16 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Lunedì, 25 Settembre 2017 14:19

Recensione di "Misplaced Childhood" dei Marillion

Recensione di "Misplaced Childhood" dei Marillion
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L'autore Redazione


Considerato da molti il capolavoro dei Marillion, "Misplaced Childhood" nasce da un viaggio acido (confessato) del vocalist Derek William Dick, meglio conosciuto come Fish.

Il risultato è un concept profondo ed evocativo, che vale alla band inglese la consacrazione oltre al definitivo distacco dall'appellativo di Genesis tribute band sovente affibbiato loro dai detrattori del tempo. Snobbato ancora oggi da molti progsters per la sua evidente vena pop/rock, il genere di cui questo disco è un principesco esempio, ovvero il neo-prog, è caratterizzato da una semplicità compositiva a tratti disarmante, con la maggior parte dei brani basati sul più standard dei 4/4.

Proprio questa considerazione mi ha spinto a recensire un album che come nessun altro definisce bene cosa è veramente progressione: il "viaggio" di Fish è riprodotto romanticamente, vuoi anche per la matrice autobiografica della storia, e potrebbe per larghi squarci essere seguita esclusivamente ascoltando la musica. La sofisticatezza tanto cara agli amanti del genere, dunque, non sta nella complessità tecnica, dunque, ma nella riflessione che ci porta a fare Fish con il suo racconto di un uomo che va incontro alla rottura di una relazione, alla morte di un caro amico, per sprofondare quindi in una depressione fortissima, fino a riscoprire la sua indole infantile. Pathos ed enfasi alle stelle, quindi, per questa trama tutta Miltoniana che dal principio non lascia troppe speranze. 

Voce e musica volano nel descrivere sensazioni e immagini: solitudine, amori perduti, abuso di droghe, la futilità della fama, la disumanità degli uomini, scintilla scatenante per la ricerca tutta pascoliana dell'innocenza perduta A questo proposito l'atmosfera di "Lavander" è magica, e non importa se qualcuno bada più a vedere quanto ci sia di Steve Hackett nello stile chitarristico di Steve Rothery; qui è il sentimento che fa da padrone, e dopo un'intro come "Pseudo Silk Kimono", e una hit come "Kayleigh", arrivata al numero 2 della prestigiosa chart inglese, non potrebbe esservi nenia migliore di "Lavander" per gli intenti di Fish.

Attraverso lo stile vocale di Fish, influenzato molto sia da Peter Hamill sia da Peter Gabriel, che non poco influenzerà un certo Geoff Tate, si dipana lo "stream of consciousness" in un climax quasi joyceiano tra la psichedelia di "Watering Hole" e la cantabilità di "Heart of Lothian", dove la musica è orpello di cui è inutile far sfoggio (e anche qui c'è un altro pezzo di definizione del prog. che piace a me). Infatti nel messaggio finale non c'è negatività, e non potrebbe essere altrimenti visto che il protagonista alla fine del viaggio è un bambino a tutti gli effetti, nel pieno della sua curiosità, spensierato per la scoperta dei limiti del futuro.

Le due ultime song, "Childhood's End?" e "White Father", in questo senso, sono una catarsi. L'album, insomma, si ricolora di continuo, e la sua forza sta tutta qui, è questa la progressione di gran classe che troverete in pochi altri capolavori, che comunque devono molto a questo disco.

Primo fra tutti quella leggenda che è divenuta "Operation: Mindcrime" dei Queensryche, che deve non pochi ringraziamenti al terzo album dei Marillion. Il migliore.

(fonte: Matteo Mazza - Debaser)

 

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