7 Luglio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 10 Gennaio 2020 06:40

David Bowie e i capolavori influenzati dalle grandi città

David Bowie e i capolavori influenzati dalle grandi città
Stampa
Condividi questo articolo Facebook Twitter Google Plus
L'autore Andrea La Rovere


Il 10 gennaio del 2016, in modo inaspettato, ci lasciava David Bowie, l’artista che più di ogni altro ha cambiato il mondo del rock.

Dai timidi esordi, ancora indecisi tra le varie scena sixties di Londra, da quella blues a quella beat, dai mod al folk, fino al successo planetario – e agli eccessi – degli anni settanta, chiusi con la trilogia capolavoro di Berlino, David Jones – questo il suo vero nome – ha attraversato la storia del rock non solo cavalcandola, ma cambiandola continuamente.

Time may change me/But I can’t trace time

Bowie fin dai tempi di Space Oddity, il suo primo grande successo, ha saputo precorrere i tempi; e se non era lui a inventare generi e modi di fare, era sicuramente quello che meglio degli altri riusciva a perfezionarli. Il linguaggio del corpo, per esempio, lungamente studiato con Lindsay Kemp, gli permetteva di essere il perfetto padrone del palco, prevedendo e manipolando le reazioni del pubblico da consumato attore; non inventò il glam, come fece Marc Bolan, ma ne fu comunque l’artefice principale; non praticava un genere adatto al concept album, eppure il suo personaggio di Ziggy Stardust condusse il gioco della finzione ben oltre i solchi dei dischi e le assi del palco, divenendo un suo vero e proprio alter ego, tanto che David ne inscenò la morte on stage quando se ne volle liberare.

Eppure un fattore a volte sottovalutato del suo processo creativo, fu sicuramente quello ambientale. Molte rockstar hanno fatto parlare di loro per le loro case, antiche dimore dal passato oscuro come nel caso di Jimmy Page o lussuose ville eccessive per sfarzo e per i comportamenti dei proprietari – e qui l’elenco sarebbe infinito. Bowie no, nonostante negli anni avesse accumulato immobili sparsi per il mondo, da Losanna a Sidney, da Mustique a New York, passando per la villa di Blonay, Svizzera, dove aveva Charlie Chaplin come vicino di casa. David amava cambiare, così come nell’arte, e assorbiva le vibrazioni dei luoghi dove abitava a tal punto da riverberarle completamente nella sua musica.

Così fu per i primi successi, dal 1969 al ’72, quando David abitava nel sud di Londra, ad Haddon Hall. Come usava ai tempi, il musicista divideva l’abitazione con altri artisti e performer di varie discipline, il tutto all’insegna della creatività più sfrenata.

Occupavamo tutto il piano terra – ricorderà Bowie – in cui c’era un ampio atrio e quattro o cinque grandi stanze. Ricordo che per parecchio tempo verniciammo i soffitti con bombolette color argento e andavamo fuori di testa inalandone il gas.

Il periodo di Haddon Hall fu estremamente prolifico: è lì che nacque l’istrionico Ziggy Stardust. Tuttavia quando il successo cominciò ad acquistare proporzioni solo sperate, David fu costretto a trasferirsi. Comprò una sontuosa dimora a Chelsea, ma l’invadenza di fan e media era troppa e il futuro Duca Bianco riparò prima negli States, tra New York e Los Angeles, e poi a Blonay, con la moglie Angie e il figlio Zowie.

Il periodo in America fu estremamente travagliato; la creatività – già da Pin Ups, quando era ancora in Inghilterra – iniziava a mostrare segni preoccupanti di calo, ma soprattutto la sua dipendenza in particolare dalla cocaina aveva assunto i contorni del dramma. In preda a visioni paranoiche e al terrore di impazzire – al fratellastro era stata diagnosticata la schizofrenia – Bowie viveva barricato in casa e sempre più estraneo a sé stesso. Mick Jagger e Elton John, dopo avergli fatto visita, si dissero convinti che sarebbe morto di lì a poco. Anche in queste condizioni, il cantante riuscì a tirar fuori un lavoro seminale come Station To Station, prima di decidere che era ora di dire basta all’autodistruzione e di ricominciare da capo. Da Berlino, precisamente.

Trova della gente che non capisci e un posto in cui non vorresti essere, e buttati. Costringi te stesso ad andare a fare la spesa” – è la frase di Bowie che riassume lo stato d’animo di quel momento.

Assieme all’amico di sempre Iggy Pop, anche lui provato dal successo e dall’America, affittò casa come un comune mortale a Berlino. Per l’esattezza al 155 di Haupstrasse, quartiere Schoneberg. L’appartamento, sito al primo piano di un anonimo caseggiato, aveva tre camere da letto e uno studio che fungeva anche da sala pittura, visto che Bowie aveva deciso di riprendere la sua antica passione per le tele; nel periodo a Berlino, complici anche le visite ai tanti musei della città mitteleuropea, il suo stile pittorico migliorò molto, tanto che sulla parete della sala campeggiava un bel ritratto dello scrittore Yukio Mishima dipinto in stile naif dallo stesso Bowie.

Il quartiere aveva la particolarità di aver ospitato, a poche decine di metri da casa Bowie-Pop, il grande scrittore Christopher Isherwood. David e Iggy, mescolandosi ai giovani del luogo, frequentavano librerie e mercatini e il quartiere Kreuzberg, quello degli immigrati turchi e di artisti e punk.

A dispetto del periodo non proprio felice – si stava anche separando dalla moglie – David riuscì a superare le sue numerose dipendenze, sebbene rischiasse di collezionarne una nuova per la birra tedesca. Eppure, a differenza di quanto si crede, l’artista condusse a Berlino una vita tutt’altro che monastica.

Per la prima volta, dopo anni, sentivo una grande gioia di vivere e una sensazione di liberazione e guarigionea parlare è David Berlino è una città in cui è facilissimo perdersi ma anche ritrovarsi.”

Bowie visse a Berlino dal 1977 al 1979, periodo della celebre trilogia. Low e Heroes furono totalmente figli della capitale tedesca, mentre Lodger vi fu solo concepito per venire poi registrato in Svizzera. A posteriori, il periodo berlinese è stato individuato dalla critica come il più importante per David Bowie e per tutta l’influenza che ebbe sul decennio di rock e pop successivo. In definitiva, l’artista si era innamorato di Berlino sulla scia delle produzioni di Neu! E Kraftwerk, ma si era spinto così in avanti da diventare il caposaldo del genere.

Ma era già tempo di ripartire per il Duca Bianco; aveva scelto di tornare a New York, attratto da altri lidi musicali. E, considerando che gli anni ’80 furono un decennio più tranquillo umanamente ma di totale sbandamento artistico, viene da pensare che l’incredibile influenza della trilogia tedesca diede i suoi frutti su tutta la musica successiva, tranne che proprio su quella di David Bowie.

Il cantante dovrà aspettare gli anni novanta per tornare su buoni livelli, prima degli splendidi colpi di coda degli ultimi episodi discografici, quei The Next Day e Blackstar che hanno lasciato grandi rimpianti pensando a quello che Bowie avrebbe potuto ancora dare.

 

  Andrea La Rovere - Onda Musicale

Leggi altri articoli della rubrica "Oggi in primo piano"