5 Agosto 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Mercoledì, 29 Luglio 2020 11:24

Recensione di “Il Grifo e il Leone” (A. Musarra, Laterza 2020)

Recensione di “Il Grifo e il Leone” (A. Musarra, Laterza 2020)
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L'autore Massimo Bonomo


Genova e Venezia. Due città che nell’immaginario comune sono perennemente alle prese con problematiche differenti (proliferazione edilizia eccessiva e difficile situazione dei collegamenti di terra per la prima; invadenza delle grandi navi e difficoltà nel fronteggiare l’insidioso problema della salsedine lagunare per la seconda).

La Superba e la Serenissima - così le definiva il linguaggio di quel mito che esse stesse avevano contribuito a creare e potenziare - non sempre sono andate d’accordo, così come vorrebbe lo stemma della Marina Militare (tralasciamo la complessità sia della questione araldica che del tema delle forme di governo sviluppate dalle due realtà).

In un lungo periodo a cavallo tra Duecento e Trecento le due potenze hanno vissuto in un costante rapporto di tensione, un confronto-scontro acuito dalla conquista veneziana di Costantinopoli nel corso della Quarta Crociata (1204) e deflagrato in ben quattro conflitti, dispiegatisi in un vasto scenario mediterraneo dal 1257 al 1381. Ad aggiornare un panorama storiografico le cui sintesi più complete “risalgono ai decenni a cavallo tra XIX e XX secolo” ci ha pensato - in questo 2020 - lo storico Antonio Musarra (1983), autore per i tipi di Laterza dell’intrigante volume Il Grifo e il Leone. Genova e Venezia in lotta per il Mediterraneo (€ 24).

Musarra, attraverso una prosa assai piacevole e scorrevole (caratteristica che smentisce la classica immagine di cui gode la produzione accademica), riesce a ricostruire un quadro geopolitico che spazia dalle Fiandre all’Estremo Oriente ma la cui vastità in realtà è imperniata sul Mediterraneo, per la precisione su alcuni punti caldi che si occupa di esaminare. Basti solo menzionare lo scenario tirrenico (rilevante nella terza guerra veneto-genovese, quando la flotta veneto-catalana si scontrò con quella genovese nelle acque sarde), quello adriatico (il “Golfo di Venezia”, teatro di importanti battaglie navali nella prima, nella seconda e soprattutto nella quarta guerra veneto-genovese, su tutte la battaglia di Curzola, nel 1298, e l’assedio di Chioggia nel 1380), quello dell’Egeo (teatro soprattutto della terza guerra, a metà del Trecento), quello siro-palestinese (teatro della Guerra di San Saba, il primo duro scontro tra le due potenze, a metà Duecento, preludio della guerra iniziata nel 1264) e quello del Mar Nero (quest’ultimo si aprirà per Genova soprattutto nel Trecento come spazio di notevoli opportunità di profitto, dato che la rivale le aveva sostanzialmente sottratto buona parte dell’area mediorientale).

Da questo rapidissimo elenco si comprende come i punti caldi interessassero la maggior parte del mare a noi italiani più familiare. Perché questa tensione nei rapporti tra la Città di San Giorgio e quella di San Marco? Il motivo più evidente risiede senza ombra di dubbio nel controllo di rotte commerciali che spesso attraversavano porzioni più o meno vaste di quel territorio in cui si erano stabiliti a partire dall’inizio dell’XI secolo i regni e i principati latini, spazio angusto in cui successivamente avevano fatto la loro comparsa i mamelucchi, i mongoli e - dagli anni Trenta del Trecento in avanti - gli ottomani. Il commercio che si svolgeva “in partibus infidelium”, in spregio alla visione cristallizzata di una contrapposizione perenne tra cristiani e musulmani, era tanto illecito quanto redditizio, se sulla questione i pontefici dovettero pronunciarsi svariate volte tramite i cosiddetti “deveta”, minacciando di scomunica chi li avesse violati. Nel Duecento e nel Trecento la costante necessità di recuperare Gerusalemme e i territori di Outremer spinse i papi a indire più volte il passagium, cioè la crociata. Nel complesso le spedizioni “in partibus ultramaris” non produssero risultati duraturi, per due motivi macroscopici: la rivalità tra le città italiane nonché il loro commercio illecito indebolirono i regni e i principati d’Oriente nei confronti delle minacce esterne.

Genova e Venezia insomma frequentavano le stesse piazze commerciali. In un serrato dialogo, entrambe le città mettevano in atto una strategia che impedisse all’avversario di sopravanzare acquisendo la preponderanza in spazi geografici particolarmente affollati e appetitosi (a titolo di esempio basti menzionare l’Egitto e la Romània, cioè le terre dell’Impero Romano d’Oriente). La ricchezza prodotta dai commerci era insidiata da un’agguerrita concorrenza da cui bisognava difendersi schierando flotte e flottiglie che proteggessero i convogli (le mude, come le chiamavano a Venezia) lungo le rotte più delicate e che tenessero a bada sia la pirateria che la “guerra di corsa”, problema endemico nelle acque mediterranee. Per gli amanti della storia navale, questa conflittualità endemica oltre a influire direttamente sulla capacità dei due arsenali di mettere in cantiere in tempi febbrili flotte di tutto rispetto, ebbe interessanti ripercussioni a livello di tecnologia impiegata dalle varie tipologie di naviglio, soggetto a un progressivo aumento della stazza dei singoli legni.

Contrariamente a quello che sarebbe naturale immaginarsi, la lunga partita tra i due “astri d’Italia” - come li definì Petrarca - non ebbe un chiaro vincitore, dato che nessuno dei due contendenti riuscì a sopravanzare nettamente l’altro, se non per brevi periodi.

In conclusione, la lettura de Il Grifo e il Leone è vivamente consigliata non solo per la prosa, ma per la capacità dell’autore di sapersi destreggiare in un quadro geopolitico caratterizzato da una complessità e da una pluralità di soggetti che nulla hanno da invidiare al nostro presente. Un libro di tale caratura dovrebbe diventare l’approccio abituale alla cosiddetta storia medievale, da non studiare più in una prospettiva eurocentrica, ma mondiale (analogamente a quel che si fa con la storia moderna).

 

  Massimo Bonomo- Onda Musicale 

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