5 Giugno 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 08 Febbraio 2019 06:55

Chitarre rock: lo stile di Jimmy Page

Chitarre rock: lo stile di Jimmy Page
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L'autore MatteoPalombi


Con qualche ritardo, eccomi di ritorno con la rubrica “Chitarre rock” che avevo avviato su queste pagine, nella sua ultima pubblicazione, con un articolo sullo stile di Keith Richards dei Rolling Stones. (leggilo a questo link

In questo secondo approfondimento si andrà a scomodare un altro nome che fa un bel po’ di rumore, e che di rumore ne ha fatto tanto – e di buon gusto direi – : Jimmy Page.

Jimmy Patrick Page è a tutti gli effetti una leggenda vivente della chitarra rock e della cultura pop contemporanea, avendo segnato indelebilmente il sound e l’immagine del chitarrista come quella di un essere mistico, oscuro e imperturbabile. Quella chitarra alzata al cielo, le gambe larghe e i capelli a coprire il suo sorriso folle, irriverente ed enigmatico hanno creato un’immagine cristallizzata nella coscienza collettiva, ben nota anche ai non avvezzi al genere. Per molti considerato come il padre dell’hard rock e dell’heavy metal  (peccato che Page non riconosca questo genere come un suo figlioccio e prole musicale) ha imposto un marchio indelebile sulla storia della musica contemporanea, esplorando diversi generi e differenti sonorità, figlie di una sperimentazione mai banale che lo ha portato a costruire un sound unico, riconoscibile sin dai primissimi accordi e soprattutto divenuto canone per tutti i chitarristi venuti dopo di lui. Inevitabilmente , quando si parla di Jimmy Page il riferimento ai leggendari Led Zeppelin è d’obbligo.

Quel mastodontico Martello degli Dei composto, oltre che dal nostro – da quella macchina da guerra delle pelli quale era John Bohnam, l’ugola sensuale e androgina di Robert Plant, e il talento multiforme e silenzioso di John Paul Jones –  che proprio in Page ha avuto il principale fondatore e la colonna portante, da un punto di vista compositivo, per una buona parte della discografia (in particolare quella dei primissimi dischi).

Ma andiamo per gradi, perché scavare nel passato pre-zeppeliniano di Page può essere necessario, oltre che per perizia di informazione, per comprendere la natura stessa del suo chitarrismo. I primissimi anni della sua carriera infatti, Page li passò come uomo ombra, come session man a pagamento per diversi artisti, alcuni meno noti –  addirittura incidendo musica da orchestra per le sale da ballo (esperienza per lui decisamente frustrante) – altri ben più famosi. Non sarà raro trovare registrazioni dei primissimi anni Sessanta in cui riconoscere il suo tocco inconfondibile, tanto come chitarrista ritmico che come solista, in alcune tracce degli Who, di Van Morrison, Marianne Faithfull e addirittura i Rolling Stones, già ben più famosi di lui. Per rendere un’idea di quanto alcune canzoni storiche – che hanno segnato un’intera generazione –  portino la sua “firma fantasma”, non si può non citare quel manifesto della Summer of Love che era stata la celeberrima versione di With a Little Help For My Friends di Joe Cocker, così nella versione cantata a Woodstock, e incisa in studio nel disco omonimo (prevalentemente un disco di cover), pubblicato nel 1969.

Tra la metà e la fine degli anni Sessanta infatti, Page aveva acquisito la nomea di uno dei chitarristi da studio più apprezzati e preparati del panorama anglosassone (dove certamente i grandi nomi non mancavano). Questo, in parte, a causa della sua versatilità – avendo suonato praticamente di tutto ed esplorato ogni genere musicale – in parte per il carattere insito al suo chitarrismo. Nonostante ciò, non riuscì a imporsi come compositore e leader vero di una band, perlomeno fino agli ultimi mesi del 1966.

Era stato l’anno in cui Jimmy Page ebbe, per la seconda volta (la prima nel 1964, ma declinò l’invito a favore dell’amico Jeff Beck) la possibilità di suonare – permanentemente – con quegli Yarbirds orfani del chitarrista che aveva (e avrebbe) imposto il canone della chitarra elettrica di tutto il Novecento: Eric Clapton. Proprio quella fase fu nevralgica per la sua evoluzione musicale per due principali motivi. Infatti, dopo l’addio al gruppo dello stesso Beck ed essendo diventato, a tutti gli effetti, l’unico chitarrista solista, Page si trovò a di fronte a un bivio.

Da un lato la possibilità di diventare – anche lui – l’ennesima replica di quel Clapton che tutti reclamavano a gran voce – anche dopo diversi anni dal suo addio (per militare con John Mayall e i suoi Bluesbreakers) – durante i concerti degli Yardbirds;  dall’altro, il cercare di imporre un suono nuovo, avendo per la prima volta nella sua carriera la possibilità di farsi strada come compositore e, cosa rara per un chitarrista non cantate del tempo, come performer alla pari del frontman.  Jimmy non si fece scappare l’occasione e, cercando di mantenere incollati i pezzi di una band ormai disgregata dal successo e dalla tendenza a un certo pop – da lui mai troppo  amato –, tentò di riportare proprio a quella natura primordiale la musica degli Yardbirds, troppo svuotata da tempo dell’iniziale essenza blues.  Page lo fece scaraventando nuovamente  al centro del gruppo quel suono transatlantico tanto caro a un’intera generazione. 

E fin qui, non ci sarebbe nulla di innovativo. Il punto fondamentale e di svolta, questa volta, fu quello di cercare di carpire non solo  gli elementi ipnotici ed  esotici del blues, ma di andare più a fondo, cogliendone anche gli aspetti più dissonanti , seducenti e  sensuali (anche quelli più … osceni), poco esplorati prima . Erano infatti gli anni in cui, come lo stesso  Page ammette, si  era spinto alla ricerca costante della trasgressione sonora per infastidire l’ascoltatore e provocarlo. Alle spalle di questa tendenza c’era la sua personale esigenza di distanziarsi da quell’esperienza precedente come session man in cui si era sentito ingabbiato in canoni, generi e sonorità che per lui erano già stantie, frustrando, in più occasioni, il suo estro creativo, nonché la possibilità di sperimentazione sonora.

Page iniziò così a sfruttare le dissonanze, i rumori, i suoni sgradevoli provenienti dalla sua chitarra e dai sistemi di amplificazione, enfatizzando il suo sound – già molto aggressivo – fino a esasperarne le modalità di esecuzione. Iconica l’immagine di un giovane Jimmy, fotografato in bianco e nero, con la sua Fender telecaster del 1959 martellata con un archetto da violino.

Di lì a poco, dopo aver richiamato nella band un vecchio frequentatore di studi di incisione, John Paul Jones, sarebbero nati i Led Zeppelin. Fu allora che tutto prese forma e che quella sperimentazione – anche eccessivamente avanguardistica e forse autoreferenziale –  riuscì a essere produttiva e funzionale alla creazione di qualcosa di nuovo, pur senza inventare nulla da zero (anche perché nella musica nessuno lo fa, per quanto si creda spesso il contrario). Led Zeppelin I fu infatti un disco bocciato da buona parte della critica, troppi i riferimenti a band – come il Jeff Beck’s Trio – che tentavano di alzare l’asticella proponendo un virtuosismo ancora mai visto prima, proprio a  partire da standard blues abbastanza conosciuti; come troppi  furono i riferimenti a vecchi pezzi degli Yardbirds cui venivano cambiati interpreti e talvolta i titoli, senza stravolgere la canzone (per esempio la celeberrima “Dazed and confused” già nota al pubblico, ma con la voce – ben distante da quella di Plant –  di Keith Relf). 

Nel 1969 infatti, il sound dei Led Zeppelin, e quello della chitarra di Page, erano ancora troppo intrisi – pur con le eccezioni delle suddette provocazioni sonore – del sound degli ultimi Yardbirds, non più quelli di Clapton, ma quelli della coppia Page-Plant.

Del resto, in quella fase, Jimmy Page amava destreggiarsi sui 21 tasti della già citata telecaster del 1959, che Jimmy aveva ricevuto proprio da Jeff Beck un paio di anni dopo il suo abbandono degli Yardbirds. A tal proposito c’è da fare una puntualizzazione. Per quanto il chitarrista dei Led Zeppelin, nella sua già citata e celeberrima  iconografia fotografica,  si sia reso noto per portare a spalla una Les Paul (o una Gibson sg Double Neck), buona parte del suo sound è stato costruito proprio a partire dalla telecaster.

Del resto, lo stesso Page non ha mai nascosto il fatto che l’utilizzo della Les Paul dal vivo fosse arrivato in una seconda fase e, sostanzialmente, per riprodurre su larga scala la perfezione del suo setup  da studio che vedeva in un amplificatore di piccolo wattaggio Supro e la suddetta Telecaster il connubio più naturale, nonché quello più riuscito. Per molto tempo infatti, Page ha limitato la sua strumentazione a questi pochi elementi, ma nel tempo – come è giusto che sia –  ha sviluppato la costruzione del suo suono anche andando a esplorare altri campi. Oltre al Wah Wah infatti, già a partire dai tempi di Led Zeppelin II,  quando era alla ricerca di maggiore potenza e sustain, Jimmy ha iniziato a utilizzare degli overdrive a pedale e dei fuzz: per qualche tempo un Colorsound Power boost ma soprattutto quel Tone Bender con il quale fu registrato i riff di Whole Lotta Love.

Tuttavia, se in termini di effettistica a pedale – prima di quegli anni Ottanta abbastanza sfortunati e improduttivi per lui – non avrebbe mai mostrato particolare attenzione e preferenze, è stato nei sistemi di registrazione del suono che Page ha dato il meglio di sé. Giocando con gli ambienti – celebre l’aneddoto che vuole, come origine del mitico sound di Led Zeppelin IV, la scelta di una villa abbandonata di Headly Grange e  dei legni delle pareti invecchiate e umide  – , gli echi naturali, la posizione e le tipologie di microfoni, e tutti quegli elementi unici e irriproducibili che hanno contribuito a creare quell’enorme iato tra il sound (impeccabile) dei Led Zeppelin in studio e quello (a volte discutibile) di alcuni live in cui si era rivelato impossibile riproporre la medesima perfezione della composizione in studio.

Parlo di composizione non a caso, perché è qui che Page ha dato – a mio avviso – il meglio di sé. L’album di riferimento è in questo caso Led Zeppelin III quello in cui, finalmente, Jimmy riesce a prevaricare le velleità della sperimentazione avanguardistica dei primi dischi e dell’impostazione r-umoristica della sua musica, per sfoggiare la sua enorme erudizione e conoscenza di diversi linguaggi musicali. Quello del 1970 è infatti un Jimmy Page prevalentemente acustico, maturo e padrone di sé, oltre che del sound di una band ormai giunta (in pochissimo tempo) all’apice del successo.  Il lato A di quel disco contiene l’intero repertorio chitarristico/compositivo del chitarrista britannico.

Celebration Dayè – insieme ad “Achille’s Last Stand”, uno degli ultimi suoi lavori degni di nota – uno dei pezzi di orchestra di chitarre più belli, potenti e inimitabili degli ultimi cinquanta e oltre anni;  “Since I’ve Been Loving You”  invece è forse l’espressione più pura del blues di matrice inglese che incontra l’acre essenza della provocazione rock. Si tratta di un blues minore stratosferico, in cui Page di mostra – insieme al solo di “No Quarter” e molto più dell’inflazionato solo di Stairway to Heaven– la freschezza nevrotica del suo innovativo fraseggio, virtuosistico ed energico, senza stare troppo a badare alla pulizia sonora. Anche nei suoi licks infatti, si può comprendere come, sostanzialmente, Page fosse un chitarrista con una forte vocazione ritmica. Ed è proprio dal connubio vincente di virtuosismo e ritmo che ha sviluppato, forse a partire da Led Zeppelin IV (il disco senza nome) quel suo tipico modo di costruire una canzone su un semplice riff di chitarra, giocando su dinamiche “luci e ombre” del suo suono. 

Tra il 1971 e il 1975 il suono di Page è ormai ben formato: grosso, nevrotico, sgranato, poco definito e molto, molto rumoroso, tanto nell’utilizzo della chitarra elettrica che nello strumming violento e molto corporeo delle tracce acustiche (la sezione ritmica di fondo di Over the Hills and Far Awayne è una magnifica testimonianza).  Nei concerti, alle sue fedeli telecaster, come già detto, avrebbe iniziato a preferire due differenti Gibson Les Paul (più una Les Paul custom con tre pickups poco utilizzata) e, non in poche occasioni, la sua famosa Danelectro. Si tratta di una chitarra dal suono e la liuteria molto rudimentale, che ha permesso di mantenere e superare quell’essenza roboante, robusta e acida propria della sorella cattiva delle figlie di Leo Fender.

È proprio grazie alla particolare grana sonora di quest’ultima che Page è riuscito, tramite un particolare sistema di accordatura aperta, a incidere un capolavoro quale è “Kashmir”, manifesto del suo sound, di quello dei Led Zeppelin e di una maturità chitarristica e musicale che aveva ormai raggiunto l’apice.

Purtroppo, con l’esaurirsi della parabola zeppeliniana, può definirsi concluso anche il percorso di sperimentazione e crescita musicale del guitar hero britannico. Poche o sporadiche le sue apparizioni dal vivo negli anni Ottanta, spesso – purtroppo – inascoltabili, e restituiscono l’idea di un genio ormai distrutto dall’uso delle droghe e da qualche, non irrilevante, problema alle articolazioni della mano sinistra (che già ai tempi degli ultimi live dei Led Zeppelin si era fatto sentire).

Pur mantenendo l’impostazione provocatoria del suo essere chitarra e suono vivente, Page ha perso la sua esplosività, versatilità e capacità creativa in modo perenne. Qualche nota positiva, fortunatamente, c’è stata in concomitanza con il ricongiungimento con Robert Plant (con cui incise un disco conseguente a un tour dal nome “No Quarterche toccò anche l’Italia) in cui si riuscirono a intravedere fasci di luce sparsi del martello degli dei, ormai andato, e qualche elemento nuovo nel suo chitarrismo, complice la commistione e la contaminazione con generi e territori musicali originari delle Afriche (nella band di quel tour c’erano anche alcuni musicisti egiziani e marocchini).

Questo disco, a tratti, risulta essere l’espressione più pura del suo talento musicale oltre che chitarristico, nel riuscire a far suonare – contestualmente – diversi mondi musicali in un sound che comunque è e sarà sempre il suo, unico e irripetibile, pur se proveniente dal blues, dal rock n’roll, la world music, il folk, il country, il jazz, il fusion, e la musica classica e di tradizione d’arte. Per questo è il primo tra quelli riportati nelle proposte d’ascolto, il resto – come è evidente –  viene da sé: “The Song Remains the Same”.

 

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     Matteo Palombi - Onda Musicale

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