5 Agosto 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Sabato, 25 Luglio 2020 07:44

“Cosmo’s Factory”, il capolavoro dei Creedence Clearwater Revival

“Cosmo’s Factory”, il capolavoro dei Creedence Clearwater Revival
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L'autore Andrea La Rovere


Tra il 1968 e il 1970, i Creedence Clearwater Revival pubblicarono ben sei album, un numero quasi incredibile se pensiamo ai tempi dilatati delle produzioni di oggi.

Erano ovviamente tempi talmente diversi da quelli che viviamo che qualsiasi confronto risulterebbe pretestuoso; non esisteva lo streaming – al limite girava qualche bootleg pirata e in bassa fedeltà dei concerti – e il mercato era così fiorente da richiedere continuamente nuove uscite. In particolare, una band come quella dei Creedence Clearwater Revival, dal suono estremamente grezzo e senza artifici, impiegava davvero poco per registrare nuovo materiale. Il complesso di John Fogerty e soci era quanto di più lontano dalle sperimentazioni in sala d’incisione di gruppi come Beatles e Beach Boys, pur avendone ereditato l’istinto di band “macina singoli” o dall’intellettualismo del nascente prog che – peraltro – non avrebbe mai troppo attecchito oltreoceano.

Ecco così che all’esordio intitolato come la ragione sociale, passato quasi inosservato nonostante contenesse già tutti i marchi di fabbrica della casa, erano seguiti con sempre maggior successo “Bayou Country”, “Green River” e “Willy and the Poor Boys”. Il 1970 sarebbe stato l’anno decisivo per i Creedence, quello che avrebbe decretato il successo planetario ma che avrebbe anche fatto da detonatore per una crisi interna che andava crescendo lentamente, come la proverbiale goccia che scava la roccia, ed era rintracciabile soprattutto nella frustrazione di Tom Fogerty, fratello del frontman, pesantemente oscurato da questi. Ma il grande successo e la svolta cantautorale di John, ben ravvisabile in “Cosmo’s Factory”, portò anche ad alzare il tiro, col risultato di pubblicare nello stesso anno “Pendulum”, album curato come mai prima e portatore di una certa pretenziosità fino ad allora assente. Fu la scintilla che condusse a saturazione un ambiente già carico.

Ma nel luglio del 1970 i Creedence erano ancora una band in pieno stato di grazia, gli idoli della “working class” americana, i veri eredi dell’energia istintiva del rock’n’roll, l’unica vera rivoluzione musicale avvenuta negli Stati Uniti. Il complesso dei fratelli Fogerty aveva preso in consegna l’energia di Elvis, del country e della migliore musica nera, facendo breccia in quel pubblico che di lì a poco si riconoscerà nel southern rock, una audience molto attenta al lato più grezzo ed edonistico del rock, poco avvezza ai trip lisergici e rivoluzionari di Grateful Dead e Jefferson Airplane. Il sound dei Creedence verrà etichettato – da loro stessi – come “bayou music”, nonostante i ragazzi fossero californiani come i colleghi psichedelici. Il bayou, da un’antica parola degli indiani Choctaw (ruscelletto), è infatti un tipico habitat di Lousiana e Texas.

Cosmo’s Factory” prende il curioso titolo dal magazzino di Berkeley dove i quattro giovani si riunivano a provare: John Fogerty insisteva per suonare tutti i giorni, tanto che il batterista Doug Clifford soprannominò il posto “la fabbrica”, factory in inglese.

L’album parte subito – come da tradizione della casa – col piede sull’acceleratore: “Ramble Tamble” è un rock mosso, tipicamente nello stile Creedence, col ringhio feroce di John Fogerty e un ritmo che sta tra il country e il primo rock’n’roll. Quando però il pezzo pare scivolare via come la solita canzone “alla Creedence”, ecco che succede qualcosa di inaspettato: il ritmo rallenta e parte un arpeggio di chitarra elettrica che trasforma l’arrabbiata cavalcata in una ballad strumentale, tipicamente southern rock e che anticipa certe cose che faranno i Lynyrd Skynyrd. La velocità piano piano torna ad aumentare, fino a riprendere il canovaccio iniziale, per chiudere il brano com’era cominciato. Non è la prima volta che la band si cimenta in un tour de force così lungo, eppure i cambi di ritmo sono una novità che preannuncia la parte più sperimentale della loro discografia.

Before Accuse Me” rimette subito le carte al loro posto; il brano è uno standard blues di Bo Diddley, che sarà reso ancora più celebre dalla versione di Eric Clapton nel grande successo degli anni novanta, “Unplugged”. Siamo di fronte al più classico dei blues e John dimostra di essere totalmente a suo agio, sia nella vocalità “black” che con la chitarra che sciorina lick semplici ma di grande efficacia. Dal blues si passa in scioltezza al rock’n’roll più classico con “Travelin’ Band”; il brano racconta la vita on the road del gruppo, omaggiando i grandi padri fondatori del rock, in particolare Little Richard, di cui John Fogerty pare un clone urlante perfino più arrabbiato. I fiati riempiono il pezzo di umori soul fino all’assolo – breve ma acido e incisivo – della chitarra. Il tributo a Little Richard è talmente ben riuscito da procurare ai Creedence una causa per plagio di “Good Golly Miss Molly”, risolta fuori da i tribunali.

Ooby Dooby” è di nuovo una cover – saranno ben quattro alla fine – di un brano portato al successo dal grande Roy Orbison, uno sfrenato rock’n’roll dai suoni tipici della Sun Records. La pertinenza della tecnica chitarristica di John Fogerty nel rendere omaggio ai suoni del periodo sfiora quasi l’archeologia musicale; tanto di cappello.

Si prosegue con un brano prettamente country, “Looking Out My Backdoor”. Si tratta di un pezzo che sembra uscire da un saloon del Texas, di quelli dove si ritrovano i camionisti col cappello e le camicie a scacchi, e del resto è proprio l’immagine che i fratelli Fogerty e soci si danno come marchio di fabbrica; tutto suona così genuino da far dimenticare la provenienza californiana dei quattro ragazzi.

Run Through the Jungle” mette in scena I Creedence più oscuri, quelli che paiono uscire dritti dalle paludi, dal bayou della Louisiana. Il riff ossessivo della chitarra pare riecheggiare certi successi della band, come “Suzie Q”, mentre John si produce in una bella prova all’armonica. Il testo parla della guerra del Vietnam, tema tipico dell’epoca e che inizia a smarcare il complesso dalla fama reazionaria che si era guadagnata.

Allora si concludeva così cupamente la prima facciata, ma “Up Around the Bend” col suo riff solare e con le atmosfere molto più rilassate, apriva il lato “B” in modo più allegro; lo stesso dicasi per “My Baby Left Me”, nuovo omaggio alla scuola Sun Records e in particolare al Re del rock’n’roll, Elvis Presley. I fratelli Fogerty alle chitarre sembrano davvero una reincarnazione del vecchio Scotty Moore, il chitarrista di Elvis, colui che – con Chuck Berry – più di tutti codificò i primi cliché dello strumento nel rock.

Siamo al climax del disco: “Who’ll Stop The Rain” è forse il capolavoro del John Fogerty autore, una ballata cantautorale dal testo impegnato, nuovamente contro il conflitto vietnamita. Un piccolo gioiello che rivaluta i Creedence agli occhi di certa critica forse troppo severa.

“Qualcosa cambiò, soprattutto il mio modo di scrivere. Più vedevo intorno a me cose che non andavano, più sentivo il bisogno di raccontarle nelle mie canzoni. “Who’ll Sop The Rain” cambiò radicalmente il mio modo di pensare e da quel momento raccontare le mie sensazioni divenne un’esigenza fondamentale, irrinunciabile”dice John a proposito del suo nuovo stile compositivo.

La successiva “I Heard It Through the Grapevine” è forse la più grande prestazione della carriera dei Creedence Clearwater Revival. La cover del brano portato al successo da Marvin Gaye fa tutto ciò che una buona cover dovrebbe fare: prendere la canzone originale e rivoltarla come il proverbiale calzino. Tutta la patina di sensualità soul del grande Marvin sparisce, soppiantata da quella ben più grezza e rurale della band californiana. Il pezzo assume un’intenzione totalmente diversa dall’originale, un anelito rabbioso che ci porta per oltre undici minuti in una dimensione oscura e minacciosa. La chitarra di John Fogerty – una chitarra di cui, va detto, si è sempre parlato troppo poco – è incisiva come non mai e propone lunghe frasi soliste senza andare mai troppo sopra le righe. La tecnica di John è sicura e sciolta, il suono saturo e acidissimo e mai prima così psichedelico. Non c’è il fluente lirismo chitarristico di Jerry Garcia dei Grateful Dead, o l’inventiva lisergica di un John Cipollina e dei suoi folli Quicksilver Messenger Service, eppure con questo brano Fogerty si ritaglia un posto tra i grandi strumentisti psichedelici del periodo. Undici minuti che non annoiano e che ci consegnano esausti alla conclusione fin troppo soft di “Long As I Can See The Light”, un pezzo soul dove John si prende la scena anche col sassofono.

Cosmo’s Factory” è un successo in tutto il mondo ma – come accade non di rado – mina gli equilibri interni della band. I Creedence non suoneranno mai più così compatti e focalizzati verso lo stesso obiettivo e, dopo un paio di dischi, si scioglieranno, cedendo alle sirene della reunion solo in occasioni poco più che familiari, obbedendo a una coerenza atipica nel mondo del rock.

 

  Andrea La Rovere - Onda Musicale

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