26 Maggio 2019
Magazine di Musica e Spettacolo
Martedì, 21 Giugno 2016 15:22

Recensione “Alieni” di Geddo

Recensione “Alieni” di Geddo
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L'autore Vanni Versini


Il disco di oggi è “Alieni” di Geddo, terzo lavoro del cantautore ligure dopo i precedenti Fuori dal comune del 2010 e Non sono mai stato qui del 2013, in cui le 14 canzoni ci narrano le piccole storie degli alieni quotidiani.

Ad ogni modo, il disco si apre con “Chiaro” i cui accordi ci accompagnano in un mondo di insicurezze, sentimentali e non, in cui “non riesco ad essere chiaro come sempre quando dico non fa niente”.

Lampi di settembre è invece un pezzo più allegro e scanzonato e con un ritmo decisamente coinvolgente. Ad impreziosire il brano sono gli interventi di flauto, in vago stile Jethro Tull, ed hammond conferendogli tinte anni ’70.

In Due tornano gli interventi di hammond e synth accompagnati dagli accordi della chitarra e da una delicata sezione d’archi.

La voce di Geddo, inoltre, qui ci narra della difficoltà di stare assieme, di stare in “due” insomma. “Due frasi, due lunghi discorsi, due mani sinistre, i due universi” questi sono i mondi di due persone diverse che, quando vengono a contatto, spesso rimangono due veri e propri universi paralleli.

Cammina cammina ha dei rimandi a Bob Dylan con l’armonica a bocca, ma anche con la voglia di non fermarsi alle apparenze ed a tutto quello che ci viene spacciato come bello e vero in questa vita.

Non per niente “si impara in ogni luce” gettata dai personaggi che si incontrano nello strano percorso che è la vita. Tra “quello che si fa il culo dieci ore al giorno” ed il “padre di famiglia con un sacchetto di bugie” l’unica via è continuare a camminare. Il violino ed il banjo degli ultimi secondi chiudono il brano in bellezza con un sapore decisamente bluegrass.

Paolina una storia con una ragazza più giovane finita male, uno sbaglio estivo dettato da una “bottiglia”. Ma c’è sempre un rimpianto, “senza te tutto è troppo grigio, troppo normale”, da entrambe le parti. Il danno però è fatto, “Paolina” è incinta.

Atmosfere più elettriche aprono Portami a casa. Gli accordi lasciati risuonare ed i giri di batteria invogliano ad una piccola distrazione, “portami a casa stasera, fammi ridere un po’”, senza troppe pretese.

La casa è piccola, così come la notte in cui si svolge il tutto. Veramente una gran bella canzone che va ascoltata più di una volta.

Il travolgente giro di basso ci porta nel mondo degli adolescenti di Un altro giorno. Giorno che non è altro che una “bugia”.

Verdura cotta, tovaglia a scacchi, il tg1 e il meteo a tutto volume, medicine e bicchieri da osteria sono le Briciole di questo brano. Come una sorta di moderno, e gucciniano, Il pensionato questa è la descrizione della vita di un anziano come tanti.

Magari è proprio accanto alla vostra porta di casa mentre sta portando fuori il cane. Tristi accordi sorretti dalla voce sono le basi di “Non dirmelo. Una sorta di paradossale solitudine tra profili, diari e fotografie che ci collegano con tutti, ma solo sul web.

Chloé” è la canzone commissionata a Geddo dalla compagnia teatrale “I sani da legare per la messa in scena dello spettacolo Più vera del vero di Martial Courcier  (2001).

Un misogino si innamora di una donna robot che contraccambia le emozioni dell’uomo. Purtroppo questo va contro i principi della ditta che la disconnette. La canzone parla di questo momento e del desiderio di dire “l’ultimo ti amo”. Semplicemente commovente.

Per ciò che mi riguarda si caratterizza per delle sonorità più soffuse che si incontrano con il jazz. Un testo stranamente sarcastico e, quasi cattivo, accompagna le note ritmate dalle scale e dalla batteria. Si trovano dei rimandi a Chiaro in La ragazza senza dubbi che colpisce per la sua tenerezza, ma è in Alle bionde piace il noirche si sorride un po’.

Sia dal punto di vista musicale, più ritmato e con echi elettrici, che il testo, le avventure del buffo Ispettore Calcagno opera di Maurizio Pupo Bracali, questa canzone saprà colpire ogni spettatore anche se non conosce il personaggio in questione.

Personaggi e situazioni improbabili al limite tra realtà e fantasia marinara. Oro e sangue chiude in bellezza l’album per la sua intimità e dolcezza. Tornano le sonorità bluegrass/country che si incontrano con quelle del Dylan più nostalgico al piano.

A queste si uniscono gli archi nel finale per farci scendere una lacrima, una lacrima per quelle persone che, anche solo per un istante, hanno contato qualcosa. Un po’ come Mi manchidi Roberto Vecchioni.

A questo punto, che dire di questo disco? Un disco pieno, per dirla alla Francesco Guccini, di “carambole lessicali”, ma non per questo vuoto di contenuti e di emozioni.

Questa è la musica di cui abbiamo bisogno adesso, un ascolto decisamente consigliato e, soprattutto, da ripetere.

 

Vanni Versini – Onda Musicale

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