9 Agosto 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Giovedì, 23 Aprile 2020 09:26

“Io mi chiamo Artù, ma tutti mi chiamano Semola”: il Medioevo Inglese de La Spada Nella Roccia (1963) [Prima Parte].

“Io mi chiamo Artù, ma tutti mi chiamano Semola”: il Medioevo Inglese de La Spada Nella Roccia (1963) [Prima Parte].
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L'autore Massimo Bonomo


Con il termine di “classici” si intendono quelle opere - romanzi oppure film (questi ultimi spesso tratti dai primi, anche se assai raramente può accadere il contrario) - che sin da subito, com’è avvenuto nella quasi totalità dei casi, hanno fatto breccia nel cuore e nell’immaginario del grande pubblico.

Se pensiamo alla cinematografia, e in particolare ai lungometraggi d’animazione - pensati soprattutto per i bambini, ma anche per le famiglie - la figura di Walt Disney (1901-1966) è certamente la più celebre. A lui va giustamente riconosciuta la straordinaria intuizione di aver trasformato la realizzazione dei disegni animati in una professione vera e propria, stimata oltre che redditizia, dato che i Walt Disney Studios di Burbank (California) sono in attività dall’inizio degli anni Venti.

Durante la sua esistenza Walt Disney riuscì a realizzare ben 18 film: iniziò nel 1937 con il celeberrimo Biancaneve e i sette nani; negli anni della guerra realizzò Pinocchio, Dumbo, Bambi; dopo il conflitto videro la luce Cenerentola, Alice nel Paese delle Meraviglie, Peter Pan, Lilli e il vagabondo, La bella addormentata nel bosco e La Carica dei 101. Titoli conosciuti da generazioni di bambini in tutto il mondo. Nel 1963 - Disney non poteva certamente prevederlo - stava per venire alla luce il suo ultimo lungometraggio: La Spada nella Roccia.

Nella filmografia del maestro dell’animazione le opere a tema storico costituiscono esempi davvero isolati, dato che su 18 film quelli che rientrano in questa categoria sono Robin Hood e, per l’appunto, La Spada Nella Roccia. Se li osserviamo da vicino, notiamo che l’epoca in cui a grandi linee sono collocati è quel Medioevo familiare a chiunque, palcoscenico dove si muovono cavalieri coraggiosi, scudieri fedeli, sovrani tirannici e dame onorate.

I due film in questione condividono il fatto di essere ambientati nello stesso luogo, cioè l’Inghilterra (per essere più specifici, Robin Hood è incentrato su Sherwood e Nottingham, mentre ne La Spada Nella Roccia le avventure vertono sulla città di Londra).

Però vi sono alcune differenze. Se la storia di Robin Hood riecheggia in lontananza dei protagonisti delle Crociate (Riccardo Cuor di Leone), in quella narrata ne La Spada Nella Roccia il racconto rielabora in maniera disinvolta quella materia narrativa che - soprattutto nel XII secolo - creò un legame tra Francia e Inghilterra. Mi riferisco alla cosiddetta “Materia Bretone”, cioè a quella miniera di materiali narrativi i cui personaggi più noti sono Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda, e le cui opere più note sono i romanzi di Chretién de Troyes.

Veniamo ora alla storia raccontata dal film.

Uther Pendragon, legittimo sovrano nonché padre di Artù, muore. La sua morte è quanto di meno opportuno possa accadere, dato che il Paese scivola abbastanza rapidamente in una fase di smarrimento, avendo perso la sua bussola; le nuvole che si addensano sulla Britannia coprono quel sole che prima era così fulgido. La situazione sembra essere sul punto di cambiare nel momento in cui appare per miracolo una spada saldamente conficcata in un massiccio incudine. L’anomalo piedistallo reca una scritta che annuncia che chiunque riuscirà ad estrarla da esso diventerà sovrano del Regno. Numerosi e forzuti personaggi tentano l’impresa, ma non rimediano assolutamente nulla. La spada è inamovibile. Il trono inglese, sino a data da destinarsi, resta vacante.

Dopo un’ellissi temporale, il racconto si sposta sull’incontro - imprevisto e fortuito - tra Artù e Mago Merlino. Artù è un ragazzino di 12 anni, dal fisico gracile e dall’intelligenza vispa, ciò che non è Caio, fratello adottivo in cui la potenza dell’intelligenza è tutta sacrificata a vantaggio di un fisico nerboruto. La famiglia del ragazzino è composta, oltre che da Caio, da Sir Ettore, uomo di mezza età, dalla pancia prominente e dai folti baffi rossi. Tutti e tre vivono in un classico castello circondato da fossato. Artù - che in famiglia chiamano Semola - non viene trattato con gentilezza e amore, dato che serve Caio come scudiero e quando combina qualcosa che a padre e figlio non piace, si becca le cosiddette “note cattive”, punizioni che lo vedono costretto a svolgere compiti noiosi come il lavare quantità colossali di stoviglie, oppure lo strofinare i luridi pavimenti del castello.

L’incontro tra Semola e Mago Merlino avviene durante una battuta di caccia. Caio, che ha avvistato in lontananza un cervo, si appresta a centrarlo con una freccia, ma il ragazzino - senza volerlo - fa fallire il tiro, cosa che fa arrabbiare non poco il fratello. In quanto scudiero, similmente ai raccattapalle del tennis, tocca a lui infilarsi tra gli alberi per recuperare la freccia smarrita. Aggrappato ad un ramo, è sul punto di afferrarla quando precipita sul tetto di una casupola: essendo di paglia, lo sfonda senza fatica. Senza saperlo, è capitato proprio a casa di Merlino. Il Mago, in quanto veggente, ovviamente lo stava già aspettando.

Merlino è un uomo di una certa età, dato che è rappresentato come un vecchio magro e raggrinzito, caratterizzato da una lunghissima barba candida che spesso lo intralcia, rischiando di farlo cadere. Lo si riconosce da lontano perché indossa una lunga veste azzurra, completata da un cappello a punta dello stesso colore.

Intuendo grandi capacità nel giovane, Merlino lo accompagna al castello di Ettore e Caio per perorare la propria causa: Semola, seguendo la sua natura, dovrebbe dedicarsi agli studi.Le armi e i tornei sono un’inutile e pericolosa perdita di tempo. I due padroni di casa sono scettici non solamente riguardo alla necessità di istruire Semola, ma anche riguardo ai poteri di Merlino. Il mago tenta di convincerli scatenando una tormenta di neve nelle sale del castello.  Niente da fare. Prova allora a diventare invisibile, in maniera che si senta solamente la sua voce.

Finalmente i due uomini si fanno convinti del progetto di Merlino: Sir Ettore decide di ospitare in casa sua il Mago, assegnandogli come alloggio la torre più sgangherata e pericolante dell’intera fortezza (in piedi per puro miracolo, verrebbe da dire). L’alloggio è a dir poco precario, dato che la torre rischia di crollare ogni volta che ondeggia, in più ha un tetto pieno di buchi che Merlino deve continuamente tappare con ombrelli.

Una sera nel castello arriva Sir Pilade, amico di Sir Ettore, messaggero di una notizia a dir poco straordinaria: a Capodanno si terrà a Londra un importante torneo cavalleresco. Chi ne uscirà vincitore diventerà nientemeno che Re d’Inghilterra! Ettore, com’è prevedibile, pensa subito a candidare suo figlio Caio, che verrà opportunamente sottoposto a un duro allenamento. Semola, gli viene detto, se si comporterà bene, potrà godere dell’onore di fare da scudiero al fratello.

[continua nella seconda e ultima puntata]

 

    Massimo Bonomo – Onda Musicale

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