6 Agosto 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Giovedì, 02 Luglio 2020 14:06

"Many Too Many" dei Genesis, il perfetto compromesso pop

"Many Too Many" dei Genesis, il perfetto compromesso pop
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L'autore Carlo Pasceri


La musica non esiste. ​O meglio, esiste solo in un preciso spazio-tempo: la musica finché non è prodotta o riprodotta da strumenti o apparati elettronici che generano una variazione di pressione molecolare dell'aria, quindi un'energia, sussiste solo intellettualmente. 

Di conseguenza la musica è un fenomeno che esiste soltanto nel momento in cui è generata. O “esiste” come un qualsiasi ricordo di una qualsiasi attività passata, come può esserlo una nostra passeggiata in montagna. La memoria è il luogo che forma, mediante l’azione del pensiero, una coscienza che determina una struttura di appropriazione del tempo. Quando si concreta la musica è la lama del perfetto presente che ci fa sentire l’immediata scissione dal passato e dal futuro. 
 
Nostalgia e solitudine mitigate dall’arte musicale giacché con essa possiamo ricomporre lo sparso e inafferrabile tempo liquido in un vaso, e riuscire a galleggiare e immergerci, finalmente ritrovando così un po' di quella dimensione perduta.
 
L'ordine fluente dei suoni musicali ci aiuta a disporci e collocarci, poiché distribuisce i suoi contenuti che hanno forme precise e alle quali ricorriamo per orientarci. L'incanto è che noi scegliamo di volta in volta posizionamenti anche molto differenti in questi pannelli di spazio-tempo offerti, costruendo così importanti varianti di stabiliti percorsi apparentemente inamovibili. Anche perciò possiamo ascoltare pure centinaia di volte gli stessi brani musicali trovando sempre un senso non monotono.
E ognuno ha diversi generi e artisti, e brani di questi, preferiti per conseguire, sovente inconsciamente, queste metafisiche operazioni su noi stessi.

Negli appassionati dei Genesis provocò scandalo la pubblicazione nel 1978 del brano "Many Too Many", estratto dall'album "...And Then There Were Three...", sentito come una banale canzoncina agli antipodi dei loro fasti progressive. E in parte avevano ragione.  
 
D’altronde i Genesis conquistarono un più vasto e duraturo successo con l’abbandono graduale delle complicanze per abbracciare la modernità che stava premendo con istanze di conclamata semplicità e uso dell’elettronica.
 
Questo breve pezzo, in sostanza una ballad, ha molte caratteristiche del Pop: basilarmente semplice in tutti i suoi elementi di contenuti e formali. Nella sua linearità metrico-ritmica, semplicità strutturale (Intro/A/B/C/D/A/B/C/D/Coda), timbrica, polifonica e di accordi.
 
Tuttavia la melodia non è così semplice come pure l’andamento armonico generale. La melodia è piuttosto sinuosa di per sé e siccome armonicamente il pezzo modula parecchio (ossia cambia di tonalità o comunque ha significativi scostamenti dalla diatonia ortodossa), la melodia intona note fuori scala e pure con profili ritmici non comuni.
 
Il risultato è che Many Too Many, di Tony Banks, si può cantare molto in testa anche perché alquanto lento e con parecchie pause, ma non è così semplice cantare davvero le note di questo brano. Altresì è compensato da un notevole “muro” di suono che lo compatta e omogenizza molto e pertanto lo rende più fruibile: l’ascoltatore può “poggiarvisi” comodamente, non perde mai l’equilibrio.
 
Il pianoforte suona continuamente anche arpeggiando un po’, la tastiera fa blocchi di accordi-violini, le chitarre rinforzano arpeggiando gli accordi e “rispondono” polifonicamente con qualche breve linea (col suono distorto peraltro armonizzate parallelamente come fossero cori), andando a prendere un po’ il posto del piano quando entrano il basso di Rutherford e la batteria di Collins dopo l’esposizione introduttiva. 
 
Insomma un successo in tutti i sensi, giacché ben raggiunto quel compromesso che nel genere Pop è importante, tra semplicità e banalità, che permette da una parte facilmente di galleggiare e immedesimarci quel tanto che basta per avere quella reminiscente soddisfazione lirico-nostalgica del tempo passato, dall’altra di non essere al cospetto di un brano così scontato e di bassa lega da essere consumato nel giro di una stagione e quindi esser sorpassato e, in concreto, di non esistere più.  
 
 (di Carlo Pasceri - link)
 
 
 

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