6 Agosto 2020
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Martedì, 29 Novembre 2016 14:17

Intervista a John Mayall, leggenda vivente del blues

Intervista a John Mayall, leggenda vivente del blues
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L'autore Redazione Trento


Nella serata di ieri 24 febbraio 2014 ho avuto il grande piacere di intervistare John Mayall, bluesman inglese e massimo interprete mondiale nel suo genere, che si è esibito  all’Auditorium Santa Chiara di Trento. L'incontro è avvenuto dietro le quinte mentre i suoi musicisti facevano il “Sound Check”.

Il leone del blues si è presentato a Trento con il suo "80th Anniversary Tour", accompagnato da Rocky Athas alla chitarra, Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria.

 

Cantante, armonicista, tastierista, chitarrista con oltre 51 dischi all’attivo. Come si definirebbe ad un giovane che non la conosce?

"Proprio non saprei – ci risponde John Mayall –penso che se qualcuno viene ad un mio concerto deve conoscermi o almeno questo è il mio pensiero."

John Mayall ha praticamente scoperto e valorizzato grandissimi  talenti come Eric Clapton, Jack Bruce, Mick Taylor, John Mc Vie, Peter Green e tanti altri. Quale è il segreto.

"Non c’è alcun segreto. Essendo appassionati di blues e quindi per similarità ci trovavamo  bene sul palco e quindi non abbiamo fatto nessuna difficoltà."

Impossibile parlare di John Mayall senza nominare i Bluesbreackers. Qualcuno li ha definiti la più grande officina e banco di prova per musicisti blues. Lei è d’accordo?

"Sono d’accordo – ci dice la leggenda del blues – infatti era un nostro modo di sperimentare per essere liberi. Suonando tutti insieme potevamo sperimentare nuove sonorità e nuove timbriche con lo spirito di libertà comune."

Se la sente di parlarci di qualche giovane bluesman che secondo lei potrebbe mettersi in evidenza?

"Francamente non saprei fare un nome. Posso dire con certezza che il blues è più vivo che mai e che secondo me ci sono molti interpreti bravi e preparati dei quali certamente sentiremo parlare."

Parliamo della sua strumentazione. Ricorda quale è stata la sua prima chitarra ?

"Davvero ho avuto moltissime chitarre, di ogni genere e marca, ma in tutta sincerità posso dirti che non ricordo proprio quale è stata  la mia prima chitarra."

Quale album consiglierebbe di ascoltare ad una persona che si avvicina per la prima volta alla sua musica?

"Gli consiglierei di ascoltare il mio ultimo album – risponde Mayall con un sorriso – che è un concentrato di tantissimi anni di carriera e raccoglie al suo interno tutti gli anni del mio lavoro."

Nel 2005 è stato nominato Ufficiale dell’ Ordine dell’Impero britannico (the Most Excellent Order of the British Empire ) Questa importante onorificenza è solo uno dei tanti riconoscimenti alla sua straordinaria carriera. Dia un consiglio ai giovani musicisti che tentano di affermarsi ai giorni nostri.

"Questa è un’onorificenza molto importante che mi rende molto orgoglioso del lavoro che ho fatto – ci dice il grande bluesman – della quale sono molto felice. Ai giovani dico di suonare e di lavorare duro che i risultati, se c’è il talento, arrivano sempre."

 

Dire che non ero emozionato sarebbe una bugia. La leggenda vivente del blues mi stava aspettando insieme al suo manager e se incontrarlo di persona e parlare con lui mi ha emozionato, ascoltare il suo concerto mi ha estasiato. John Mayall ( classe 1933 ) si è presentato sul palco con dei musicisti eccezionali: Rocky Athas alla chitarra, Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria. In un auditorium quasi al completo, il grande John Mayall ci ha deliziato con quasi 2 ore di blues allo stato puro, alternandosi all’armonica, alle tastiere e alla chitarra elettrica.

Naturalmente ha cantato tutti i brani con la sua timbrica ancora graffiante e grintosa. Un cenno va obbligatoriamente fatto ai musicisti che lo accompagnavano. Un chitarrista molto tecnico che con la sua Gibson Les Paul ci ha “ubriacato” con assoli bellissimi e graffianti, Rzab con il suo basso Fender Precision ha martellato con timbriche calde e pulsanti,  regalandoci un paio di assoli nel finali degni essere ricordati a lungo. Infine vorrei menzionare Jay Davenport, batterista nero che ha martellato con indubbia tecnica, grinta e capacità, offrendoci alcuni assoli di batteria  che hanno lasciato a tratti senza fiato. Davvero tre professionisti all’altezza della leggenda inglese del Blues.

Poco prima dell’inizio del concerto ho scambiato qualche battuta anche con loro. E’ emerso che, consapevoli del privilegio di accompagnare il leone del blues, sono emozionati ogni volta. E questa cosa mi piace molto perché significa che la musica, quella vera e genuina, genera emozioni in chi la ascolta, ma anche in chi la esegue. That’s all!

 

Stefano Leto - Onda Musicale

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