12 Dicembre 2019
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Lunedì, 03 Aprile 2017 14:38

Recensione di "Radical Action" dei King Crimson

Recensione di "Radical Action" dei King Crimson
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L'autore Redazione


Radical Action (to Unseat The Hold of Monkey Mind) è un triplo live album (3cd + 1Br e, nella Limited ed., + 2Dvd), che raccoglie le esibizioni del tour 2015, tra Regno Unito, Canada e Giappone, privilegiando lo spettacolo del 19 dicembre, allestito a Takamatsu, capoluogo della prefettura di Kagawa.

Il Re Cremisi, alias Robert Fripp, chitarrista e compositore per il quale è appropriato scomodare l’aggettivo “geniale”, ha allineato musicisti e performer di grande valore, partendo dall’accostamento inconsueto di tre batteristi: Gavin Harrison (ex Incognito e Porcupine Tree), Bill Rieflin (ex Minisrty e Swans, qui episodicamente anche alle tastiere) e Pat Mastellotto (ex Mr.Mister, nel “progetto” già da “Vroom” e “Thrak”).

La voce, nonché seconda chitarra, è Jakko Jakszyk (ex Level 42, qui anche al flauto). Ci sono poi il fedele bassista Tony Levin (anche allo stick, membro stabile da “Discipline”) ed il redivivo Mel Collins ai fiati (sassofoni e flauto, attivo da “In The Wake of Poseidon” a “Islands” e anche nei Camel).

Fripp ed affiliati, in questa occasione, scrivono una bella pagina di storiografia. Quanto alla storia, quella l’avevano già fatta.

I King Crimson, più che una band, sono infatti un modo di fare ed intendere la musica, un paradigma, un evento topico del Progressive Rock (inglese e non). Negli anni settanta, hanno oltrepassato i canoni del Rock, di sopra, di sotto e di lato, con la loro sperimentazione Jazz, Progressive ed il libero suono (con elementi di classica e avanguardia), costruendo architetture sonore maestose, granitiche, vertiginose, visionarie, pittoriche, iperreali, estraniantesi via via dall’automatismo psichico e dall’inconscio per svelare, al di là degli schemi del tempo e dello spazio, i lati misteriosi, arcani e rumorosi dell’universo. 

In The Court of the Crimson King” è un album spartiacque, epocaleLark’s Tongues In Aspic e Red sono autentici capolavori. “In The Wake of Poseidon”, “Lizard”, “Islands” e “Starless And Bible Black” sono meravigliosi nella loro poetica suggestiva e metamorfica. Negli anni ottanta si erano reiventati a lato della New Vawe, coniugando lo sperimentalismo alla melodia, con sonorità elettro-funky, intrecci di chiarra cerebrali e ricorrenti minimalismi.

Il parto essenziale fu “DisciplineNei novanta e negli anni zero han ripreso il loro corso tra calligrafismo, tecnicismo, potenza, enfasi/abuso del loro lato hard, con minor ispirazione, ma rigore immutato. Gli album non eguagliano la bellezza e i fasti del passato.

Questo concerto, in un periodo pesantemente inflazionato dalle pubblicazioni di “live cremisi”, si presenta interessante e sotto forma di “Virtual Live Studio”, ove i nostri musici sono stati immortalati nella loro esecuzione, tra perizia ed arte, in altissima fedeltà. L’esclusione successiva del pubblico, in sede di missaggio, getta nuove prospettive sulle canzoni e affida singolarmente all’ascoltatore il personale modo di esserne fruitore. Del resto, l’esperienza insegna, non può essere altrimenti: ai concerti dei Crimson si ascoltano due cose: il silenzio del mondo e loro che suonano. Emergono, una volta in più, il virtuosismo ed il perfezionismo di Fripp. 

La sua scienza sonora, calcolata, precisissima, non è asettica, né scevra di cuore ed anima; è maestria fuori dal tempo, certamente lontana dalla contemporaneità. Personalmente nella musica il momento creativo è quello che più mi affascina. Con Fripp, invece, esso va di pari passo con l’esecuzione. L’una è lo specchio dell’altra, senza più riconoscersi dissimili o separate. Uno specchio in movimento. Se i Beatles avevano fatto dello studio di registrazione un nuovo strumento, Fripp ha fatto del live una nuova sala di incisione.

Così, a tinte forti, la geometria euclidea applicata ai suoni da Fripp e soci, manda bagliori. L’algebra musicale scandisce le note, a grappoli, distillandole in immagini ed evocando passioni essenziali. I gesti, prolungati nei suoni, non sono mai fuori posto, nei vuoti, nei pieni, nei contrasti dinamici, negli stacchi marcati tra canzone ed improvvisazione, che replica l’originale complessa partitura, in tutta la sua ricchezza di arrangiamenti e in tutta l’eleganza degli intrecci.

L’ascoltatore viene condotto per mano fino a mozzargli il fiato, a commuoverlo, e fino a sentir di “sbaragliare la resistenza della mente di una scimmia”. La regalità del fare musica, la radicalità dei gesti e i cromatismi lampanti.

Qui il piacere uditivo è ai massimi livelli, mistico e totalizzante. L’esecuzione è così fedele e cristallina che ad ogni accordo, ad ogni nota, “frame by frame”, ci si interroga se quello che avverrà subito dopo è esattamente quello che ci si aspetta, e si desidera.

La scaletta è azzeccata per la presenza massiccia di classici dell’âge d'or, ‘69-‘74, inframezzati da vari inediti, non superflui, ma onesti e dignitosi, come i “Radical Action”, “ I e “II, le abbondanti sezioni di batteria, e, anche in ragione, della sparuta comparsa di pezzi relativi al ventennio 1990-2010. Peccato, invece, per l’esclusione in toto della fascia anni ottanta, “raccolta” però e “coagulata”, in qualche modo, nel nuovo brano dal titolo Meltdown” (citazionista certo, ma affabile). Il canto di Jakko Jakszyk, da par suo, non regge il confronto con Greg Lake, nei superclassici dalla prima ora, ma nemmeno col Wetton di “Red”, mancano l’epica ed il lirismo di quello, la nonchalance ed il magnetismo di questi; pur tuttavia Jakszyk esprime al meglio se stesso, nei brani ex novo e si supera in “Peace”. La musica è splendida ed avvolgente: “Red”, “One More Red Nightmare” sono avvincenti e nodose.

Vengono, poi, servite “Le lingue di allodola in gelatina” più buone del Jazz Rock, scialacquati “Soldi facili”, fino a toccare i vertici del lirismo con “Epitaph” (marziale ed epico), “Starless” (universale) e “Peace” (terreno ed interiore); infine ci coglie l’apoteosi del chitarrismo abrasivo, le dissonanze e i cambi di velocità esasperati, a 12/8, di “21st Century Schizoid Man”.

Non c’è manierismo, ma il piacere di ascoltare la riedizione filologica, dal vivo, di brani impareggiabili, non scalfiti dal tempo, che attraversano la storia della musica e sono entrati a far parte delle vicissitudini personali e collettive. Nelle line introduttive, Fripp insinua, bieco, come “se il suono live non renda fedelmente il suono prodotto dagli strumenti, nemmeno la registrazione in studio possa farlo”, così l’esecuzione diventa gesto unito al suono, in una misura intensa, palpitante, indispensabile, cromatismo nutrito di lampi e di attese.

Sapienza è intendere le cose come sono, ma nell’amore. E si comprende solo quello che si ama.

"The rusted chains of prison moons
Are shattered by the sun.
I walk a road, horizons change
The tournaments begun.
The purple piper plays his tune,
The choir softly sing
Three lullabies in an ancient tongue,
For the court of the crimson king."

Traduzione.

"Le catene arrugginite di prigionie lunari
Vengono fatte a pezzi dal Sole.
Io cammino lungo un sentiero, gli orizzonti cambiano.
Il torneo è iniziato.
Il pifferaio purpureo suona il suo motivo. 
Il coro morbidamente canta
Tre ninnananne in una lingua antica, 
Per la corte del Re Cremisi."

(fonte: link)

 

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