Intervista a Francesco Lenzi, fuori con il singolo “Con un po’ di fortuna”
Esce “Con un po’ di fortuna”, il nuovo album di inediti. La title track è il singolo in radio. Sette canzoni tra ricordi, affetti e distanze invisibili: storie, immagini ed emozioni diverse che trovano casa nello stesso universo musicale.
Nel tuo nuovo singolo racconti un amore che vorrebbe proteggere, accompagnare e continuare a essere presente, pur sapendo di non poter controllare il futuro. È un sentimento che va oltre il rapporto genitore-figlio e che può riguardare qualsiasi legame importante. Quale riflessione vorresti lasciare a chi ascolta questa canzone?
Con un po’ di fortuna” nasce da una domanda che, credo, ogni genitore prima o poi si pone: come si fa ad amare un figlio senza voler decidere al suo posto? Vorremmo proteggerlo da tutto, indicargli la strada giusta, risparmiargli gli errori. Ma amare davvero significa anche capire che non avremo mai in mano la mappa del suo futuro. Possiamo tenere una luce accesa, per un tratto di strada, ma non possiamo camminare al posto suo.
La canzone parla soprattutto delle mie figlie, ma quel sentimento può attraversare ogni legame importante. Quando vogliamo molto bene a qualcuno, la tentazione è metterlo al riparo dal mondo, quasi sotto una campana di vetro. Ma la cura più vera, forse, è un’altra: restare sulla soglia con la porta aperta, pronti ad accogliere senza trattenere. Vale per una persona amata, per un amico, per un fratello. E vale soprattutto per i figli: un genitore deve educare, indicare dei limiti e, a volte, dire dei no; ma può farlo senza spegnere la voce, i desideri e lo spazio dell’altra persona.
Per me il rispetto è il punto da cui tutto comincia. Rispettare gli altri, ma anche imparare a rispettare sé stessi: ciò che si sente, ciò che si è, ciò che si sogna di diventare. Nella vita siamo tutti un po’ ciechi in un labirinto. Possiamo impegnarci, prepararci, essere coraggiosi, ma abbiamo comunque bisogno di incontri, di amici, di occasioni e di quella piccola parte di fortuna che non dipende da noi. L’augurio è che ciascuno possa cercare la propria strada senza sentirsi solo, e trovare accanto a sé qualcuno che non voglia guidarlo dall’alto, ma camminargli vicino.
Nel comunicato parli di ricordi, paura di perdere qualcuno, distanze invisibili e della bellezza di sentirsi finalmente nel posto giusto accanto a una persona che ci ama. La musica è per te anche uno strumento per elaborare ciò che nella vita quotidiana facciamo fatica a dire?
Sì, per me la musica è il luogo in cui riesco ad avvicinarmi alle cose che, nella vita quotidiana, non so dire fino in fondo. Ci sono emozioni così fragili che, se provi a spiegarle a voce alta, fuori da una canzone, rischiano di rompersi, di diventare troppo piccole o addirittura invisibili. Il suono, invece, è una specie di barriera invisibile: le protegge e permette loro di volare nel mondo senza perdere la loro delicatezza.
Per questo nelle canzoni parlo delle mie paure, come la paura di perdere una persona che sai non potrà esserti vicina per sempre. Ma parlo anche della gioia: dell’amicizia, dell’amore, dei figli, di tutti quei legami che ci fanno sentire meno soli. Non cerco di raccontare la mia vita come fosse un diario; parto da qualcosa che conosco e provo a trasformarlo in un’immagine in cui anche altri possano riconoscersi.
“Il pipistrello” nasce proprio da questa idea. Il pipistrello è un animale che spesso viene visto come strano o perfino spaventoso, e per questo può diventare la metafora di chi si è sentito fuori posto, non abbastanza bello, sicuro o simile agli altri. Ma quando incontra qualcuno che sa guardarlo davvero, può sentirsi finalmente nel suo elemento: come un pipistrello nel buio, dove sa muoversi e non deve più difendersi.
Credo che ogni persona veda il mondo in modo diverso. La cosa più bella è trovare qualcuno con cui quel modo di guardare riesca almeno un po’ a incontrarsi. Per me la musica serve anche a questo: dare forma a ciò che sembra invisibile e ricordarci che, dentro le nostre paure e le nostre stranezze, possiamo ancora essere compresi e amati.
C’è una frase della tua biografia che colpisce particolarmente: “Una vita non si può allungare, ma si può allargare”. Che cosa significa per te questa affermazione e in che modo si riflette nel tuo percorso artistico e nelle storie che scegli di raccontare?
Quella frase nasce da una paura molto semplice e umana: sapere che il tempo passa e che la vita non è infinita. Non possiamo davvero allungarla, ma possiamo allargarla: darle più incontri, più prospettive, più stanze in cui vivere.
Per me ha significato uscire dalla mia città, vivere negli Stati Uniti — prima in Virginia e poi in Michigan — e oggi in Germania, insieme alla mia famiglia. Non è soltanto cambiare Paese: è incontrare persone con storie, abitudini e modi di pensare molto lontani dai miei. Parlare con loro non fa sparire le distanze, semmai le rende più visibili. Ed è proprio questo il bello: non penso che siamo tutti uguali, e la diversità rende la vita più grande e più appassionante.
Da bambino leggevo moltissimi “Topolino”, compresi quelli della grande collezione del mio babbo. A un certo punto mi preoccupai: se ogni settimana esce un nuovo numero, prima o poi finiranno le storie da raccontare. I miei genitori mi risposero di stare tranquillo, perché le storie da raccontare non sarebbero mai finite. È una frase che mi è rimasta dentro.
Anche le lingue fanno parte di questa scoperta: l’inglese mi porta verso una scrittura diversa e persino il tedesco, che sto ancora imparando, mi fa intuire nuove forme possibili. I luoghi e le lingue non decidono ciò che penso, ma cambiano la cornice in cui il pensiero appare. Forse ogni viaggio mi ha lasciato un Francesco leggermente diverso; la cosa bella è che tutti questi Franceschi, invece di allontanarsi, continuano a darsi la mano.









