12 Novembre 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Mercoledì, 23 Ottobre 2019 09:15

Corrado Campestrini: intervista all'autore del romanzo "Nel nome di Alice"

Corrado Campestrini: intervista all'autore del romanzo "Nel nome di Alice"
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L'autore Stefano Leto


Corrado Campestrini, nasce a Trento nel 1969. Sposato da 21 anni con Giulia Forti, padre di Davide (19 anni) e Annachiara (16 anni), entrambi studenti e giocatori di pallamano. Vive a Pressano di Lavis. Laureato in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Trento, lavora attualmente presso la Cassa Rurale Lavis – Mezzocorona – Valle di Cembra con la qualifica di Vice responsabile area crediti.

Ex giocatore di calcio a livello dilettantistico (con militanza nel Gardolo, nell’Aldeno e nell’Aquila Trento), ora si limita a qualche corsetta fuori porta, noie muscolari e acciacchi vari permettendo. Il tempo libero, al netto delle priorità famigliari, viene però quasi interamente occupato per la lettura e la scrittura. Unico cruccio, non aver mai imparato a suonare la chitarra. "Nel nome di Alice"  è il suo primo romanzo.

Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto alcune domande.             

 

Sabato scorso in cinque scrittori trentini vi siete riuniti per presentare i vostri libri. Come e quando è nata questa idea e cosa pensa di questo contatto con la gente in un luogo suggestivo e rappresentativo per la città di Trento come il Museo Diocesano?

"L’idea iniziale è venuta, ancora nei primi mesi del 2019, a Marco Ianes, uno degli scrittori che ha partecipato assieme a me all’evento di sabato pomeriggio. Nel corso dell’anno, poi, l’iniziativa si è sviluppata, sempre per merito di Marco, prendendo forma e sostanza fino alla sua effettiva realizzazione nella bellissima location della sala degli arazzi del Museo Diocesano. Si è trattato di un vero e proprio esperimento - ci spiega lo scrittore trentino - che portava con sé diverse incognite, prima fra tutte l’incertezza circa l’effettivo interesse e consenso che un tale evento avrebbe potuto riscuotere tra la gente. Devo dire che l’affluenza di pubblico è stata senz’altro soddisfacente. Nell’arco delle quattro ore a disposizione abbiamo effettuato tre presentazioni ciascuno, uno di seguito all’altro, della durata di circa dieci/quindici minuti a testa. Al termine delle presentazioni, poi, spazio al dialogo con le persone presenti, libere di porre domande, togliersi qualche curiosità, acquistare le copie dei libri. La modalità di svolgimento dell’evento è stata secondo me azzeccata, perché siamo riusciti ad avere sempre la sala discretamente piena con pubblico sempre diverso. Un “format” senz’altro da ripetere. È stata quindi senz’altro una bella esperienza, anche perché si è subito creata una bella intesa ed una buona sintonia con gli altri quattro autori, che voglio di seguito ricordare: Maurizia Scaletti, autrice di “Tutta la vita davanti”; Angelica Tarabelli, autrice di “Metodo globale di autodifesa femminile”; Marco Filippone, autore di “Il calzino spaiato” e Marco Ianes, autore di 'Il nuovo mondo'".

 

Quando nasce in lei la passione per la scrittura?

"La mia passione per la scrittura, così come quella altrettanto grande per la lettura, ha origini lontane. Dobbiamo indietreggiare nel tempo fino al periodo delle elementari (metà anni 70’). Il mio maestro di allora, Flavio Vadagnini, era, per quell’epoca storica, un innovatore, sia per il metodo di insegnamento rivoluzionario che per il modo con cui si rapportava con noi piccoli alunni. Con lui era un piacere andare a scuola. Ogni giorno lui ci spronava ad usare la creatività, la fantasia, l’immaginazione in mille modi diversi. Ci faceva spesso raccontare di noi, abituandoci a parlare nel gruppo; ci induceva al dibattito in aula, spingendoci ad un confronto costruttivo; ci faceva scrivere le nostre impressioni, le nostre avventure, i nostri pensieri, insegnandoci a cogliere la bellezza delle parole. È da quel momento, ne sono sicuro, che in me è germogliata e ha iniziato a crescere un’attitudine prettamente umanistica che mi ha accompagnato per tutta la vita, nonostante poi la vita stessa mi abbia condotto verso un percorso lavorativo (sono un bancario) totalmente agli antipodi rispetto a tale propensione naturale, la quale è rimasta comunque sempre intatta nel tempo, portandomi alla stesura del mio primo romanzo intitolato 'Nel nome di Alice'."

 

Nella presentazione del suo libro al Museo Diocesano ha raccontato di come, spesso, tragga ispirazione dalla musica. Cosa rappresenta per lei la musica e può spiegarci meglio il concetto espresso?

"Amo la musica, soprattutto quella italiana e soprattutto quella prodotta dai grandi cantautori del nostro paese. Mi riferisco a De Gregori, Vecchioni, Guccini, De André, Baglioni, Venditti, Bertoli, Ruggeri e molti altri ancora. Ho sempre invidiato loro, oltre le doti canore che io non possiedo, soprattutto la capacità di riuscire a raccontare delle storie e far scaturire emozioni mediante un testo così breve come può essere quello di una canzone. E, anche per questo motivo, spesso costituiscono per me fonte di ispirazione. Ma uno più di tutti lo è stato. Roberto Vecchioni. Qualche anno fa questo straordinario “poeta” della musica italiana ha scritto una canzone meravigliosa intitolata “Le rose blu”. Si tratta di un’accorata preghiera rivolta a Dio in un momento difficile della sua vita, in un momento in cui suo figlio stava lottando per arrestare e sconfiggere una malattia. Ebbene, in questa preghiera Vecchioni offre a Dio qualcosa in cambio della salute del figlio malato. Ma non gli offre la sua vita (no, sarebbe “troppo facile”, dice, “perché la vita è tua e quando vuoi te la puoi riprendere”), bensì il suo Contenuto, ossia tutto quello che lui fino a quel momento aveva vissuto, tutto quello che lui fino a quel momento era stato. E in un brano di questa stupenda canzone, Vecchioni dice: “…io ti darò la gioia delle notti passate con il cuore in gola, quando riuscivo finalmente a far ridere e piangere una parola…”. Potente e sublime. È questa la mia fonte di ispirazione continua. Questa “gioia” di far “ridere e piangere una parola”, di far “ridere e piangere una frase” è esattamente la stessa che provo io quando, scrivendo, le parole finalmente si incastrano nel modo giusto e permettono ad una frase di prendere vita, ridendo o piangendo appunto, e di riempirsi di quelle emozioni che fino a quel momento non riuscivo a trasportare sulla pagina davanti a me."

 

"Nel nome di Alice" è il suo primo romanzo. Come è nata questa idea e di cosa racconta il libro?

"L’idea è nata all’improvviso, diverso tempo fa, e in un attimo ha preso forma l’ossatura del racconto, attorno alla quale, nel corso di quattro lunghi anni, ho lentamente costruito il “corpo” e la “sostanza” che hanno trasformato l’idea originaria in un romanzo compiuto. Ciò che mi ha molto sorpreso e anche entusiasmato è stata l’evoluzione della storia, che a volte ha preso delle direzioni impreviste e non pianificate, semplicemente a seguito di un’intuizione o di una sensazione. Scrivere “Nel nome di Alice” è stato molto impegnativo, ma anche divertente ed estremamente entusiasmante. Il romanzo, che è puro frutto della mia fantasia e non si ispira ad alcun fatto di cronaca reale, parla della scomparsa di tre bambini da tre diverse zone del Trentino in momenti abbastanza ravvicinati uno all’altro. Subito si capisce che questi bambini sono stati rapiti. Il fatto, così inusuale per le nostre zone, sconvolge l’opinione pubblica e trova inizialmente impreparate le forze dell’ordine che indagano sulla vicenda. Poi accade un fatto. Ed il rapitore si manifesta agli occhi degli inquirenti. Si accende subito la speranza che il caso possa risolversi in breve tempo, ma non sarà così. Il rapitore non ha lasciato tracce e non esiste alcun collegamento che metta in relazione i tre bambini rapiti. Da lì in poi la trama del racconto si dipana incalzante, con improvvisi colpi di scena, momenti di tensione narrativa, impreviste evoluzioni degli eventi, fino a che Anna, un importante personaggio del romanzo, avrà una brillante intuizione che porterà alla soluzione del caso e alla scoperta di una sconcertante verità. E quando tutto sembrerà finito, beh, non lo sarà veramente…"

 

Quanto impegno ha richiesto la stesura del romanzo e come è riuscito a conciliare, lavoro, famiglia e scrittura?

"La lunga durata della stesura del romanzo (4 anni) è stata un’ovvia conseguenza del poco tempo a disposizione per scrivere. Il lavoro mi occupava (e mi occupa tutt’ora) l’intera giornata, poi una volta a casa la famiglia aveva logicamente la priorità (i miei figli ora grandicelli, 19 anni Davide e 16 anni Annachiara, all’epoca erano più piccini e quindi bisognosi di maggiori attenzioni). Il tempo per scrivere, di conseguenza, si riduceva alle tarde ore serali, oppure al pomeriggio del sabato. E comunque, non sempre quando disponevo di tempo arrivava anche l’ispirazione. Non nego di aver attraversato anche momenti di difficoltà, la classica “crisi creativa” che qualche volta colpisce chi si cimenta nella scrittura di un libro. Ma la mia grande passione e la voglia di vedere ultimata quella storia che ormai sentivo come una parte della mia vita, mi hanno sempre sostenuto e spronato a continuare. Quando ho scritto l’ultima parola del romanzo - spiega Campestrini - sono stato sovrastato da emozioni contrastanti: ho provato una felicità enorme per aver raggiunto il mio traguardo, ma mi ha invaso anche una sottile tristezza per aver terminato un viaggio straordinario. Diciamo però che la prima ha avuto subito il sopravvento e si decuplicata dopo aver ricevuto dall’editore (CurcuGenovese) la conferma della pubblicazione. Il mio sogno si stava avverando."

 

Che progetti ha per il futuro?

"In questo momento sto scrivendo un altro romanzo. In realtà si tratta del rifacimento di un romanzo da me scritto precedentemente a “Nel nome di Alice” e mai pubblicato perché ritenevo avesse qualche difetto strutturale. Ora lo sto praticamente riscrivendo, stravolgendolo quasi completamente ma mantenendo però l’ossatura iniziale, perché l’idea originaria rimane indubbiamente buona, trattandosi di una di quelle intuizioni di cui bisogna fidarsi ciecamente. Poi vedremo se il risultato finale sarà degno di una nuova pubblicazione. Io ci spero. Nel frattempo il computer è tornato a restar spesso acceso fino a tarda ora…"

 

   Stefano Leto 

 

 

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