttori artistici di rilievo in occasione di alcuni concerti dell’ensemble pop del Conservatorio A.Boito di Parma (Maurizio Campo, Giovanni Boscariol, Luca Colombo, Riccardo Moretti , Rossana Casale).

Ha scritto per alcune testate web e blog su tematiche musicali e sulla musica dei Pink Floyd. Attualmente collabora in alcuni progetti acustici, suona in una party band di musica anni 80 ed è membro e responsabile della direzione musicale del Worship Team ICF Reggio Emilia, giovanissima band impegnata nella diffusione della musica cristiana evangelica e gospel.

Lo abbiamo contattato e lui, con grande disponibilità, ha risposto ad alcune nostre domande.

 

Chitarrista, musicista, pubblicitario, scrittore. Come si definirebbe Fabio Zaccaria?

"Ti risponderei scontatamente: “di tutto, un po’”, ma non sarebbe corretto e mi dai l’opportunità di fornire una risposta più approfondita a livello generale. Quando negli anni mi hanno spesso chiesto: “tu, praticamente, che lavoro fai?” ho spesso risposto di lavorare nel mondo della comunicazione, in altri periodi in quello della musica, in altri ancora in tutti e due: ed era sempre vero, il problema è che se non ci sei dentro a questi mondi, non puoi capire realmente cosa voglia dire. Un musicista è di per sé un creativo - ci spiega Zaccaria -  e la creatività non può e non deve avere limiti espressivi. Dove essa esiste è quasi impossibile che coesista per sempre un ruolo professionale a senso unico: un pittore non è quasi mai solo un pittore ma può essere anche uno studioso della sua arte o diventare un graphic designer; un fotografo sarà a volte anche un esperto di comunicazione e un attore spesso capita che scriva libri o diventi regista o sia già da sempre anche un musicista. Allo stesso modo un musicista non sarà quasi mai sempre e solo un musicista ma spesso anche un didatta, altre volte un arrangiatore o un produttore, altre ancora potrà essere un art director. E così via. Certo, è fondamentale che qualunque arte, come qualunque professione, si rispetti e si pratichi con dovuto impegno: quando conoscenza, studio, esperienza e competenza in un campo cadono a cascata in altre discipline, aiutano a esprimere il proprio talento senza avere barriere o limiti. Nel mio caso la musica è sempre stata un’infinita passione che ha fatto parte della mia vita ogni giorno. Quando ero giovanissimo per me era fondamentale vivere sempre e comunque a contatto con la mia chitarra, qualunque altra cosa facessi nella vita. Studiavo da solo per ore, ascoltavo e riascoltavo brani centinaia di volte, e spesso portavo lo strumento con me ovunque andassi - continua Fabio - non si sa mai potesse servire. Ma ho sempre amato anche disegnare, leggere, studiare le mie passioni, scrivere (ho scritto il mio primo libro giallo a 12 anni, ovviamente mai pubblicato), parlare con le persone e trasmettere conoscenza. A 20 anni, per esigenza e casualità ho iniziato a lavorare nel mondo della pubblicità e ho scoperto anche qui diverse opportunità di esprimere con ruoli differenti le mie attitudini parallele alla musica; sono cresciuto professionalmente e ho acquisito conoscenze e competenze che nel tempo ho potuto sfruttare, e sfrutto soprattutto oggi, anche nel campo della musica. Non avrò risposto in modo definito alla tua domanda, ma spero di aver dato un quadro quantomeno sensato della risposta."

Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente influenzato nel tuo percorso di crescita professionale?

"Forse è inutile dirlo in questo contesto: primo su tutti musicalmente David Gilmour, al quale la mia espressività chitarristica è inevitabilmente ispirata; nel mio libro è presente un breve capitolo interamente dedicato a lui, al suo stile e ai motivi che mi avvicinano come musicista al suo mood espressivo. Più in generale ho scoperto che i Pink Floyd esistevano già nelle mie corde prima ancora di conoscerli, quando negli anni 80 ascoltavo la sigla di Dribbling su Rai 2 la domenica  sentivo già qualcosa in me che si muoveva in termini di sensazioni emotivamente musicali senza sapere a chi appartenesse quel brano. Poi tra i primi artisti ascoltati ci sono sicuramente Carlos Santana, Eric Clapton, Brian May, Kee Marcello, Malmsteen, Steve Vai, i Metallica, Madonna e il rock italiano di Vasco per le cui sonorità chitarristiche nell’adolescenza ho trascorso centinaia di ore a fare ear training. Solo successivamente mi sono avvicinato all’ascolto di altri musicisti e chitarristi storici da cui poter trarre terreno di studio  per il mio strumento, come Hendrix, Blackmore, Peter Gabriel, Pat Metheny, Peter Frampton, Steve Lukather e poi nomi meno blasonati ma a mio avviso grandi perle del chitarrismo internazionale come Phil Palmer, Tim Pearce, Dave Kilminster, Steve Morse e negli ultimi anni alcuni chitarristi italiani come Cesareo, Luca Colombo (di entrambi ex allievo), Massimo Varini, Corrado Rustici, altri. Da piccolo ho ascoltato per un lungo periodo Vivaldi (quando alle scuole elementari mi fecero scoprire per la prima volta Le Quattro Stagioni, le ascoltai per mesi) e alcuni compositori classici italiani come Verdi, Puccini, Rossini e Donizetti grazie all’ascolto in casa di tante opere liriche perché mio padre ne era un appassionato. Infine la mia vita professionale è ispirata anche da scrittori come Paulo Cohelo, Italo Calvino, Alessandro Baricco e da alcuni creativi per antonomasia del termine come Andy Wharol, Armando Testa e l’attualissimo Lorenzo Marini che definirei il Gilmour odierno della comunicazione visiva e creativa in senso lato."

Hai collaborato con il chitarrista Luca Colombo nello sviluppo delle sue metodologie didattiche per lo studio della chitarra. Cosa puoi dirci di questi progetti?

"Gran bella e importante esperienza che, devo dirlo, continua tutt’ora e ringrazio pubblicamente Luca per la fiducia e la stima che continua a riconoscermi. Collaborare con lui in questi progetti è di sicuro un orgoglio e non è altro che la prova evidente di quanto esposto nella risposta alla prima domanda: se non avessi avuto alle spalle l’esperienza in altri ambiti oltre a quello musicale, non avrei mai potuto dar corso e soprattutto consolidare questa collaborazione. Tutto è iniziato un po’ di anni fa nel periodo in cui ero suo allievo nel corso pop del Conservatorio di Parma. Lui cercava qualcuno che gli desse una mano per la copertina del suo primo libro didattico - ci racconta Fabio - e io mi proposi per supportarlo anche nell’ideazione del naming e nell’impaginazione. Da li ne è nata una collaborazione che si è estesa poi all’editing e al check finale dei contenuti didattici e degli esempi musicali anche nei volumi successivi, arrivando fino a curarne personalmente anche la produzione. Doveroso citare l’essenziale apporto di un altro collaboratore didattico fidato di Colombo: Gabriele Magosso; lui si è occupato di scrittura e/o trascrizione/revisione delle partiture e insieme abbiamo lavorato a stretto contatto con Luca per una riuscita impeccabile del lavoro. Da citare anche Filippo Motole dello Studio Clessidra che è stato l'illustratore del disegno stilizzato di copertina in tutti e tre i volumi. Vita da Chitarristi, è questo il titolo dell’opera, è una collana di manuali didattici rivolti soprattutto a chitarristi non proprio alle prime armi ai quali permette di programmare un piano di studi a lungo termine: perfezionamento e approfondimento di teoria in ambito tonale e modale, armonia funzionale, lettura musicale e tecnica esecutiva, dispensando inoltre preziosi suggerimenti e consigli su come affrontare al meglio la vita da musicista in ambito professionistico."

Sei un grande appassionato del sound dei Pink Floyd e in particolare di David Gilmour. Cosa ne pensi del suo ultimo disco come solista “Rattle That Lock” e del conseguente tour mondiale che lo ha portato anche in Italia per alcuni memorabili concerti?

"Che dire… credo che la vera arte non abbia tempo e non decada mai. Per me “Rattle that Lock” è un disco che conferma le doti di gran creativo musicale di Gilmour pur non essendo più “i Pink Floyd”. Le sonorità floydiane sono certamente diffuse, o meglio quel tipo di sonorità floydiane che hanno caratterizzato gli anni influenzati soprattutto dalle composizioni e gli arrangiamenti di Gilmour e Wright. C’è come sempre nella musica di Gilmour una ricerca sonora e compositiva evidente, così come c’è sicuramente del materiale riconducibile a The Division Bell o ai precedenti dischi solisti, ma se con 5 A.M. Gilmour ci riporta evocativamente a una versione più attuale e moderata dell’intro di Shine e in Rattle That Lock l’assolo evoca a tratti l’effetto riverberato e lancinante di quello di Money, in brani come The Girl In The Yellow Dress o in Dancing Right In Front of Me, egli sfoggia con nonchalance territori armonici e sonori che si avvicinano inequivocabilmente a standard jazz/modern blues di tutt’altra scuola. Chiaro: per me resta sempre la sua chitarra che fa la differenza. Per quel che riguarda il tour, io ho assistito a uno dei live dell’Arena di Verona nel 2015. (leggi l'articolo) Sono rimasto impressionato dalla qualità del sound, può sembrare scontato ma sembrava di ascoltare il disco in cuffia. Certo, Gilmour ha una band di musicisti che lo accompagna che farebbero la differenza anche se suonasse mio nonno (che non c'è più), e c’è da dire che a 70 anni suonati la sua performance complessiva e il suo sound inimitabile annienterebbero qualunque naturale lieve svista esecutiva, ma il suono della sua chitarra è inconfondibile ed è sempre lui da sempre. A giorni vorrei andare a vedere il film di Live at Pompeii registrato nella data del concerto svoltosi nello storico anfiteatro romano a cui mi sarebbe piaciuto assistere dal vivo."

Recentemente Roger Waters ha pubblicato, dopo molti anni, un nuovo disco come solista dal titolo “Is This The Life We Really Want?” Che cosa ne pensi di questo disco, certamente molto diverso da quello di Gilmour?

"Certamente molto diverso da quello di Gilmour. Credo che sia innegabile in questo caso, per chi l’ha ascoltato, una sorta di rielaborazione di gran parte della discografia floydiana all’interno dell’album. Parlo prettamente da un punto di vista musicale. Puoi trovarci richiami lampanti ad album come The Wall, The Final Cut, Wish You Were Here, The Dark Side, e riconoscerne evidenti citazioni di brani sia musicali che testuali (Have a Cigar, Time, One of These Day, WYWH, Shine, ecc.). Ascoltare Waters per me è sempre piacevole forse soprattutto per questo, perché ti riporta  comunque un po’ indietro nel tempo ed è assodato che gran parte della discografia folydaina sia di suo stampo compositivo. Personalmente, però, sono più affascinato dalla rarefazione delle sonorità gilmouriane - prosegue - in quanto nei sui album ho sempre sentito una ricerca sonora più approfondita e creativa, certamente con richiami al passato inconfutabili ma mai troppo troppo imitativi. Credo che la grande artisticità di Waters risieda poi soprattutto nella poetica dei suoi testi e del suo messaggio sociale e nella relativa tramutazione di questi aspetti in scenografie live al limite della follia. Devo poi dire che la sua ossessione per Trump non gli ha portato troppa fortuna visto che oggi Trump è diventato addirittura presidente e lo ha “costretto” a portarsi con se la sua voce addirittura nell’intro della title track del nuovo album. Questo aspetto, insieme ai temi di alcuni altri testi (ne ho letto solo qualcuno, ammetto che ascolto di più la musica che i testi nelle canzoni), dimostra quanto dicevo prima relativamente alla differenza di fondo tra la sua attitudine compositiva e quella di Gilmour. Ma è ovviamente un mio parere personale. Ma una cosa vorrei dirla: per me si sente, tanto, l’assenza della chitarra di Gilmour."

Parlaci del tuo recente  libro “Shine on… You, crazy diamond

"Grazie per la domanda. Comincio col dire che il titolo non è scritto con i tre punti di sospensione e la virgola dopo “you” per licenza poetica, ma perché richiama proprio una parte del cantato in cui si ascolta un controcanto del chorus che si articola proprio in quel modo distinguibile nella part VII della suite e in alcuni live. Detto questo, secondo me è un libro un po’ diverso da tutti quelli che sono stati scritti sulla band londinese. Perlomeno da quelli che ho letto io. La differenza sta nel fatto che gran parte dei libri sui Pink Floyd raccontano storiograficamente la vita artistica della band, le biografie di alcuni dei componenti, la discografia generale, l’analisi globale di un particolare album, ruotando insomma tutti più o meno intorno ad argomenti simili. Il mio libro (che ad oggi definirei più un saggio musicale) si concentra invece per la gran parte sulla musica dei Pink Floyd, analizzandola nel profondo da un punto di vista tecnico-musicale, andando a sviscerarne il processo compositivo attraverso l’analisi di un unico brano-suite della discografia, che è appunto Shine  On You Crazy Diamond. Il motivo di scrivere incentrando tutto su un unico brano è spiegato nell’introduzione del libro ed è legato proprio alla volontà di dare percezione di quanto l’estro compositivo degli autori abbia creato con questo brano, come con altri, dei precedenti nella storia della musica degli ultimi 50 anni. Il libro è rivolto soprattutto a musicisti ma anche a lettori solo appassionati, nonostante ci siano dei passaggi complessi e probabilmente poco comprensibili dal lettore non musicista. L’intento è però quello di riuscire a far andare comunque avanti quel lettore nella lettura, facendosi trasportare dallo stile narrativo con cui si articolano le descrizioni. Il libro analizza minuziosamente le 9 parti della suite e descrive passo per passo aspetti compositivi, formali ed evocativo-emozionali: per fruirlo al massimo consiglio a chi lo legge di farlo, nel capitolo 2, appena dopo aver ascoltato le varie parti. Completano il lavoro una breve biografia artistica dei Pink Floyd, l’intera discografia, un capitolo dedicato a David Gilmour e una parte finale dedicata a una serie di aneddoti sulla vita del diamante pazzo."

Il prossimo 30 settembre a Pergine Valsugana si terrà il Pink Floyd Day 2017. Cosa ne pensi di questi eventi che richiamano gli appassionati del “mondo Pink Floyd” da tutta Italia?

"Penso che sia molto bello il fatto che esistano. Dovrebbero esisterne di più e in più parti d’Italia  per dare la possibilità a un numero sempre più elevato e distribuito di appassionati visitatori di parteciparvi. Non solo, rappresenta una grande occasione favorevole anche per gli attori che stanno “dall’altra parte” come musicisti, studiosi, scrittori, collezionisti, di poter mostrare o presentare propri lavori sul genere rendendosi visibili a migliaia di persone realmente coinvolte. Il mio caso, per esempio, ne è una dimostrazione: il 30 settembre mi è stato chiesto di presentare il mio libro proprio in occasione dell’evento Pink Floyd Day; sarà un’ottima opportunità per me per poter raggiungere una gran schiera di possibili lettori interessati che diversamente potrei non raggiungere mai attraverso i canali tradizionali."

A conclusione della manifestazione ci sarà l’attesissimo concerto dei Wit Matrix, (leggi la nostra intervista) una delle più autorevoli Pink Floyd cover band italiane, con la partecipazione come ospite di Durga McBroom (leggi la nostra intervista) Cosa puoi dirci di loro e del loro modo di omaggiare i Floyd durante i loro live?

"Dei Wit Matrix ho un particolare ricordo che a mio avviso la dice lunga sulla risposta a questa domanda e più in generale sulla qualità del loro progetto musicale: assistetti per la prima volta a un loro live alla Festa della Birra di Casoni (RE), credo almeno otto anni fa. All’epoca suonavo anche io in una band di tributo ai Pink Floyd della zona, un progetto nato da poco e ancora in fase di completamento di cui, io personalmente come musicista, non ero ancora pienamente soddisfatto. I Wit Matrix erano il terzo tributo ai Pink Floyd visto dal vivo prima di allora: ricordo che a metà concerto pensai dentro di me “Cxxxx!… questa è la band con cui vorrei suonare!”… Mi impressionò anche l’aspetto scenografico molto realistico. L’unica piccola osservazione assolutamente personale e non musicale che mi viene da fare e che mi ha sempre incuriosito è l’occhiale da sole del cantante, che gli da una parvenza scenica più da Bono Vox. Ma d’altro canto non mi è mai piaciuta troppo l’emulazione anche fisica dei personaggi propria di alcune tribute band, quindi  ben venga l’originalità! Inoltre un grande plauso al team per l’idea e l’impegno nella realizzazione di un evento non facile da organizzare come questo. Ringrazio tantissimo Claudio Palliati che mi ha invitato personalmente all’evento dandomi la bellissima opportunità di partecipare tra gli addetti ai lavori."

Che progetti hai per il futuro?

"Da qualche anno, grazie a piccole ma preziose collaborazioni ed esperienze in ambito musicale come quella citata con Luca Colombo, sto sviluppando un progetto professionale che mi auguro di portare avanti e far evolvere sempre di più nel tempo: si tratta di una figura di cui sostanzialmente molti musicisti soprattutto indipendenti non sanno di aver bisogno, lo scoprono solo quando ne entrano in contatto e soprattutto quando sono in procinto di approcciare attività musicali complementari come la didattica, la scrittura o trascrizione musicale per i propri brani, il publishing editoriale professionale e in senso più lato la comunicazione della propria immagine nel mercato che quasi nessun musicista fa in modo troppo professionale, studiato e mirato: una specie di backliner di fiducia al di la del palco, che segue e cura minuziosamente aspetti della vita professionale del musicista o di una band; qualche info più approfondita su www.writemusic.it. Spero quindi in generale di poter continuare a lavorare sempre di più nel mondo della musica con tutte le sfaccettature su citate, di continuare a suonare tanto la chitarra negli attuali e in nuovi progetti musicali, studiare sempre e continuare a scrivere di musica."

Stefano Leto - Onda Musicale

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