30 Maggio 2020
Magazine di Musica e Spettacolo
Lunedì, 04 Maggio 2020 10:14

Intervista al rapper TakeOne: "io sono l'etichetta di me stesso"

Intervista al rapper TakeOne: "io sono l'etichetta di me stesso"
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L'autore Stefano Leto


Vincenzo, in arte TakeOne, classe ’98, ha pubblicato il suo nuovo singolo “Terzo caffè”, disponibile su tutti gli store digitali.

Cresciuto in provincia di Matera e situato a Milano, TakeOne ha un background di tanti lavori nonostante la sua ancora precoce età, un Mixtape di 19 brani (Interiorità), un Ep di 5 (Performance) e svariati singoli con videoclip. La redazione del nostro giornale lo ha contatto per un'intervista.

 

Raccontaci di te, quando nasce la voglia di fare musica e come ti definiresti?

"L’approccio con la musica l’ho avuto quando ero davvero piccolo, con la chitarra, che mi ha aiutato tantissimo a sviluppare orecchio. Ma anche a quell’età riuscivo a comprendere le canzoni, le ascoltavo in radio, seguivo il testo e facevo attenzione alla voce del cantante e la musica che c’era attorno. Con il rap ho iniziato a 12/13 anni, i primi freestyle, i primi testi. Pensa che all’inizio con alcuni miei amici facevamo tutto di nascosto - ci racconta il rapper - era un segreto per noi fare rap, ci chiudevamo nei garage e negli studi notte e giorno a cantare. Uscivamo e ci sentivamo diversi dagli altri ragazzini, gli incompresi, le piccole teste di cazzo insomma. E’ il periodo che hanno un po' tutti a quell’età, odi tutto e tutti, ti nascondi dal mondo, ti chiudi in te stesso, ed è proprio in quelle piccole realtà che iniziava a nascere il rap per me. Io non so definirmi bene perché odio le etichette, se sei un rapper non puoi fare quello, se sei un cantante pop non puoi fare quell’altro ecc.. A me piace fare quello che mi piace."

 

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento musicali quando eri più giovane?

"Oh Dio così mi fate sentire vecchio, ho 22 anni, sono giovane! Comunque da ragazzino funziona così, mangi quello che ti danno da mangiare e fai quello che ti dicono di fare, perché non hai ancora libertà e responsabilità di scelta. Per questo a quell’età ascolti solo quello che passano in radio, o quello che ascoltano i tuoi. Ascoltavo molto Vasco, Lucio Battisti... Poi quando inizi ad essere più cazzuto e con un pelo di carattere lì ti viene incontro anche il tuo gusto musicale, e dato il mio periodo da piccola testa di cazzo indovina quale poteva essere? Il primo pezzo rap che ho ascoltato è stato “Bologna By Night” di Inoki, per me era ancora arabo quel genere lì. Però io sono cresciuto con i Wu-Tang, con gli A Tribe Called Quest, Public Enemy, Notorious BIG, NWA, Eminem; quella era la scena più cazzuta del rap, noi facevamo freestyle su quelle strumentali e ci sentivamo come loro."

 

Dal tuo primo lavoro “Interiorità” cosa è cambiato nel tuo modo di fare musica?

"Innanzitutto è cambiata l’età, ci sono canzoni in Interiorità che ho scritto quando ero molto piccolo, i pensieri e le idee che hai a quell’età sono diversi. E anche il periodo storico-musicale era diverso. Con il tempo ho sicuramente acquisito esperienza e una certa maturità musicalmente parlando, ora capisco meglio cosa piace alla gente e quello che piace a me, ascolto musica con un orecchio critico e con attenzione. Prima era un insieme di pensieri scritti sul foglio, ora ho imparato a spartire bene le cose e a creare anche più ordine nella mia testa (non è sempre così). Ora riesco a creare un equilibrio tra quello che mi piace fare e quello che segue il trand del momento, capisco meglio se una canzone può andare o no, so giudicare meglio un mio pezzo e quello di qualcun altro. Prima questa cosa qui mi mancava, pensavo che le stesse sensazioni che avevo io su una mia canzone le avevano anche gli altri, o se non fosse stato così erano loro a non capire, invece non è così. All’inizio nessuno ti capisce se non ti fai capire, nessuno ti ascolta se non ti fai ascoltare, e nessuno ci crede se non credi prima tu in te stesso."

 

Come nasce l’idea di TakeOne e che origine ha questo nome?

"Quasi sempre uno dei tanti motivi che ti spinge ad iniziare a fare rap è il sentirti diverso dagli altri, o almeno nel mio caso è stato così. Poi è il tempo a formarti, a darti esperienze o anche a capire se sei portato o meno per una cosa. Io passavo i pomeriggi interi a scrivere canzoni, era diventato il mio rifugio, poi ho sentito quasi come l’esigenza di farmi ascoltare nel mio piccolo. Dovevo uscire da quella bolla, dovevo crescere, non dovevo vergognarmi di quello che pensavo, ed è stato proprio il rap che mi ha aiutato molto in questo. E quindi di accendere il microfono e registrare una canzone, di far sapere a tutti che cantavo e che sapevo farlo. Devo dire che anche i miei amici credevano in me, hanno sempre detto che facevo bene a continuare con questa roba. TakeOne” nasce in studio, nella registrazione del mio primo Mixtape, in un garage. Ero fissato con la storia dei take di registrazione, registravo pezzi in un solo take e anche pezzi con 20 take, giocavo sempre con questa cosa qui, così i miei amici hanno iniziato quasi a sfottermi con questo nome, e poi io ne ho fatto il mio nome d’arte."

 

Raccontaci del tuo nuovo singolo “Terzo caffè”

"Questa cosa non mi è ancora capitata di dirla a nessuno, l’idea di 'Terzo caffè' è nata dal fatto che io ne bevo pochi perché la caffeina mi fa abbastanza effetto. Infatti dal terzo in poi comincio a sentire gli effetti, che in questo periodo sono stati più frequenti dato che ero costretto a stare in casa, ovvero l’ansia, l’insonnia, i mille pensieri uno diverso dall’altro, tantissime idee, l’agitazione, tutte cose che si amplificano dal terzo caffè in poi, ovviamente ho esagerato e romanzato di più la cosa. E questo mi fa molto ridere, infatti il pezzo è scritto in chiave ironica, si capisce. Non me la sentivo di fare un pezzo più costruito, ho voluto giocare proprio con la semplicità questa volta, che poi si rivela la cosa più funzionante. Poi mi piace molto giocare con le rime, le metafore e i riferimenti al cinema e alla musica soprattutto, e questo pezzo ne è l’esempio. Poi rende il tutto una melodia orecchiabile, ballabile e cazzuta allo stesso tempo."

 

Non è facile presentare un nuovo singolo in un momento storico così complicato a livello mondiale? Ti senti penalizzato?

"Non saprei. Ci sono lavori molto più penalizzati della musica in questo periodo, però parlando sempre nel mio ambito sicuramente non è la stessa cosa perché non puoi esercitare al massimo la tua arte. Ma comunque noi cantanti abbiamo la fortuna di registrare e pubblicare da casa, e anzi, questo è stato un periodo anche costruttivo sotto questo aspetto. Però è vero anche che chi si ferma è perduto..."

 

Cosa ne pensi del periodo di grande crisi che si prospetta per la musica live e che tipo di “contromisure” prenderai?

"Anche qui è ancora tutto un forse. Per ora dobbiamo prima capire come comportarci davanti casa e poi capire come fare i concerti. La vedo ancora lunga purtroppo... Questo non significa che ci fermeremo, avremo sempre i nostri mezzi e le nostre opportunità per continuare a fare musica, spero anche per i live."

 

Che progetti hai per il futuro?

"Ho in mente così tante cose che non riesco a creare ordine ed elencarne una, ma comunque sempre progetti più grossi, nuovi singoli, video, dischi ecc... Ma oltre questo ora il mio obiettivo è arrivare sempre più alle orecchie della gente, soprattutto per me che sono emergente, quindi nuovi progetti anche riguardo la diffusione degli stessi. Finchè non hai un’etichetta, tu sei l’etichetta di te stesso."

 

  Stefano Leto 

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