26 Febbraio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 15 Settembre 2015 15:16

Perdersi lungo le vie del Jazz: intervista a Paolo Fresu

Perdersi lungo le vie del Jazz: intervista a Paolo Fresu
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L'autore


«L’arte è un modo per mettere insieme cose, per mettere insieme persone, suggerire percorsi…Non è mai fine a sé stessa, non è un oggetto da poggiare nel comodino del salotto buono, quanto piuttosto qualcosa da fare e da mangiare immediatamente, da condividere con gli altri… Utopisticamente, l’arte può cambiare l’uomo.»

Si conclude così lo stimolante confronto con Paolo Fresutrombettista e flicornista d’eccellenza, attivo oggi con una miriade di progetti che lo vedono impegnato per oltre duecento concerti all’anno, pressoché in ogni parte del globo. E proprio quell’universo mondo, l’artista di Berchidda lo gira in lungo e in largo, e lo attraversa con musicisti ogni volta diversi, ma con lo stesso strabiliante potere dell’“incantamento” negli occhi e nel fiato… al suono caldo del jazz. 

«”Vinodentro”, al Teatro Antico di Taormina, è un progetto con un’orchestra d’archi; il giorno dopo sarò in Francia col “Quintetto”, per una “lettura classica”; poi parto per il Sud Africa con un musicista cubano e un musicista indiano… Sono esempi di tre tipologie di cose del tutto separate… Il rischio – certo – è quello di non riconoscersi più, di perdersi in questo bailamme di progetti… ma a me piace molto perdermi e la salvezza sta proprio nella possibilità, che ho, di esplorare mondi completamente diversi.»

L’Aquila, 6 settembre 2015. “Giornata storica” di ricostruzione: 600 musicisti italiani, con 110 concerti, su 18 palcoscenici, in 12 ore… A conti fatti, qual è l’immagine che Paolo Fresu si porta dentro di quell’esperienza?

«L’Aquila… ancora non riesco a metabolizzarla, è stata una giornata alquanto straordinaria per la città e per il nostro jazz. Ha portato 60mila persone nelle strade, chiese, piazze… un’esperienza davvero emozionante, indimenticabile. Una giornata storica che si offre a molti significati diversi e pone un punto fermo: il 4 settembre del prossimo anno cercheremo di bissarla… Quanto all’immagine che mi porto adesso, è triplice. Una è quella di due giorni prima, quando siamo arrivati a L’Aquila. La sera siamo andati a cena ed era un’immagine quasi spettrale, di una città completamente svuotata, con questo cantiere a cielo aperto… L’altra, ovviamente, è l’immagine di domenica, straordinaria: le 60mila persone, la gioia di condividere il nostro jazz, la musica e… le strette di mano degli aquilani… non riuscivo più a camminare, perché, a ogni movimento, c’era sempre qualcuno lì a dirci: “Grazie!”. Infine, l’immagine del giorno dopo ancora… quando, facendo un ultimo giro, poco prima di partire, ho rivisto la città così come mi si era presentata dinanzi all’arrivo, ma con la sensazione che fosse cambiato qualcosa… Ecco, ci piace pensare che il 6 settembre 2015 abbia aggiunto una pietra alla ricostruzione.»

Da una crescita “quasi sotterranea” al jazz “come pilastro della nostra cultura”. Realtà del presente fra le dita, che tipo di società stiamo edificando?

«Stiamo provando a edificare una nuova cultura, una cultura del presente. Questo paese si porta dietro un fardello molto pesante e ingombrante, che è quello della cultura dell’arte, della musica, della letteratura… e questa cultura, ovviamente, va difesa, salvaguardata, va restaurata ogni giorno… ma non bisogna rimanere troppo ancorati al passato. C’è questa idea imperante che tutto quello che è passato vada preservato, perché importante, e che il presente invece conti poco… Be’, io sono convinto che il nostro presente è importante quanto il passato, nel senso che è proprio il presente a garantire il futuro… Se non crediamo nel presente, automaticamente, non infondiamo fiducia nei nostri giovani che saranno i nuovi Bach, i nuovi Jimi Hendrix di domani… Il jazz, poi, è una musica contemporanea, cioè una musica del presente, e – in quanto tale – va difesa, perché fa parte del nostro DNA, è il pilastro della nostra cultura

Time in Jazz”: i luoghi, le atmosfere, la gente… visti con gli occhi di un trombettista. Come sono cambiati questi anni?

«È cambiato molto! Il jazz è una musica spugnosa e, allo stesso tempo, curiosa. Non è una musica avulsa da tutto quello che sta accadendo… Quello che facciamo a Berchidda è usare la musica come possibilità di indagine su tutto quello che le sta intorno… Si tratta, non solo della responsabilità, ma anche del compito di “seminare” nel luogo giusto. Si lega perfettamente alla nuova necessità – di oggi – di creare una cultura che sia “commestibile”, intesa anche come capacità di produrre buona economia… Ecco, per me, fare un festival di jazz, soprattutto in un luogo come il mio, in un’isola come la Sardegna, significa tutto questo… Quanto al tempo, nel 2017 Berchidda compirà 30 anni di vita… e non sono pochi.»

Berchidda: la possibilità di organizzare concerti anche in posti non convenzionali, come l’idea del concerto a bordo di un aereo o sopra il treno… Da cosa è data la “stranezza” dei luoghi?

«I posti sono infiniti: ho suonato sugli alberi, su una ciminiera di Ottana (NU), sull’acqua; ho suonato appeso a un filo, buttato giù da un campanile… La stranezza dei posti non consiste tanto nell’essere più o meno con i piedi per terra o con i piedi per aria, perché, alla fine, possono essere “strani” anche i posti più normali… Tutto dipende, poi, dalla qualità del pubblico, dalla qualità del luogo… Il sogno è quello di suonare in posti incredibili… e, negli anni, ne abbiamo fatti tanti, come il teatro di Cartagine, di Cagliari, o i luoghi romani e punici della Sardegna… E poi ancora i teatri tradizionali, come quello alla Scala di Milano, il Petruzzelli di Bari, il teatro “de l’Œuvre” a Parigi, o i grandi teatri del mondo… Ma l’emozione più grande, per me, è quando si suona in un posto come il Teatro Antico di Taormina, che è un luogo strabiliante… Ecco, l’emozione tangibile è proprio quando ti relazioni con la potenza di quei luoghi, che è una potenza data dall’immensità della natura, è qualcosa di mistico. Poi, se ci pensiamo bene, la musica sta nell’aria, ancor prima dei luoghi… È questa la verità!»

Paolo Fresu Quintet, Emi-Blue Note 2006. Cos’è che conserva ancora il potere dell’”Incantamento”? E, per contro, qual è l’abitudine che più ti spaventa?

«Il potere dell’incantamento lo conserva quell’incredibile fiducia di ciascuno nei confronti degli altri. Il “Quintetto” esiste oramai da 32 anni, credo che sia una delle formazioni più “antiche” del jazz italiano, forse addirittura del jazz europeo e non solo… Con i “ragazzi” ne abbiam fatte di cose insieme, eppure c’è sempre quella voglia di stupirsi, di guardare le cose con molta semplicità… Si tratta di un incantamento perenne, reciproco, che fa sì che – ogni giorno – ci sia quella voglia di ritrovarsi. Non ci siamo mai annoiati! Quanto all’abitudine che più mi spaventa, è proprio l’abitudine. Il rischio della noia, della ripetitività, del “mestiere”… esiste, ma uno degli stratagemmi per non caderci dentro è quello di lavorare con tanti musicisti diversi: mi piace l’idea di cambiare musica tutti i giorni, di suonare, ora con un gruppo, ora con un altro… perché mi da l’energia per vedere – ogni volta – le cose da un diverso punto di vista.»

Se dico Sociart Network, tu dici…

«… La mia idea di fare arte…»

 

(intervista realizzata da Gino Morabito e pubblicata su www.socialnetwork.com)

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