4 Luglio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Mercoledì, 24 Giugno 2020 09:37

Alan Parsons, Asimov e l’avvento dei Robots

Alan Parsons, Asimov e l’avvento dei Robots
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L'autore Alberto Pizzolato


Di certo l’elettronica degli ultimi tempi non è stata di assoluto livello, anzi, direi che da qualche anno questa grande corrente artistica si è un po' banalizzata, almeno secondo il mio modestissimo parere. Per trovare un gruppo, una band, forse un “leader” di assoluto livello nel campo, bisogna tornare non alle origini, ma quasi.

Non voglio dimenticare o lasciare per strada nomi importanti, per carità, ma di sicuro il connubio tra un leggero rock progressivo e le più influenti arie elettroniche, lo troviamo all’ interno di una formazione britannica di inizio anni settanta: gli Alan Parsons Project.

Niente male, niente male sul serio per un “semplice” tecnico/ingegnere del suono. Perché questa era la professione di Alan Parsons (leggi la nostra intervista esclusiva). Una professione svolta talmente bene da portarlo a collaborare con artisti molto importanti, ma soprattutto con i Pink Floyd, con i quali lavora a progetti come “Atom Hearth Mother” e  “The Dark Side of The Moon”.

Innovatore, trasformatore, vero e proprio genietto dell’alta fedeltà musicale, Alan risulterà determinante per il successo stratosferico delle opere targate Pink Floyd.

Infatti il campioncino inglese, non era affatto un semplice tecnico, faceva della musica la sua musa preferita, tanto da deliziarla con delicati arrangiamenti elettronici accostati ad un rock sinfonico di alto livello. Ma quale strada poteva percorrere, un trio formato da un tecnico del suono, un avvocato e un direttore d’orchestra? Questa domanda era anche la domanda che si ponevano i critici dell’epoca, quando si incontrarono Alan Parsons, Eric Wollfson e Andrei Powell. Il trio, partito in sordina e per molti destinato a spegnersi in breve tempo, ingrana la quarta e diventa in pochi anni uno dei pilastri del genere a livello mondiale.

Vi dico questo non tanto per raccontare la storia di questi ragazzi, ma per cercare di porre l’attenzione su un lavoro, un progetto straordinario, diverso dal celeberrimo “Eye in the Sky”, accostato da molti ai migliori album di stile dell’intero pianeta. Parlo del meraviglioso “I Robot”.

Basato sugli scritti di Isaac Asimov, l’album si posa sul tema narrativo dell’intelligenza artificiale, cogliendo aspetti per certi versi oscuri e misteriosi. Questi ingredienti, associati alle influenze musicali del periodo, fanno del disco un autentico gioiellino.

Album di livello superiore, rappresenta la miscela giusta tra un progressive soft ed un elettronica all’avanguardia, il tutto tritato con influenze funky di una certa importanza.

Ora, non serviva un genio per captare la portata potenziale di questo lavoro. Bastava aprire un po' la mente ed ascoltare qualche brano come l’omonimo “I Robot” o “Nucleus”, per capire la straordinaria vena artistica di Parsons & Co., capaci di accostare il synth a strumenti originali come il cimbalom, che per chi non lo sapesse, emette un suono a metà tra quello di una chitarra e quello di un pianoforte.

In realtà la traccia che più stupisce e a dire il vero, lascia addirittura estasiati, è la bellissima “I Wouldn’t Want to Be Like You”, vero e proprio disco funky, influenzato da sonorità ambientali e futuristiche incredibilmente gradevoli all’ascolto.

Insomma molte volte, come saprete bene, progetti immensi e piccoli capolavori, vengono cestinati come niente da critici e operatori musicali interessati solo alla commercializzazione del prodotto. Non per niente, i lavori successivi degli Alan Parsons Project, voltano sempre più pagina, strizzando l’occhiolino anche a quel pop che soltanto all’inizio, veniva denigrato dal gruppo stesso. Se volete ascoltare qualcosa di originale e ricercato, “I Robot” è l’album giusto, base portante per una carriera volta all’elettronica di culto.

Vi lascio con delle note interne al disco, dove Alan Parsons (leggi la nostra intervista esclusiva del 2019 spiega in modo più che esaustivo il concetto di partenza dell’intero lavoro:

“I Robot ... La storia dell'ascesa della macchina e il declino dell'uomo, che paradossalmente è coinciso con la scoperta della ruota ... e avvertimento che la sua breve posizione dominante di questo pianeta probabilmente finirà, perché l'uomo ha cercato di creare il robot a sua immagine.”

Allacciate le cinture, nel prossimo incontro andremo ad esplorare più da vicino il mondo del punk (o meglio post-punk) e del rock gotico esaminando nel dettaglio un album cosmico come “Disintegration”, realizzato da un gruppo incredibile: “The Cure".

Stay tuned.

 

  Alberto Pizzolato - Onda Musicale

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