9 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 20 Ottobre 2017 15:00

Recensione: “All’Italia” di Massimo Priviero

Recensione: “All’Italia” di Massimo Priviero
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L'autore


Il 15 settembre è uscito il nuovo album del cantautore veneto, ma trapiantato a Milano, Massimo Priviero intitolato All’Italia, vero e concept album del nostro Paese in cui vengono narrate storie, sogni, disillusioni e sentimenti delle nuove e vecchie generazioni che affrontano un mondo sempre più complesso.

Il disco contiene tredici tracce, una è bonus, attraverso le quali Massimo Priviero snoda un lungo racconto che mischia passato e presente con l’incertezza del futuro, ma diamo un’occhiata più approfondita alle canzoni contenute nell’album:

 

Villa Regina: un’armonica ed un arpeggio di acustica degni del Bob Dylan dei tempi migliori sono le atmosfere sonore sulle quali si sviluppa il cantato e la poesia di Massimo Priviero.

Qui canta di un fenomeno che ha accomunato non pochi italiani durante i primi anni del ‘900, l’emigrazione verso un futuro migliore ed una terra lontana lasciando dietro di sé i campi e la famiglia.

Un brano molto bello che vi ricorderà i nostrani Fabrizio De André, Modena City Ramblers e Luf, con i quali aveva già collaborato per Terra e libertà, e che vi terrà incollati alla sedia per tutta la durata dell’intero disco.

Aquitania: “son partito che era fine estate, dal Trentino nel ’46, ormai la guerra era passata via, ma la fame non finiva mai”, il toccante e nostalgico brano narra di un’altra storia di emigrazione.

Questa volta un giovane contadino trentino parte alla volta dell’Aquitania, regione della Francia meridionale, portando nel cuore i suoi monti e la sua madre che lo aspetta a casa (“Dio del cielo se parli italiano dille che un giorno io ritornerò”).

La fatica è tanta, ma almeno il lavoro non manca anche se i locali scherniscono gli italiani chiamandoli “maccheroni”. Fortunatamente gli italiani, ed i trentini, si danno manforte l’uno con l’altro.

Fiume: del dolore dato dal lasciare la terra natia si passa al ritorno al paese dopo anni di assenza, ma la situazione è ancora più complicata anche perché si tratta di Fiume, terra istriana di confine.

Il protagonista della vicenda, all’epoca bambino, aveva infatti lasciato il paese con la madre mentre il padre rimase perché orgoglioso della sua attività di stoffe e delle sue origini. Una figura che ha lasciato al figlio la più grande lezioni di vita di sempre le cui parole riecheggiano ancora, “non sono fascista, non sono partigiano, mettetevi in testa son solo italiano”, sul finale in stile irish.

Cielo blu: linee acustiche che si sovrappongono tra loro, accompagnate magnificamente da un violino, narrano le gesta di un figlio dei fiori ribelle che lascia la città per il “cielo blu” di montagna dove poter trovare sé stesso.

Un nuovo posto, una nuova dimensione fuori dai piccoli drammi quotidiani della città, ma completamente dentro la natura, i boschi, la montagna e quell’immenso cielo blu che sovrasta l’ormai vecchio hippie. Ottimo anche l’arrangiamento in stile country con chitarra slide ed intermezzi di mandolino.

Friuli ’76: è una calda notte di maggio, troppo calda, in Friuli nel 1976. Il 6 maggio di quel maledetto anno infatti la terra tremò uccidendo circa un migliaio di persone, sfollandone migliaia e distruggendo le case. Da ascoltare in religioso silenzio, purtroppo anche questa è parte della storia d’Italia.

Il protagonista di questa vicenda all’epoca aveva solo vent’anni, ma ricorda tutto perfettamente. Nonostante sia sopravvissuto e poi si sia spostato dall’amato Friuli costruendosi una famiglia una lacrima scende sempre nelle sere di maggio.

Berlino: serrati accordi blues ed ancora mille domande raccontano la storia di un giovane italiano emigrato a Berlino verso la fine degli anni ’80 ancora prima della caduta del famigerato muro.

Dieci e passa ore nel ristorante italiano in terra tedesca, maledicendo l’idea che gli venne quella sera al suo paese vicino al Po, ma ora basta, è troppo! Si torna indietro e al diavolo Berlino.

Alba nuova: atmosfere più allegre, ma al contempo stesso cariche di malinconia, tra mandolini e chitarre acustiche per un ragazzo italiano ventitreenne che è stanco di un lavoro malpagato e per il quale non è tagliato.

Se gli amici aspettano di arrivare al venerdì in una maniera o nell’altra a lui questo non va proprio giù e decide di partire senza nessuna certezza, ma con la rabbia e la disillusione del mondo che solo a vent’anni si può avere.

Rinascimento: come una nenia irlandese il brano si apre sulle melodie tessute da violini, chitarre, pianoforte e fisarmoniche. Un’atmosfera gioiosa, come una festa di paese, che va in netto contrasto con il testo.

Una lettera aperta di accuse contro banche e corrotti che “hanno sparato in mezzo agli occhi a questa Italia mia”, ma che nella rabbia e nella frustrazione del momento trova comunque spazio per una speranza di rinascita. Un po’ come nella seconda parte di Dio è morto di Francesco Guccini.

Mozambico: quali i pensieri di un medico volontario in Mozambico? Beh, questa è la risposta. Una specie di confessione ad un amico rimasto in patria, un racconto che parte dal difficile inizio in quella terra fino al giorno d’oggi.

Giorno in cui vengono usati dei bambini magri ed affamati per finanziare campagne umanitarie mascherate di religione anche se sia Cristo che i loro cuori sono lontani dalla vera fede. La vita lì non è certo facile, ma al protagonista va tutto sommato bene ed è felice. A volte, forse, è solo questo che conta.

London: primo e trascinante singolo del disco di Priviero che riporta il coraggio e la speranza di tanti giovani ragazzi italiani che cercano fortuna nella grande metropoli di Londra, nonostante la Brexit.

Il ritornello poi, tu sarai solo che splenderai, tu sarai stella che brillerà, tu sarai amore che non muore mai, cattura subito l’attenzione dell’ascoltatore che continuerà a premere il tasto “repeat”.

Bataclan: uno dei pezzi più importanti dell’album per la sua tematica, purtroppo, molto attuale. Si tratta di qualche ipotetica riga scritta da Valeria Solesin, vittima della strage al Bataclan, alla propria madre in cui racconta la sua vita a Parigi, il lavoro, lo studio e la nostalgia di Venezia.

Una canzone di una dolcezza unica che esalta quell’amore tra genitori e figli che rimane sempre lo stesso nonostante questi ultimi diventano grandi e vanno via di casa.

Abbi cura: altro pezzo decisamente dylaniano con l’armonica a bocca ad occupare i primi secondi seguita da una delicata chitarra. Questa canzone è una sorta di consiglio, o comunque di avvertimento, su come affrontare la vita cercando di avere cura delle cose, e delle persone, davvero importanti. Una lezione importante che sfuma con delicatezza nelle note finali dell’armonica.

Basso Piave: traccia bonus del disco dove si parla di un’altra tragedia italiana, l’alluvione dei primi di novembre del 1966.

 

In conclusione, che dire di questo album? Un disco veramente pieno di sentimento, memoria storica, rabbia, speranza e tanto altro. Un insieme di sentimenti e di emozioni che emergono da ogni nota e strofa. Un disco che va sentito più e più volte per apprezzare, ogni volta in maniera diversa, i suoi molteplici messaggi.

 

Vanni Versini – Onda Musicale

 

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