13 Novembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 04 Ottobre 2019 14:15

The André, trollatore, trapper o cantautore? La nostra intervista

The André, trollatore, trapper o cantautore? La nostra intervista
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L'autore Redazione


L’ennesimo tale incappucciato (no, non è né Spiderman Liberato) che se ne va in giro a cantare trap, o forse indie, ma si fa chiamare The André e canta alla maniera di De André (Fabrizio, specifichiamo, non siamo un giornale di gossip).

Inizialmente pensavo fosse solo l’ennesimo fenomeno virale, qualche video fatto a tavolino da una squadra ben orchestrata di trollatori che si prende gioco di tutto e tutti, ma poi arriva l’album, gli ascolti si fanno sempre più diffusi e le canzoni – che pur continuano ad attingere da discografie decisamente discutibili – sembrano farsi anche più profonde, mentre altre volte strappano più di qualche sorriso. E così, dopo l’ennesimo ascolto suggerito dal web, iniziano ad emergere i primi pensieri. La canzone come forma d’arte mutevole che trascende anche il suo autore e la parola che la costituisce se ben modellata da altre intenzioni.

E la mente scorre indietro fino agli Isley Brothers e alla loro celeberrima Twist and Shout, celeberrima grazie ai Beatles, e a quel radicale cambio di significato che, nel riadattarlo al contesto della società inglese degli anni Sessanta, ha reso un normale singolo di Rhythm and Blues una sorta di inno generazionale. “OK FERMALA!”, mi sono detto. Prima di andare troppo in là con simili valutazioni si deve tornare al presente, al materiale che abbiamo sotto gli occhi e le orecchie – ahimé, soprattutto la trap – e proviamo un ascolto più consapevole, magari parlando con l’autore in persona, Thé André. Premetto che non mi interessa nulla di chi si celi sotto il cappuccio, non è meno sincero di chi ha il faccione in bella vista in TV.

Più interessante, invece, è cercare di capire in che misura tale fenomeno – per ora abbastanza singolare e unico nel suo genere – si collochi nel panorama musicale italiano. Ne è scaturita una bella chiacchierata, una sintesi di un contesto sociale e artistico liquido, fatto di band tributo, ascoltatori/tifosi, idolatria per il passato e forse un po’ di rimpianto per quello che ci tocca ascoltare oggi.

 

Cosa arriva prima: De André e il cantautorato, la trap o l’indie? Quale è la storia degli ascolti che ti hanno formato per arrivare a quello che fai oggi?

"Beh, io nasco certamente come appassionato di De André e come conoscitore – come tutti ormai, perché impossibile non farlo – della musica trap e della musica indie. La mia idea è quella di partire da quello che conosco bene, la musica cantautoriale del Novecento e cercare con questa di dire quella cosa che, al tempo, è stata chiamata “nuovo cantautorato”. Il mio progetto è uscito da quel tentativo di mettere insieme quei due mondi."

Parli di due mondi abbastanza eterogenei. Da un lato c’è tutta una tradizione – che potremmo definire “colta” – caratterizzata da un certo impegno ideologico e poi l’indie o la trap. Molti di quegli artisti sembrano decisamente votati al disimpegno. Come conciliare le due cose?

"In realtà non ci sono riuscito davvero nel senso che il “successo” del progetto deriva proprio dal fatto che le due cose siano difficilmente conciliabili. Il sentimento di stranezza che fa dire “che cosa interessante deriva proprio dal fatto che questi due mondi sono concepiti come incomunicabili."

La canzone in sé poi è costituita – per dilla alla De Gregori – da testo, musica e intenzione. Tu prendi canzoni di altri e le stravolgi, soprattutto nelle intenzioni. Come ti avvicini ai lavori altrui?

"All’inizio sono partito da canzoni che “conoscevo” ma da esterno, perché sono quelle che erano diventate più famose e molto più virali. E le conoscevo proprio per questo, perché erano virali. Poi avvicinandomi di più al genere, diciamo che oggi sono un medio conoscitore di questo mondo e riprendo quelle che mi fanno intravedere qualcosa oltre: cioè quelle canzoni che dico “Ah, potremmo leggerla in questa maniera”, che magari è assurda o non subito alla mano. Alla fine il risultato può essere interessante o anche solo divertente, come Vendetta Vera (ispirata a all’omonimo di TruceBaldazzi ndr) che era una sorta di scarico di rabbia verso i professori del povero Truce e l’ho fatto diventare una sorta di inno all’amore."

Parli di figure “discutibili” come Truce, Bello Figo. Che visione hai di gente come loro ma anche di artisti più “educati” come Coez?

"Da ascoltatore esterno confesso che li guardavo un po’ con sufficienza anche se poi entrandoci bene dentro ho anche scoperto anche degli artisti interessanti."

Hai pubblicato un disco di inediti, si chiama “Themagogia”, perché questo titolo e perché proprio la scelta di queste canzoni?

"Il titolo è un gioco di parole tra il nome d’arte e la parola “demagogia”, questo perché faccio i miei interessi ma faccio vedere, do l’impressione di fare gli interessi del popolo. Faccio i miei interessi nel senso che la musica del disco, se non cantautoriale, non è certamente la trap. Però cerco di dare l’impressione di fare canzoni trap, quindi do al popolo quello che vuole ma faccio tutt’altro. I brani sono tutti quelli che io non ho semplicemente coverizzato ma che ho completamente riscritto, quindi sono degli inediti a tutti gli effetti tranne Habibi che ho tenuto per motivi 'sentimentali'."

A proposito di pubblico, che tipo di pubblico hai? Amanti della trap, curiosi, come lo percepisci?

"Lo percepisco tanto soprattutto dai messaggi che mi arrivano dopo i concerti, magari mi scrivono su Instagram e andiamo avanti a parlare se rispondo. In realtà sono abbastanza variegati: c’è l’amante della trap che vede un nuovo modo di intendere la sua musica, c’è il fan di De André che odia la trap e dice "Ah fagliela vedere a quelli”. Poi c’è chi ascolta tutti e due, chi non conosce nessuno e prende il progetto solo per quello che è. Molto vario, dalle quindicenni alle settantenni."

Settantenni nei tuoi concerti?

"Sì perché molti vengono credendo che ci sia il tributo a De André e poi ci ascoltano e magari dicono “Ah, però!”. È successo davvero, ero di fuori e ovviamente non mi hanno riconosciuto e mi hanno chiesto: “è qui il tributo a De André?”. Io gli rispondo: “No, non esattamente”."

A proposito di concerti, cos’hai in programma?

"Dal marzo del 2018 a domenica scorsa, tranne qualche pausa abbastanza breve, ho sempre fatto i concerti in giro per l’Italia. Adesso, ma già dalla scorsa estate, mi sto concentrando sulla fase di scrittura e in realtà verso novembre dovrebbe partire un progetto che non posso ancora annunciare ma che mi verrà impegnato in un contesto inedito."

Per inedito intendi canzoni ispirate alla trap o l’indie totalmente riscritte o qualcosa di tuo e più personale?

"Sto cercando di spostarmi e sperimentare il più che posso. Ovviamente il progetto non può rimanere incastonato e immobile in quello che faccio oggi. Anche perché poi stanca le persone ma soprattutto stanca me. Quindi per il momento spazio un po’ e vedo tutto quello che posso fare e cerco di farlo."

Le tue canzoni però sono in gran parte inedite. Tu riscrivi totalmente la musica così come il testo. Diciamo che quelle cui ti ispiri restano solo una sorta di “canovaccio”?

"Esatto, la canzone originale è un canovaccio delle volte anche meno. Ci sono canzoni molto corrispondenti, tipo La ballata dell’ambulanza in cui ogni strofa fa riferimento a una strofa precisa dell’originale, quindi il legame è molto forte ma se non hai sotto mano il testo di Young Signorino non capisci di cosa stiamo parlando. Ci sono poi altre canzoni, come quella dell’affitto o Britannico, sono talmente distanti che dire che sono canzoni riscritte è già eccessivo. Sono canzoni diverse, è come se fosse stato dato un tema e la Dark Polo l’ha svolto in un modo e io in un altro."

 

   Matteo Palombi - Onda Musicale

 

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