16 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 21 Novembre 2017 11:27

Intervista alla cantautrice Valentina Mattarozzi

Intervista alla cantautrice Valentina Mattarozzi
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L'autore Stefano Leto


Valentina Mattarozzi inizia a suonare il piano all'età di sei anni e a 14 inizia a comporre per dedicare i successivi 10 anni allo studio della danza classica a Bologna.

In seguito frequenta il Conservatorio di Ferrara e anche quello di Bologna e quindi scopre generi nuovi come il jazz, il blues, il fusion, il pop e anche il funky. Il suo desiderio di sperimentazione e di novità la portano a conoscere la recitazione e il teatro nei quali si misura con passione anche mediante alcuni prestigiosi corsi di perfezionamento.

La abbiamo contattata per rivolgere alcune domande.

 

Come e quando ti sei avvicinata alla musica?

"Nella mia famiglia si è sempre respirata la musica, mia madre Gabriella è stata una concertista di musica classica, fin da piccola ascoltavo le sue mani che scorrevano sul pianoforte e dialogavano con il mondo. Io ballavo sulle sue note, come una piccola ballerina. Era un gioco per me, mi divertiva. Verso i sei anni mi ha insegnato a leggere la musica, ma mentre trovavo bello e divertente ballare, leggere la partitura e suonare era una forzatura. Solo verso i dodici anni ho ripreso lo strumento e ho iniziato a comporre. Il canto, però, è arrivato più tardi. A casa si ascoltava solo musica classica, per cui il primo approccio lo ebbi con il canto lirico. Così, dopo alcuni anni che per gioco imitavo le cantanti d’opera, a diciotto anni entrai con l'esame di amissione in conservatorio come soprano, sicura che invece non mi avrebbero mai preso, dato che non avevo mai fatto una lezione di canto prima di allora in vita mia. Cercavo di far felice la mia famiglia, che ci teneva tanto, mentre io sentivo molto lontano quel mondo. Li assecondai, e per due anni cercai di seguire le lezioni, ma non era la mia strada. Solo qualche anno dopo, per mezzo della passione del fidanzatino di allora, scoprii il jazz. Il primo grande musicista che mi colpì fu Chet Baker. E il jazz mi è rimasto, anche quando la storia con quel ragazzo finì. Credo che nulla avvenga per caso."

 

Chi sono i tuoi artisti di riferimento o, comunque, quelli da cui trai ispirazione?

"A seconda del momento, del mio umore trovo dei riferimenti. Sono molto curiosa, per cui oltre al jazz ho esplorato anche altre vie di comunicazione musicale. La voce che mi ha accompagnato per il periodo più lungo è stata quella dell'indimenticabile Freddie Mercury e poi Diane Schuur, che ritengo sia una interprete più che formidabile. Appena ascoltai per la prima volta la sua voce, per merito di un mio amico dj appassionato di tutti i generi musicali, comprai tutta la sua discografia. Poi con gli anni ho scoperto Battisti per le linee melodiche, Jannacci e Gaber per l’umorismo, e Mia Martini per il pathos emotivo. E poi c'è Billie..."

 

Parlaci del tuo nuovo disco “Tribute to Billie Holiday”.

"È l’umile omaggio che Igor Palmieri, Francesco Cavaliere, Fulvio Chiara ed io abbiamo fatto alla più importante cantante di jazz (e non solo) di tutti i tempi. È stata la Madre per tante cantanti e lo sarà per sempre. Ha insegnato come si canta con il cuore, che il canto non è un esercizio vocale e basta, ma una continua comunicazione in evoluzione. È la poesia degli stati d’animo. Billie mi è entrata nel cuore soprattutto quando ho scoperto la sua vita. È bello ascoltare la sua voce così, senza esserne consapevoli, ma lo è ancora di più quando conosci la sua storia e comprendi meglio. Tutte le sfumature della sua voce ti parlano di Lei. Billie in ogni canzone parla di ciò che desidera, delle sue paure, dei suoi amori, dei suoi umori. E lo fa con una semplicità incredibile. Si mette a nudo davanti a tutti noi, come pochissimi sanno fare. Nell’album I am Billie – Tribute to Billie Holiday abbiamo inserito le canzoni che riteniamo più incisive nella sua vita, come le canzoni da lei scritte, God Bless the child, Billie’s Blues, Fine and Mellow e Don’t Explain, poi Stormy Weather, Body and soul, Sophisticated lady, Lover Man, Yesterdays che riteniamo tra le versioni più vere e intense, senza voler nulla togliere alle altre grandi del jazz, e poi ancora quelle due canzoni che le chiedevano sempre, Gloomy Sunday e Strange Fruit. Quest’ultima chiude l’album e, non a caso, è stato il brano che l’ha portata alla grande ribalta, il brano che l’ha consacrata icona nera che combatteva la battaglia per i diritti sociali, prima ancora dell’avvento di Martin Luther King, ma è stato anche il brano che l’ha marchiata a fuoco, proprio perché lei, l’angelo nero, si era immolata per i sacrosanti diritti della sua gente, in un mondo governato da bianchi che non vedevano di buon occhio chiunque potesse ostacolare la loro tirannia. E così fino alla fine della sua vita è stata perseguitata sfruttando le sue debolezze (droga e alcol), trattandola malissimo, come mai è stato trattato un altro artista nero dedito alle droghe. Billie mi è entrata nella vita talmente tanto a fondo che è come se la conoscessi da sempre."

 

Recentemente hai fatto anche un’esperienza teatrale con “Lady Day, omaggio a Billie Holiday”. Puoi spiegarci di cosa si tratta e che rapporto hai con il teatro?

"È stata la prima esperienza teatrale su Billie Holiday, era il 2012. Mi scritturò per la parte Massimo Macchiavelli, attore e regista teatrale di innato talento e chiedemmo a Teo Ciavarella, mio amico fraterno, di essere il filo conduttore musicale dello spettacolo. Dopo qualche tempo ho avuto io il desiderio di scrivere uno spettacolo su Billie, così nacque “Io sono Billie” e grazie a ciò ho studiato ancora più accuratamente la sua vita. Allora mi accompagnava già alla chitarra Francesco Cavaliere, che suona nell’album. E da cosa nasce cosa. Ad una replica vidi arrivare tra il pubblico Igor Palmieri. Sai, il suo sax l’ha soprannominato “Prez”. Anche lui è particolarmente vicino a Billie Holiday e al suo mondo musicale."

 

Dal 2013 sei la vocalist della Doctor Dixie Jazz Band, parlaci di questa esperienza e di cosa rappresenta per te il “live” e il contatto con la gente.

"È bellissimo poter parlare con le persone, credo che la musica, come l’arte in generale, sia comunicazione pura. I concerti dal vivo sono la concretizzazione di tutto questo, perché hai la possibilità di avere l’interazione col pubblico. Quello della musica è soprattutto uno strumento interattivo, come anche il teatro, ma la musica non deve sottostare a rigidi copioni, nel jazz poi si improvvisa continuamente. E il jazz è come la vita, una continua improvvisazione. Quindi non c’è nulla di meglio di un concerto jazz! Con la Doctor Dixie il 15 maggio scorso abbiamo celebrato al Teatro delle Celebrazioni a Bologna il 65° anno della fondazione della band, davanti ad un teatro strapieno con un pubblico caldissimo. Con loro ho provato forti emozioni, come cantare qualche anno fa al cospetto del mio mito del cinema, Pupi Avati. Ma ancora più importante per me è il ricordo del suo fondatore, colui che mi ha voluto inserire nella band, il grande Nardo Giardina, che ha portato e fatto la storia del jazz a Bologna 65 anni fa. Per me è stato come un padre, purtroppo lo è stato per poco tempo, dato che è scomparso lo scorso anno."

 

Che progetti hai per il futuro?

"Cantare e ancora cantare, ma anche comporre. Sto scrivendo per il prossimo album di inediti. Non so quando uscirà, è probabile che per il mio carattere “100 ne pensa e 1000 ne fa” prima esca dal mio cappello a cilindro qualcos’altro di non inedito, di teatrale, chissà... seguendo la filosofia jazz, qualcosa improvviserò..."

 

Stefano Leto - Onda Musicale

 

 

 

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