Quando si parla di dischi cult, di vere gemme nascoste, Growers of Mushroom dei Leaf Hound è un nome che viene sempre fuori. Un lavoro che dà ancora grande soddisfazione, ma lascia il rimpianto per una band durata il tempo di registrarlo.
Nel 1970 il rock britannico è in piena mutazione genetica. Il British Blues che aveva scaldato i club londinesi a metà anni ’60 sta tirando gli ultimi respiri tra un assolo e l’altro. I suoi figli ribelli stanno già costruendo un nuovo impero sonoro fatto di volumi alti, riff pesanti e una sana attrazione per l’oscurità. L’Hard Rock, per come lo conosciamo oggi, è un adolescente strafatto e rumoroso che sta prendendo casa nel Regno Unito, facendo crollare le fondamenta del vecchio blues con colpi ben assestati di chitarra distorta.
I Led Zeppelin hanno già messo il turbo con II e III, i Deep Purple si scolpiscono nella storia con In Rock e i Black Sabbath stanno letteralmente inventando un genere a sé, molto più gotico.
È in questo contesto esplosivo che viene inciso Growers of Mushroom dei Leaf Hound, disco oggi considerato uno dei capolavori nascosti dell’hard rock primordiale, ma all’epoca passato quasi inosservato. È uno di quegli album da culto, da collezionisti ossessivi e amanti delle gemme perdute, che ti chiedi come diamine non sia finito nelle solite classifiche di capolavori del decennio.
Ma chi erano questi Leaf Hound, e da dove spuntano fuori?
La storia inizia coi Black Cat Bones, band seminale del British Blues che ha avuto il merito di ospitare nelle sue fila futuri membri di Free, Foghat e, appunto, Leaf Hound.
La band – dopo aver perso Kossoff – fa in tempo a licenziare Barbed Wire Sandwich, capolavoro tardo del British Blues. Il “sandwich di filo spinato” suona benissimo, vero hard blues col volume a palla e una paio di frenate al limite del folk psichedelico. Anche quella band, però, ha vita breve.
Quando i Black Cat Bones si sfasciano, due cugini londinesi – il chitarrista Mick Halls e il cantante Peter French – decidono che il blues da solo non bastava più. Serve qualcosa di più sporco, più pesante, più psichedelico. Qualcosa che odori di fumo e amplificatori valvolari col volume ancora più alto.
Nascono così i Leaf Hound. Il moniker del gruppo deriva da un racconto del grande Ray Bradbury, quello di Fahrenheit 451. In The Emissary, l’autore narra la storia di un cane che torna dalla morte coperto di foglie. Un leaf hound, Mastino delle foglie. L’aneddoto testimonia la sana passione dei ragazzi per il fantastico e l’horror, che tornarà anche per la scelta del titolo dell’album.
Ma Growers of Mushroom non è solo un trip allucinogeno: è un concentrato di hard rock grezzo, sincero, e con una serie di riff granitici che ancora oggi sanno farsi sentire.
La nascita di Growers of Mushroom è una di quelle storie che, a raccontarle oggi, raccontano perfettamente come veniva percepita la musica nei favolosi 70s. Tutto comincia, come detto, dallo scioglimento dei Black Cat Bones, band blues-rock in attività dal 1966, che aveva avuto tra le sue fila futuri pezzi grossi come Paul Kossoff e Simon Kirke, che finiranno nei Free, e Rod Price, destinato ai Foghat. Insomma, un vivaio niente male.
Quando i Black Cat Bones spariscono, i reduci Stuart e Derek Brooks, fratelli, si guardano in giro. E trovano il chitarrista Mick Halls, vero artefice del suono Leaf Hound, e il cantante Peter French, dotato di una voce roca, potente e perfetta per l’hard blues venato di fumo e whisky. Con loro arriva il batterista Keith George Young.
E qui inizia la parte succosa della storia.
Il disco viene registrato nel 1970 in sole undici ore, un tempo che oggi non basterebbe neanche per accordare la batteria.
Alcuni brani vengono scritti direttamente in studio, altri portati alla rinfusa dai membri del gruppo, e pare che nella foga della registrazione diversi titoli delle canzoni siano stati assegnati a caso o scambiati tra loro, giusto per aggiungere un po’ di confusione al tutto. Un approccio che oggi chiameremmo punk, se non fosse che qui il punk ancora non esisteva, e i Leaf Hound pestavano duro ma con la testa ancora al blues.
Il titolo, a metà tra il fantasy e il botanicamente sospetto, pare ispirato da una raccolta di racconti horror/fantastici: The Growers of Mushrooms, di Herbert Read. Un titolo che profuma di esoterismo rurale, incubi sotto acido e funghi decisamente poco commestibili – perfetto per un gruppo che stava per incidere uno dei dischi più acidi e hard di tutto il decennio.
Il risultato è un disco che suona improvvisato ma non raffazzonato, sporco ma sincero, con un’energia che sprizza fuori da ogni solco. Un miracolo di istintività. French e Halls si trovano alla perfezione, la sezione ritmica spinge come un treno senza freni, e l’atmosfera generale è quella di una jam session tra amici, solo che questi amici stanno creando un piccolo classico dell’hard rock.
E poi c’è il mistero dell’uscita.
Growers of Mushroom esce prima in Germania come Leaf Hound a fine 1970, pubblicato dalla Telefunken, emanazione della Decca nel paese. Nel Regno Unito, invece, esce solo nell’ottobre del 1971, in un’edizione che diventerà oggetto di culto. Perché questo ritardo?
La spiegazione più accreditata è che in patria il disco non abbia trovato subito un’etichetta. Il gruppo, infatti era già smembrato, dato che Peter French se n’era andato a cantare con gli Atomic Rooster. La Decca britannica, inoltre, si convince solo più tardi, forse sull’onda dell’avvento dell’hard rock.
Ironia della sorte: l’album diventa un oggetto di culto per collezionisti soprattutto in UK, dove è stato praticamente ignorato all’uscita.
E la copertina? Viene ideata a band già sciolta, dando il poco materiale a un grafico che ne sa poco o nulla. Del resto, pare che alla Decca fossero convinti che i Leaf Hound fossero americani. Curioso, considerando quanto sia British il loro approccio al genere. Insomma, esce fuori un bel disegno che inneggia alla psichedelia più lisergica, come da usanza del tempo. Peccato che i ragazzi non fossero affatto consumatori di droghe. Lo stesso French ricorda: “Eravamo piuttosto ingenui. Il massimo che avevamo era mezza pinta di birra!”
Tuttavia, oggi la cover di Growers Of Mushroom è perfetta per un disco che sta a metà tra l’hard rock e il trip psichedelico.
Dal punto di vista musicale, i Leaf Hound affondano le radici nel blues più duro ma lo spingono verso territori più ruvidi e sabbathiani, con riff granitici, sezioni vocali rudi e atmosfere da taverna infestata. Se i Led Zeppelin flirtavano con il folk e il misticismo, i Leaf Hound preferivano la birra calda e il boogie maleducato. Se i Sabbath evocavano il Male con la M maiuscola, loro si aggiravano nei boschi con i pantaloni a zampa e una gran voglia di far casino.
A metà strada tra i Free più duri e i Budgie più ispirati, Growers of Mushroom è un album che gronda proto-stoner e pub rock nella sua forma più primitiva e onesta. Niente fronzoli, niente produzione patinata: solo chitarre, voce, batteria e tanta sincerità.
E ancora non abbiamo parlato delle canzoni. Mettiamo Growers of Mushroom sul piatto e sentiamo come suona.
L’album si apre con Freelance Fiend, e già dalle prime note siamo catapultati nell’universo dei Leaf Hound. Un attacco diretto, riff potente e sezione ritmica serrata, il tutto guidato dalla voce roca di Peter French, che pare ringhiare invece di cantare. È un perfetto biglietto da visita per la band: sporco, grezzo, ma efficace. Il brano è una dichiarazione di intenti, senza fronzoli, e con un assolo di Mick Halls che spacca in due il pezzo come una bottiglia sul bancone di un pub.
Un sound che ricorda il furore dei Black Cat Bones, ma con meno tecnica e più libertà di uscire dagli schemi del blues. La voce ricorda il miglior Jack Bruce dei Cream, altra band di riferimento per i nostri.
Segue Sad Road to the Sea, unica ballata del disco, che si prende una pausa dal fuzz per aprirsi a un’atmosfera più liquida e malinconica. Il brano è corto e ha un sapore tra Led Zeppelin e – soprattutto – Cream. Una canzone che suona come una confessione alcolica sul ciglio della strada, con la voce di French che sa farsi più dolente e l’assolo che punge come la nostalgia di un vecchio ricordo.
Si riprende velocità con Drowned My Life in Fear, uno dei brani più potenti dell’album. Parte con un riff circolare che sembra uscire da un incubo blues, per poi esplodere in un groove sabbathiano, anche se più veloce e diretto. La chitarra è protagonista assoluta, con Halls che srotola assoli, mentre la batteria di Keith Young pesta con la delicatezza di un mulo ubriaco. Qui si sente tutta l’anima proto-metal della band, senza i manierismi che affliggeranno il genere in seguito.
Arriva poi Work My Body, un rock’n’roll tiratissimo, con una sezione ritmica incalzante e un andamento boogie che ricorda certe cose dei Cactus. La voce di French qui è graffiante, quasi isterica, e dà al brano un’energia animalesca.
Il lato B si apre con Stray, uno dei pezzi più sottovalutati del disco. Ha un andamento più cadenzato, ma non meno efficace: il riff è ipnotico e i stile Zep, il basso pulsa con forza, e tutto sembra girare attorno a una tensione che non esplode mai davvero, ma che si mantiene costante come un temporale che non vuole scaricarsi. È il pezzo più heavy, ma con un tocco quasi gotico che lo rende magnetico.
With a Minute to Go, secondo la leggenda, viene composto sul momento. I ragazzi si rendono conto di aver finito il repertorio e di avere ancora qualche minuto per registrare, et voilà. Secondo French, però, il pezzo improvvisato sarebbe un altro, Sawdust Caesar. Un’ulteriore versione, invece, narra di uno scambio di titoli tra i due pezzi, poi rimasto per sbaglio nella versione finale. Mistero.
In ogni caso, si tratta di un pezzo diretto, quasi punk nell’attitudine. Velocità, riff serrato, voce sbraitata: sembra anticipare di anni l’urgenza che verrà fuori nei ’70 avanzati con band come i Motörhead. Non c’è un secondo sprecato, e il brano finisce prima ancora che si possa capire bene di cosa si tratti.
E poi arriva la title track, Growers of Mushroom, un trip lungo quattro minuti e mezzo dove il blues si fonde con la psichedelia più acida. L’intro sembra provenire da un incubo botanico, poi parte il riff, malato e vischioso, mentre la voce di French racconta cose che non si capiscono bene ma che sembrano importanti, tipo “i coltivatori di funghi del subconscio”. È uno dei brani più emblematici del disco, e sicuramente quello che gli dà la sua fama più weird.
Abbiamo poi Stagnant Pool, altra bordata di hard rock stile Sabbath, dove la chitarra è satura al punto giusto e la voce torna a ringhiare. Il pezzo è meno immediato degli altri ma porta con sé un senso di urgenza compressa, lasciando in sospeso una tensione che non si scioglie.
Il lavoro si chiude con Sawdust Caesar. Il brano si muove ancora su coordinate hard-psych e ricorda molto certe cose dei Cream. La lunga sezione centrale è appannaggio della chitarra distorta e col wah-wah di Halls. Il pezzo paga un po’ di piattezza nel ripetersi ossessivo dello stesso schema dall’inizio alla fine.
E proprio mentre questo suono ruvido e sincero sembra poter conquistare qualche anima persa in cerca di rock duro, la band si scioglie. La Decca pubblica il disco quando ormai i Leaf Hound non esistono più: Peter French ha già accettato l’offerta degli Atomic Rooster, e più tardi finirà anche nei Cactus. Mick Halls sparisce per un po’, così come il resto della band, che si disperde nei mille rivoli del rock britannico minore.
Proprio il chitarrista dà una bella mano allo scioglimento della band. È lui a voler dare il benservito al chitarrista ritmico, Derek Brooks, sobbarcandosi tutte le parti di chitarra. Una scelta, probabilmente, volta a ridurre i costi dei tour, ma che porta all’abbandono anche di Stuart, bassista e fratello di Derek.
Nel 2004, in piena epoca revival, French riforma i Leaf Hound con una nuova formazione. Pubblicano un album, Unleashed, nel 2007, e si esibiscono in qualche festival. Ma la magia, quella alchimia spontanea e sbilenca di Growers of Mushroom, non torna più. Come quei funghi che crescono solo una volta ogni cento anni, in un punto preciso del bosco e solo dopo una notte di pioggia.
Growers of Mushroom è uno di quei dischi che nascono un po’ per caso. Un lampo di ispirazione registrato di corsa, con strumenti rozzi, mezzi scarsi, e zero strategie commerciali. Eppure, è proprio quella mancanza di calcolo a renderlo un vero cult. Il suono è grezzo, la produzione è spartana, ma ogni nota è autentica, sincera, viscerale.
Sarebbe potuto diventare un classico, un’icona del proto-metal e dell’hard rock britannico. Invece è rimasto un gioiello per intenditori, un disco che chi ama il rock degli anni Settanta, le registrazioni imperfette ma irripetibili.
E in fondo, forse, è giusto così. Non tutto deve diventare leggenda: alcuni dischi sono nati per rimanere sottoterra. Come i funghi. Ma che trip quando li trovi.


