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Intervista esclusiva – CastHell Festival – Organizzatori festival e panoramica evento

concerti ed eventi a CastHell 2026

CASTHELL FESTIVAL 2026: MUSICA INDIPENDENTE, DIRITTI E IDENTITÀ DAL BASSO AI PIEDI DEL CASTELLO DI MALPAGA

Tra le mura suggestive del Castello di Malpaga e l’area feste di Cavernago, il CastHell Festival torna dal 3 al 5 luglio con una nuova edizione che conferma e rafforza la sua identità: un festival indipendente che rifiuta le scorciatoie del mainstream per costruire uno spazio culturale fatto di musica, partecipazione e consapevolezza.

Tra line-up trasversali, attenzione al territorio, chilometro zero e un forte legame con tematiche sociali e civili, CastHell si muove sempre più come un organismo culturale prima ancora che come semplice evento musicale. Un festival che prova a tenere insieme scena underground, attivismo e comunità locale senza semplificazioni, cercando piuttosto un equilibrio fragile ma necessario.

In questa intervista agli organizzatori proviamo a capire cosa significhi oggi mantenere davvero indipendenza, come si costruisce un festival che non vuole essere neutrale e quali tensioni attraversano un progetto che cresce senza perdere la propria identità.

Sito ufficiale: www.casthellfestival.com

CastHell nasce nel 2025, in un momento in cui i festival sembrano moltiplicarsi ovunque. Qual è stata l’urgenza reale che vi ha spinto a crearne uno vostro, e cosa non trovavate altrove?

Negli ultimi 5 anni l’effetto positivo del postpandemia ha portato, come dici tu, alla moltiplicazione degli spazi musicali all’aperto e non solo per quanto riguarda il mainstream. Questo però non ha sempre coinciso con una ventata d’aria fresca perché spesso i festival preferiscono puntare sull’usato sicuro proponendo reunion anche improbabili di band del passato senza dare il giusto spazio al presente e al futuro. Non è vero che il rock è morto. Il rock è più vivo che mai. C’è tantissima roba contemporanea fighissima che non viene valorizzata perché è più rischioso rispetto a band già conosciute. Noi sentivamo il bisogno di correre questo rischio e di dare fiducia a chi, non per demerito proprio, non sempre la riceve. E poi organizzare una cosa con gli amici e per gli amici è sempre divertente.

Parlate di indipendenza a 360 gradi: musicale, sociale e gastronomica. In concreto, qual è stata la scelta più difficile o scomoda che avete fatto per rimanere coerenti con questa visione?

L’indipendenza per noi vuol dire non accettare scelte imposte dal mercato o tante volte da noi stessi perché sono semplicemente più comode o più facili da reperire. Si dice che il vero cambiamento inizi a piccoli passi. Per noi il rivolgerci a un piccolo produttore di birra, di vino, di formaggio o a un gruppo indipendente o a un’associazione apartitica di persone vuol dire non rivolgersi al grande produttore, alla multinazionale, al major che impone i propri interessi economici facendoli prevalere su quelli artistici o al partito che promette senza mantenere. Sappiamo che nel 2026 la coerenza e l’estraniazione dal sistema in cui viviamo è praticamente un’utopia, ma sappiamo anche che se non proviamo a fare almeno questi piccoli primi
passi, allora cercare di cambiare quello che non ci piace diventa davvero impossibile.

La line-up mescola generi spesso marginalizzati, dal cow punk allo stoner fino al nu metal, evitando nomi “facili”. È una scelta identitaria o anche una presa di posizione contro certe logiche dell’industria live?

Entrambe le cose. Diciamo che ci piace l’idea di dare la possibilità ai fruitori di musica di conoscere anche cose diverse per farle crescere dal basso e in questo modo infastidire chi vede la musica solo e unicamente come un business. Non esistono solo le grandi piattaforme musicali per approcciarsi a gruppi nuovi o a stili diversi, anzi secondo noi non c’è niente di meglio di un’esibizione live coi controcazzi per prendersi un bel colpo di fulmine musicale.

Quest’anno il tema è la Pace, con la presenza di realtà come Amnesty, Emergency e altre associazioni. Come evitate che questi interventi restino simbolici e riescano invece a dialogare davvero con il pubblico del festival?

Noi siamo un’associazione, ma prima di tutto siamo persone, vite ed esperienze. Collaborare con altre associazioni vuol dire per noi dare spazio a queste persone, a queste vite e a queste esperienze di raccontarsi e di essere raccontate. Non c’è nulla di finto, di noioso o di stucchevole in una persona che dedica il proprio tempo per aiutare gli altri o per migliorare il mondo partendo dal basso. Anzi, queste persone hanno solo bisogno di sostegno e di visibilità e noi siamo convinti che il pubblico apprezzerà.

Il legame con il territorio è forte, anche attraverso la scelta del Km zero. In un contesto culturale, questa attenzione è spesso più dichiarata che praticata: come si traduce davvero, nel vostro caso?

Si traduce facendosi 40 km per andare a Ponte Nossa in alta Valseriana per assaggiare dei casoncelli fatti a mano, a Pontida a bere del vino dal piccolo produttore, oppure organizzando una grigliata fra amici per assaggiare la verdura o la carne del fruttivendolo e del macellaio di paese. Non è così faticoso come si possa immaginare

Portare una band come Austin TV accanto a realtà locali è una scelta interessante. Che tipo di dialogo cercate tra dimensione internazionale e scena underground italiana?

Austin TV è un progetto strumentale, i musicisti suonano mascherati eppure sono capaci di comunicare come pochi altri al mondo. Non sono illuminati solo musicalmente ma sostengono tantissime cause e progetti sociali in Messico e appena siamo entrati in contatto è stato amore reciproco a prima vista. Non è stato difficile convincerli a suonare da noi nonostante la sera prima suonino in Croazia a più di 750 km. Un gruppo del genere può essere solo ispirazione per band bergamasche (almeno una a serata) e italiane.

Segnaliamo anche i Parigini Bordelophone che inaugureranno il festival con il loro jazz rock in compagnia di Interludio e Iron Mais. Abbiamo anche una band di giovanissimi, i Vaeva, tutti appena ventenni, a dimostrazione che il rock è tutt’altro che in stato di precaria salute, e affiancarli agli esperti marchigiani Sharks in Your Mouth è un importante segnale di continuità. Tutte le band scelte hanno sposato e capito al volo i principi di CastHell, che non sono fondati su lauti compensi e retoriche mainstream ma sul trattare bene le band, permettergli di esprimersi al meglio e divertirsi facendo divertire il pubblico. L’anno scorso sotto questo punto di vista è andata veramente molto bene e la voce si è diffusa rapidamente.

CastHell si presenta come un’alternativa, non solo musicale. Ma crescere spesso significa anche compromessi. Dove pensate di tracciare il limite, oltre il quale CastHell smetterebbe di essere quello che è oggi?

La speranza è che la gente percepisca la passione con cui un gruppo di amici ha creato qualcosa pensando a sé stessi e anche agli altri e al mondo che ci ospita. Nell’eterna lotta contro il logorio moderno speriamo di creare un’oasi di pace, divertimento e tranquillità ma anche di riflessione, specialmente rivolgendo un pensiero a chi purtroppo, a causa di guerre assurde e profondamente ingiuste, non può godere della nostra stessa fortuna.

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— Onda Musicale

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