13 Dicembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Giovedì, 12 Aprile 2018 15:36

Recensione: “Lionheart” di Chiara Giacobbe Chamber Folk Band

Recensione: “Lionheart” di Chiara Giacobbe Chamber Folk Band
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L'autore


Si sa, una persona ha svariate facce alle quali dovrebbero corrispondere altrettanti ritratti. Buona, impaurita, coraggiosa, divertente e via così, ma quali di questi sono i più rappresentativi?

A rispondere alla domanda ci pensa la Chiara Giacobbe Chamber Folk Band con il fantastico album Lionheart. Diamoci subito un'occhiata:

 

Let You Breathe: il disco di apre con un delicato brano costruito tra arpeggi elettrici ed acustici, stesi su un tappeto sonoro di tastiere e violino, dal sapore nostalgico e malinconico.

La delicata voce di Chiara Giacobbe, con una nota di tristezza, parla di una fantomatica pozione da far bere all'uomo amato. Tra gelosie e pensieri.

No More Blue: il brano si apre sulle note del violino in un'atmosfera a metà tra il country americano e la musica folkloristica irlandese, ma è qui che si può sentire il primo degli ospiti del disco!

Paolo Ercoli e la sua chitarra pedal steel svolgono infatti un lavoro eccellente dando al pezzo quel “tocco in più” che va dritto al cuore al pari del testo, la reazione all'abbandono della persona amata e alla ritrovata libertà. Un pezzo che vi farà ricordare i Cranberries uniti agli Oasis dei tempi migliori.

Lionheart: la favolosa title track è un autentico gioiello per l'udito grazie all'intreccio tra harmonium, violino ed atmosfere acustiche che fanno viaggiare la mente più lontano del ricordo stesso. Da ascoltare e riascoltare senza esitazione!

Pet Lion: titolo in contrapposizione con il precedente, si passa infatti dal cuore di leoneal leone di pezza, che fa quasi piombare l'ascoltatore all'interno di un caldo e confortevole pub irlandese mentre fuori piove.

Il brano è interamente strumentale, una piacevolissima sorpresa devo dire, e sa cullare come una ninnananna del Paese di Smeraldo mentre, al tempo stesso, strizza l'occhio verso il blues americano con gli interventi di chitarra elettrica.

High Fidelity: ripartono a mille le atmosfere folk con il violino e la voce di Chiara Giacobbe, dolce e roca allo stesso tempo, in un fantastico gioco con la chitarra elettrica e le note sempre più acute ed alte del violino.

I Can't Get Over You: il basso di Rino Grazia tende i fili di questa ritmica ballata dove la struggente voce di Chiara Giacobbe, qui mi ha ricordato molto Bonnie Tyler, narra dell'estrema di difficoltà di dimenticare qualcuno che si è amato molto.

Come si fa a dimenticare questa persona quando azioni quotidiane, come la musica ed il respiro, rimandano la mente a quei bei momenti ormai finiti?

My Mexico: altro stupendo brano strumentale completamente dominato dal violino e dalle sue infinite sfaccettature sonore. Non si tratta di un brano dalle sonorità messicane, ma è comunque ispirato alle vicende di quella terra.

Blessed Be: una splendida apertura di chitarra acustica in fingerstyle, un po' alla John Renbourn per intenderci, suonata da Enrico Cipollini accoglie l'ascoltatore come la dichiarazione d'amore che è questa canzone.

Cipollini poi, oltre a suonare la chitarra, qui si esibisce anche nei panni di cantante unendo la sua voce a quella di Chiara Giacobbe per un risultato davvero toccante ed eccezionale! Una sorta di versione moderna del celebre duo Simon & Garfunkel opportunamente rivisitato!

Song For M.: altra ballad toccante qui arricchita dal celeberrimo bluesman nostrano Paolo Bonfanti che si dimostra ispiratissimo oltre che decisamente preparato! Conferisce infatti al brano un certo sapore tipico dei pezzi firmati Creedence Clearwater Revival.

Particle Physics: cornamuse scozzesi ed accordature aperte tipiche delle Highlands per cambiare Paese d'ispirazione. Molto, molto interessante!

No Place To Hide: come è possibile nascondersi dal pensiero e dal ricordo di qualcuno amato e che ora non c'è più? Difficile, troppo difficile, se non impossibile.

Alice: no, non si tratta di quella di Francesco De Gregori, ma bensì di quella “originale” di Lewis Carroll imprigionata nel contorto mondo moderno senza cappellai matti, bruchi o conigli.

 

In conclusione, che dire di questo disco? Davvero un ottimo album, gli amanti del folk più moderno lo apprezzeranno maggiormente, nel quale le varie atmosfere, al pari dei ritratti accennati all'inizio, si mescolano alla perfezione. La spruzzata di malinconia poi non può mancare, ma non è affatto pesante e rende il tutto ancora più vero. Le musiche poi sono semplicemente spettacolari e c'è davvero di tutto! Dal folk, al rock, al blues fino alle ballate. In una parola? Consigliatissimo!

 

Vanni Versini – Onda Musicale

 

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