9 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Lunedì, 30 Ottobre 2017 13:53

Fabio Rossi: uno scrittore in equilbrio tra prog e blues

Fabio Rossi: uno scrittore in equilbrio tra prog e blues
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L'autore


Fabio Rossi nasce a Roma il 7 aprile del 1961 e, dopo anni al servizio dell'Arma dei Carabinieri, decide di approfittare della pensione per dedicarsi ad una delle sue più grandi passioni, la musica, che va letteralmente a braccetto con la scrittura, altra sua passione.

Lo abbiamo incontrato al Blues Made in Italy (Cerea) e prima della presentazione del suo ultimo libro, "Rory Gallagher. Il bluesman con la camicia a quadri", ne abbiamo approfittato per scambiare quattro chiacchiere con lui sui suoi libri, sul progressive rock, ma soprattutto sulla figura del grande bluesman irlandese Rory Gallagher.

 

Chi è Fabio Rossi in poche parole?

"Fabio Rossi è un appassionato di musica, di musica seria – ride – con uno spettro che può andare dal blues, al jazz, al rock, al rock progressivo fino anche all'heavy metal purché non sia musica "usa e getta". Tuttavia sono un appassionato, non un musicista, che ascolta musica da praticamente mezzo secolo. Ho 56 anni e questa passione per la musica l'ho ereditata da mio padre che suonava la fisarmonica, quindi la musica è sempre stata dominante a casa. È stata una delle passioni maggiori della mia vita fin quando decisi di iniziare a scrivere. Ho cominciato a scrivere per diletto in un sito web che si chiama "Metallized.it" (www.metallized.it) che è un sito in cui si parla di heavy metal, ma con un'ampia veduta per cui io mi occupavo anche di rock, rock progressivo, jazz, fusion, blues rock. Questo per quanto riguarda la mia musica. Nella mia vita sono stato un maresciallo dei Carabinieri, in pensione da due anni, che ora si dedica completamente a questa attività di scrittura. Da questo sito sono passato a scrivere libri. Ne ho scritto uno nel 2015 sul rock progressivo ed uno, nel 2017, su Rory Gallagher".

 

Com'è nata la tua passione per la scrittura oltre che per la musica?

"Per la scrittura è stata mia madre – ride – mi è sempre piaciuto scrivere poi, per mancanza di tempo, vuoi per il lavoro, esigenze famigliari, moglie, due figli e così via non ho mai avuto tempo fino a quando non ho cominciato a scrivere su questo sito web recensioni, articoli, live report, ricordi di concerti di una volta. Tra l'altro in questo sito ho scritto anche un articolo su Rory Gallagher, praticamente non lo conosceva nessuno lì, che ebbe una buona affermazione se consideriamo che parliamo di un'utenza prevalentemente metallara. Sono un grande lettore e mi piace molto leggere libri con una media di uno o due al mese. Tra questi ci sono romanzi, saggi, sempre scritti non usa e getta, praticamente vale lo stesso discorso di prima per la musica".

 

Parlaci brevemente del tuo libro "Storia del prog"

"Questo è il primo libro che ho scritto, edito dalla casa editrice genovese Chinaski, ed è appunto sul rock progressivo perché è stato quel genere musicale che mi ha spinto più decisamente verso il rock. Era la prima metà degli anni '70 più o meno. Mi innamorai soprattutto dei Genesis e non è un caso che la copertina di questo libro è dedicata a Selling England by the Pound che ritengo essere, probabilmente, il miglior disco rock progressivo secondo il mio modesto avviso. Poi dei Pink Floyd, degli Emerson, Lake & Palmer, soprattutto di loro, perché il primo 33 giri che ho comprato in vita mia era appunto il loro primo album (leggi qui l'articolo). Quando ho deciso di passare alla saggistica il primo libro è dedicato a questo genere musicale perché è quello che mi ha fatto avvicinare al rock per poi sviluppare una serie di altre passioni sempre nell'ambito del rock come fusion, blues rock, hard rock fino anche all'heavy metal come ho detto prima." "Il libro è praticamente la storia di questo genere, come nasce, le prime sperimentazioni dei Beatles, le prime alchimie di Frank Zappa, fino ad arrivare all'esplosione con il primo disco dei King Crimson (In the Court of the Crimson King) e tutto il periodo d'oro del prog fino a metà degli anni '70. Poi c'è la crisi, l'avvento del punk, la new wave, un tentativo di rinascita negli anni '80 fino ad una nuova esplosione di questo genere, magari ancora underground, con molti gruppi che si stanno affermando soprattutto in Italia che io cerco di far conoscere. Voglio citare gli Ingranaggi della valle, La fabbrica dell'assoluto, i Mad Fellaz, gruppi che ho avuto modo di conoscere ed ascoltare dal vivo e che, purtroppo, hanno delle difficoltà ad essere innovativi. Il movimento progressive italiano di questi anni però come era quotato negli anni '70, noi venivamo dopo il prog inglese e c'è qualcuno che sostiene addirittura che eravamo superiori, è di livello altissimo anche se è poco conosciuto purtroppo. Proprio per questo invito chiunque leggerà questa intervista ad avvicinarsi al prog italiano perché c'è tanto tanto buon materiale".

 

E per quanto riguarda il libro su Rory Gallagher?

"Potevo sicuramente continuare a scrivere di prog vista la buona affermazione del primo libro dato che è stato ristampato quattro volte e presentato al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Magari avrei potuto parlare della scena di Canterbury o del kraut rock , ma ad un certo punto non mi andava. Ero definito un progster punto e basta, mentre invece non è la verità perché ascolto musica trasversale che parte dal beat melodico della metà degli anni '60 fino ad arrivare anche al death metal e avrei potuto benissimo scrivere un libro su qualsiasi argomento. Comunque 'perché Rory Gallagher?', quando scrivevo su Metallized decisi di fare un articolo su di lui che era un artista del quale non c'era praticamente nulla in quel sito. Questo articolo ha avuto un successo a dir poco clamoroso sia a livello di letture che di commenti. Lì mi sono reso conto che meritava un approfondimento quindi già il germe nella testa mi era sorto all'epoca e stiamo parlando del 2009 – 2010. Nel novero degli autori che volevo affrontare, dopo il rock progressivo, c'era Tommy Bolin che è stato chitarrista dei Deep Purple e poi ha collaborato anche con Billy Cobham  ( leggi qui la nostra intervista), ma purtroppo è stato un chitarrista sfortunato morto troppo prematuramente. C'era l'idea di una biografia sugli Emerson, Lake & Palmer, ma poi, fatalità, in quel periodo è morto prima Keith Emerson e poi Greg Lake. È stata quasi come la morte di un padre perché per me Emerson è stato colui che mi ha aperto le porte al rock. Comunque c'era anche quest'idea di Rory Gallagher in virtù del successo dell'articolo. Ho cominciato ad accumulare materiale su questo artista e mi sono subito reso conto che in Italia c'è veramente poco, qualche libro lo cita, qualche giornale, ma in effetti nessuno si era mai cimentato in un'impresa di questo tipo cioè scrivere una biografia su di lui. Tra l'altro mi sono accorto che anche all'estero non c'è poi così molto a parte una biografia in Irlanda scritta da un giornalista molto famoso, un'altra in Francia e una di Gerry McAvoy che è stato il bassista di Rory Gallagher.  Quindi è stato anche complicato cercare il materiale. Sono andato a ricercare tutti i Ciao 2001 dell'epoca in cui si parlava di Rory Gallagher, ho fatto un lavoro piuttosto ampio. Poi c'è stata l'idea, chiamiamola così, di provare a cercare persone che l'hanno visto dal vivo soprattutto nella sua lunga tournée che fece nel 1972. Ricordiamoci che Rory Gallagher è stato un musicista che ha suonato davvero poco in Italia, ma nel '72 fece due tournée molto lunghe, una a febbraio e una a luglio. Poi ho cominciato a cercare sui gruppi di musica su Facebook se c'era qualcuno che ha avuto la fortuna di vederlo, io non ho potuto neanche quando è venuto a Roma due volte perché sono del '61, ed è successo l'imprevedibile. Lì mi sono reso conto che c'è un mondo sommerso, quasi nascosto, dietro questo artista di tanta tanta gente che ancora lo ama a distanza di 22 anni dalla morte (morì a Londra il 14 giugno del 1995 NDR) giovanissimo a 47 anni per le complicanze dovute al trapianto di fegato a cui si è dovuto sottoporre, appunto, in età piuttosto giovane. Mi sono reso conto che tante persone sono state quasi marchiate quella volta che lo videro, ormai più quarant'anni fa, gente che ancora si commuove a parlare di lui per un concerto visto circa mezzo secolo fa. Lì mi sono reso conto che lui è un personaggio da riportare alla luce perché in Italia stranamente, oltre a non esserci saggi, se tu vai in un negozio di dischi è difficile trovare un suo album. Molto strano anche perché stiamo parlando di un personaggio che nel 1972 è stato nominato il miglior chitarrista al mondo ed è stato anche scelto per entrare in una formazione come quella dei Rolling Stones, non una qualunque, e Bob Dylan voleva prendere una sua composizione per inserirla in un album di cover, pensando che fosse una reinterpretazione, invece era un brano originale dal titolo "I Could've Had Religion". Dylan pensava che l'avesse coverizzata da qualcuno e invece era sua. Stiamo parlando di un musicista che, per stessa ammissione dei diretti interessati, ha ispirato Brian May, il chitarrista dei Queen, a suonare la chitarra, Vivian Campbell, ha l'ammirazione incontrastata di Gary Moore, Jimmy Page. Possibile che un artista del genere qui da noi sia così sottovalutato? Questo è stato un altro motivo che mi ha spinto a realizzare questo libro. Poi sono riuscito ad avere molto materiale anche da queste stesse persone che l'hanno visto dal vivo e che mi hanno mandato locandine, fotografie, articoli inediti, veramente tanto materiale che poi ha composto questa mia seconda fatica letteraria sempre pubblicata dalla Chinaski Edizioni".

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

"Chiaramente adesso cercherò di promuovere questo libro in occasione di festival blues ed è già in programma una seconda edizione di un festival italiano dedicato a lui. La prima si è tenuta nel 2016 mentre, la seconda, si terrà a Bergamo l'8 dicembre ed io sarò presente. Il 31 ottobre c'è un'altra presentazione a Bologna e quindi ora mi sto dedicando alla promozione del mio secondo progetto. Ovviamente nel futuro ci saranno altri saggi della stessa tipologia e poi cercare di far conoscere autori degli anni '70 e movimenti musicali con parole semplici senza troppa astrusità. Insomma, dei libri semplici e molto fruibili (si riferisce ai libri) con il mio stile".

 

Vanni Versini – Onda Musicale

 

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