13 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 16 Gennaio 2018 14:44

Recensione di "Who Built the Moon?" di Noel Gallagher’s High Flying Birds

Recensione di "Who Built the Moon?" di Noel Gallagher’s High Flying Birds
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L'autore Redazione


E la risposta al successo del fratello minore, alla fin fine, non si è fatta attendere molto. E’ arrivato il momento della terza fatica in studio per i Noel Gallagher’s High Flying Birds, ovvero Noel Gallagher in solitaria.

E a questo giro i cambiamenti sono tanti, a partire dalla band: entrano in formazione infatti il batterista Chris Sharrock e il chitarrista Gem Archer, ovvero due componenti dell’ultima incarnazione degli Oasis prima dello scioglimento. E per questo nuovo “Who Built The Moon?” arriva anche un nuovo produttore: si tratta nientemeno che di David Holmes, musicista nord irlandese responsabile, tra le altre cose, della colonna sonora del classico di Steven Soderbergh “Out Of Sight”.

Registrato in quasi due anni a Belfast, il nuovo lavoro rappresenta una preannunciata svolta artistica rispetto alle prime due prove soliste in solitaria del Gallagher maggiore; intendiamoci, non c’è niente di particolarmente sconvolgente o innovativo in queste tredici tracce, ma di certo The Chief si è spinto ben più in là rispetto a quanto ci ha abituati fino adesso.

L’album si apre con uno strumentale a metà tra i Chemical Brothers meno acidi e i Prodigy di “Always Outnumbered, Never Outgunned” (entrambe band con le quali Noel ha collaborato, nel caso dei Prodigy proprio nel disco citato, assieme al fratello Liam – la traccia era “Shoot Down”), “Fort Knox”, e prosegue col primo (molto discusso, per via di una curiosa somiglianza nella melodia con “She Bangs” di Ricky Martin) singolo “Holy Mountain”, molto à la Vaccines.

Da lì in poi il gioco della citazioni (come spesso accade in un album dei Gallagher) si fa evidente, nel caso di questo disco, forse, fin troppo; se “Keep On Reaching” non dice niente di che ma almeno punta su di un incalzante crescendo di cori e fiati, il singolo “It’s A Beautiful World” è un aggiornamento di quanto fatto venti anni fa dagli U2 col controverso “Pop”, “She Taught Me How To Fly” è puro estratto di New Order, mentre “Be Careful What You Wish For” è una rilettura di “Come Together” filtrata attraverso “Even Flow” dei Pearl Jam.

Da lì in poi, per fortuna, Gallagher tira fuori di nuovo la sua incontestabile personalità; se “Black And White Sunshine” è un esempio lampante di cosa avrebbero potuto essere davvero gli Oasis lontani dalle pressioni e da certi vincoli imposti da uno status di band ormai storica, “If Love Is The Law” incanta col suo crescendo retrò e fumoso (arte nel quale il Gallagher maggiore è maestro assoluto) mentre la semi-titletrack è, a mani basse, una delle cose migliori mai scritte dal talentuoso songwriter britannico. Guidata da una chitarra blueseggiante e impreziosita da una prestazione vocale strepitosa di Noel, è davvero un bel sentire e si candida a futuro classico della produzione solista del nostro.

Superato uno strumentale di chiusura, nell’edizione giapponese del disco troviamo due autentiche perle: una splendida, sontuosa “Dead In The Water” registrata live quasi a sorpresa agli RTÉ 2FM Studios di Dublino (un classico pezzo alla Noel Gallagher chitarra e voce, sulla scia di vecchie pietre miliari come “Talk Tonight” e “Half The World Away”) e la chicca “Gold Help Us All”, vecchio inedito mai pubblicato dagli Oasis (anch’esso una sorta di divertissement acustico quasi country) già trapelato in rete in versione demo.

Who Built The Moon?” è un primo passo deciso verso qualcosa di nuovo, per Noel Gallagher, e come ampiamente prevedibile si è rivelato un buon passo (il talento è innegabile, c’è) ma un pochettino claudicante. Chi ben inizia, in ogni caso, è tradizionalmente a metà dell’opera. Vedremo.

Brano migliore: The Man Who Built The Moon

(fonte: link)

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