30 Maggio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Sabato, 25 Aprile 2020 12:08

Un disco per il week end: “Trilogy” degli Emerson, Lake & Palmer (1972)

Un disco per il week end: “Trilogy” degli Emerson, Lake & Palmer (1972)
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L'autore Redazione


Inghilterra primi anni ’70. Quella grande magia che è il progressive rock si è ormai diffuso in tutto il Regno Unito ed ha contagiato anche il resto dell’Europa con band come King Crimson, Genesis, Yes, Van der Graaf Generator, Jethro Tull, Gentle Giant giusto per citare i più famosi.

Tra questi vi è un trio che è da considerarsi un vero e proprio super gruppo di tutto il filone progressivo. Sto parlando degli Emerson, Lake & Palmer.

Tutti e tre i componenti provenivano infatti già da formazioni famose. Keith Emerson (tastiere) proveniva dai Nice, Greg Lake (basso, voce e chitarra) dai King Crimson ed era reduce dal maestoso In the Court of the Crimson King ed infine Carl Palmer (batteria e percussioni) dagli Atomic Rooster.

Il trio pubblica nel 1970 l’esordio omonimo, ma è con il successivo concept Tarkus del 1971 che il verbo degli EL&P si diffonde in tutto il mondo della musica. Ovviamente la questione è sempre “e adesso che cosa facciamo?”, la risposta arriva con il disco live Pictures at an Exhibition, ma soprattutto con Trilogy del 1972. Vediamo dunque perché:

 

The Endless Enigma (part one): hammond, synth e moog per suoni più spaziali, intervallati da stacchi di pianoforte e percussioni, sono i primi suoni a catturare immediatamente l’attenzione dell’ascoltatore.

Si ritorna poi alla formula classica in cui Emerson dà sfoggio della sua indiscussa abilità sulle tastiere mentre il cantato di Lake si estende maestoso su un testo che parla dell’eterno enigma dell’esistenza umana. Non mancano le frecciate alle bugie ed alle ipocrisie prima della folle parte finale che mischia psichedelia e musica classica.

Fugue: intensa traccia di pianoforte interamente strumentale scritta da un Emerson, letteralmente, in estasi compositiva che riversa sui tasti in avorio come solo lui era in grado di fare.

The Endless Enigma (part two): le note di Emerson, accompagnate dal forsennato Palmer e le sue campane, ritornano con synth trionfanti per chiudere il discorso iniziato all’apertura del disco con altre metafore sulla vita come una solitaria recita.

From the Beginning: il brano si apre con il gioco sugli armonici naturali della chitarra di Lake e questa particolare intro farà ricordare non poco la mitica Roundabout degli Yes (il riff era opera di Steve Howe).

Il brano comunque è essenzialmente acustico con un Emerson leggermente più confinato dietro al Moog e parla di un’avventura intercorsa tra una donna e lo stesso Lake. La giovane pare che abbia rinfacciato a Lake di essere stato cinico riguardo all’avventura, ma lui risponde che era stato tutto deciso sin dall’inizio.

The Sheriff: la voglia di giri più honky tonk e scherzosi di Emerson prende forma in questa strana parodia del genere western.

Un po’ come i toni di Jeremy Bender, presente in Tarkus, qui il trio racconta la storia di un bandito chiamato Josie il malvagio che riesce ad uccidere lo sceriffo nonostante quest’ultimo l’abbia catturato e messo dietro le sbarre.

La cosa ancora più buffa è che dopo questo efferato omicidio è il bandito ad essere osannato dalla popolazione e non lo sceriffo caduto. Da notare le atmosfere da saloon ed il colpo di pistola verso la fine.

Hoedown: altro strumentale che riprende un giro tipico della quadriglia, composto da Aaron Copland, in una versione totalmente folle e progressiva.

Trilogy: è uno dei brani più lunghi, circa nove minuti, e malinconici dell’album dove l’eterea voce di Lake, accompagnata dal pianoforte, canta la lettera d’addio all’amata.

Le atmosfere tranquille rimangono tali fino circa al terzo minuto quando il pianoforte di Emerson comincia ad impazzire ed il resto della band con esso per un crescendo mozzafiato. Da qui in poi, infatti, la traccia rimane strumentale per tutti i restanti cinque minuti e passa.

LivingSin: pezzo più tetro e sinistro, soprattutto per la voce di Lake, con il basso bene in evidenza. Il tema portante di questo brano è una misteriosa, ed inquietante, figura femminile

Abaddon’s Bolero: altra fantastica chiusura strumentale scritta da un ispiratissimo Emerson. Alzate il volume al massimo per questo finale al fulmicotone!

 

Giudizio sintetico: difficile trovare un degno successore al mitico “Tarkus”, ma questo album è la prova più concreta dell’immensa creatività di un gruppo oggi, purtroppo decimato, a causa della morte di Keith Emerson e Greg Lake.

Copertina: leggenda vuole che all’inizio la band avesse pensato all’artista Salvador Dalì, ma quest’utlimo chiese una cifra esagerata e la band ripiegò sullo studio Hipgnosis.

Lo stesso studio di Storm Thorgerson famoso per i suoi lavori con i Pink Floyd. La copertina, comunque, mostra i tre volti degli ELP come se avessero un unico corpo.

Etichetta: Island

Line up: Keith Emerson (tastiere, hammond, pianoforte, sintetizzatore e moog), Greg Lake (chitarre, basso e voce) e Carl Palmer (batteria e percussioni).

 

 

 

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