5 Giugno 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Venerdì, 22 Maggio 2020 08:46

“Houses Of The Holy”, tutto sul disco dei Led Zeppelin

“Houses Of The Holy”, tutto sul disco dei Led Zeppelin
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L'autore Andrea La Rovere


L’uscita nel 1971 di “Led Zeppelin IV” mise nero su bianco una verità che già si conosceva da tempo, ovvero che i Led Zeppelin fossero la più grande band di rock duro del pianeta, almeno in quel periodo.

Anche se oggi i fan della band si dividono su quale sia il migliore, dal primo lavoro del 1969 al quarto del 1971 era stata una escalation inarrestabile; a ogni disco l’asticella veniva posta un po’ più in alto, dal rock blues dei primi due al parziale distacco dalla matrice blues del terzo e ancor più del quarto album. L’ultimo disco, in particolare, annoverava un solo omaggio alla musica dei padri neri – “When The Levee Breaks” – talmente trasfigurato da portare la musica del diavolo in una dimensione altra, e conteneva il capolavoro immortale “Stairway To Heaven”.

Concepire un lavoro che continuasse in modo inoppugnabile a surclassare il precedente era a quel punto improponibile. Per la prima volta i Led Zeppelin si presero un periodo di tempo molto più lungo e il 1972 passò tra tour e composizione di nuovo materiale, in un clima molto tranquillo e disteso. La soluzione a un problema apparentemente insormontabile, quello di migliorare ancora la ricetta dei primi quattro dischi, venne trovata applicando una sorta di pensiero laterale: se non puoi fare meglio coi soliti ingredienti, cambia completamente il piatto in tavola.

Il quinto disco dei Led Zeppelin è così qualcosa di quasi completamente nuovo per la band inglese. Per la prima volta il disco ha un titolo, interrompendo la numerazione romana dei precedenti, sebbene anche stavolta non appaia in copertina: “Houses Of The Holy”. Il titolo arriva dall’omonima canzone che, bizzarramente, in dirittura d’arrivo verrà esclusa dalla tracklist; la ritroviamo infatti tra le canzoni dell’album successivo. I legami col blues degli inizi è completamente spezzato; John Paul Jones, anima della sezione ritmica non meno del più celebrato batterista “Bonzo” Bonham e abile compositore, si mette finalmente in luce come merita, introducendo nel suono grezzo del gruppo i sintetizzatori. “Houses Of The Holy” propone alcuni dei pezzi più peculiari dell’intera discografia del dirigibile di piombo, con canzoni che a tratti sfiorano le pulsioni progressive così in voga nel periodo, ma anche divertissement che esplorano generi leggeri e fino ad allora lontani dall’universo di Page, Plant e soci, come il funk, il reggae e il pop.

La copertina era la prima cosa a colpire, quando nel marzo del 1973 il disco apparve nei negozi. Il progetto era stato affidato ai celebri studi Hipgnosis, all’epoca già in grande luce per i seminali lavori coi loro amici di Cambridge, i Pink Floyd; fu però in particolare il solo Aubrey Powell a occuparsi della cover, dopo che Storm Thorgenson – almeno così narrano le dicerie – si era giocato la fiducia di Jimmy Page proponendo una copertina ambientata in una sorta di campo da tennis elettromagnetico. Powell lavorò inizialmente su due proposte, una ambientata in Perù, con le enigmatiche linee di Nazca riprese a formare il simbolo “Zoso” già apparso su “IV”, e l’altra ispirata al romanzo di fantascienza escatologica “Le Guide Del Tramonto” (Childhood’s End) di Arthur C. Clarke. Alla fine prevalse quest’ultimo, anche per motivi pratici e di budget.

Con una lavorazione avventurosa ed effetti speciali artigianali, come costume Hipgnosis, Powell utilizzò due bambini gemelli, Samantha e Stefan Gates, in un modo che oggi risulterebbe improponibile: dieci giorni di scatti ai due bambini nudi, sotto la pioggia e il freddo sferzanti di Giant Causeway, suggestivo tratto delle coste nordirlandesi che da allora diverranno mitica meta di turismo. Il risultato della post produzione fu talmente evocativo da far entrare la copertina nel novero di quelle leggendarie quasi immediatamente.

Ma passiamo al lato più importante del disco, quello musicale. L’apertura è affidata a “The Song Remains The Same”, un brano concepito in origine come sontuoso strumentale da Jimmy Page e il cui titolo sarà utilizzato anche per il celebre film concerto di qualche tempo dopo. Siamo di fronte a una cavalcata chitarristica che mette in luce un approccio diverso da quello classico da “guitar hero” a cui Page aveva abituato un po’ tutti; arpeggi, armonie e ritmica la fanno da padrone, con parti solistiche sospese tra folk e tradizioni d’oltremanica. La parte cantata, aggiunta in seguito, risulta forse non totalmente amalgamata nelle atmosfere del pezzo, che fa comunque da giusta introduzione al “nuovo stile” dei Led Zeppelin.

The Rain Song” fa da contraltare all’avvio del disco, rallentando il ritmo ma rendendo il passaggio così armonioso che la band userà spesso i due brani nello stesso ordine anche dal vivo.

L’avvio, con la chitarra acustica di Page, ricorda “Something”, il capolavoro di George Harrison, e non è un caso. Il chitarrista dei Beatles era un grande ammiratore dei Led Zeppelin, e spesso aveva scherzosamente rimproverato a Page la mancanza di una vera “ballad” nel loro repertorio; Jimmy decise di accontentarlo e allo stesso tempo gli rese omaggio con questa splendida canzone. John Paul Jones lavora bene al mellotron e ai sintetizzatori, rendendo ancora più romantiche le atmosfere di questo pezzo, molto ben riuscito ma che segna una robusta cesura col passato hard del complesso.

Over The Hills And Far Away” è un altro pezzo da novanta di “Houses Of The Holy”, e una bella dimostrazione di ciò in cui i Led Zeppelin erano maestri, il passaggio tra atmosfere diverse all’interno di una stessa composizione. Un po’ come accade in “Stairway To Heaven”, ma in modo decisamente meno spettacolare, si parte con l’acustica di Page e la voce quasi carezzevole di Plant, fino al tonitruante ingresso della batteria di Bonham che, come spesso accade, mischia le carte in tavola. Page imbraccia l’elettrica, proponendo una serie di vertiginosi assoli su una base che si fa quasi funky – sembrano gli ZZ Top di qualche anno dopo – mentre Plant declama i versi col suo celebre falsetto e la sezione ritmica seguita a pompare come uno stantuffo industriale.

E – come direbbe il Sommo Dante – qui iniziano le dolenti note. La parte centrale del lavoro è quella che fin dal 1973 continua a dividere fan ed esegeti della storia dei Led Zeppelin. Si parte con un esperimento funky, quasi una copia carbone di James Brown, in “The Crunge”; per chi scrive l’esperimento non può dirsi pienamente riuscito, eppure la canzone ha i suoi estimatori tra cui gli stessi membri della band, che in qualche occasione live la proporranno anche in un medley con “Sex Machine” di James Brown.

Dancing Days” è un rock’n’roll senza grandi pretese che pare quasi uscire dal canzoniere dei Rolling Stones, con la slide di Jimmy Page e Plant che canta col timbro alla Elvis che ogni tanto amava estrarre dal cilindro. “D'yer Mak'er” è un’altra canzone che da quasi 50 anni fa discutere, intanto attorno al titolo, al quale sono stati attribuiti i più svariati significati, dalla storpiatura di Giamaica a irripetibili frasi in slang cockney. Musicalmente è reggae, se non fosse per l’odio atavico che Bonham provava per il genere, per cui la batteria sembra remare controcorrente rispetto al ritmo in levare.

Dalla parte più discussa del disco si arriva all’improvviso alla canzone che invece mette tutti d’accordo, un capolavoro del canzoniere dei Led Zeppelin e del rock tutto: “No Quarter”. Dovuta a una splendida intuizione di John Paul Jones, che la apre con una parte “liquida” al piano elettrico, è forse il pezzo di “Houses Of The Holy” che più di ogni altro scuote come dovrebbe scuotere una vera intuizione rock. L’entrata della batteria di Bonham deflagra come sempre e introduce le ricche tessiture della chitarra elettrica di Page, mai così strutturata come in “No Quarter”.

La voce di Robert Plant, filtrata ed effettata come non mai, aggiunge quel tocco di evocatività a un brano dalle atmosfere fantasy e dark, prima di una breve parte di piano quasi jazz di Jones e dell’assolo di Jimmy Page. Qui in particolare la chitarra di Jimmy si dimostra all’altezza della fama, duellando coi sintetizzatori su atmosfere che sembrano quasi citare i Pink Floyd e il progressive, due mondi fino ad allora totalmente alieni ai suoni pesanti dei Led Zeppelin. Con “No Quarter” il gruppo dimostra di essere veramente all’altezza di qualsiasi sfida e di poter dire la sua anche in campi più sperimentali del rassicurante rock blues o del folk acustico spesso frequentati nei lavori precedenti.

No Quarter” è sicuramente l’apice di “Houses Of The Holy”, ma c’è ancora spazio per una chiusura che certo non entra nel novero dei pezzi mitici ma è forse il momento più tradizionalmente rock dell’album, “The Ocean”. Il titolo fa riferimento all’oceano di fan che popolava i concerti del complesso, e vuole esserne un omaggio. Costruita su un robusto e canonico riff di Page, offre anche l’unico assolo che possa minimamente essere assimilato alle atmosfere blues degli esordi, ed offre forse un contentino ai fan della prima ora, spaesati di fronte a un disco così diverso.

Tirando le somme, “Houses Of The Holy” riesce nel compito che si erano prefissi i Led Zeppelin, ovvero una virata verso territori meno conosciuti rispetto alla “comfort zone” dei primi quattro dischi, resa necessaria dalla volontà di sperimentare ma probabilmente anche dalla consapevolezza di non potersi ripetere ai livelli precedenti. Il disco ebbe all’epoca meno successo e si guadagnò anche delle sonore stroncature, tra cui quella improvvida di Gordon Fletcher di Rolling Stone: “Houses of the Holy è uno degli album più confusionari che ho ascoltato quest’anno”.

La stessa rivista, qualche decade dopo, correggerà il tiro piazzando il disco al 148esimo posto tra i migliori 500 della storia, e riconoscendone l’importanza storica.

Una cosa è certa, “Houses Of The Holy” fu il disco che dimostrò come il dirigibile dei Led Zeppelin potesse solcare con successo tutti i cieli del mondo del rock.

 

  Andrea La Rovere - Onda Musicale

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