Musica

Pet Sounds, Brian Wilson e i Beach Boys: l’eterna ricerca della felicità

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Beach Boys

Coretti, voci angeliche, cambi di tempo, accozzaglia di strumenti classici e campanelli di bicicletta: eppure per la critica l’album dei Beach Boys è un capolavoro.

Ripubblicato l’articolo del 2017 in cui Stefano Montefiori spiega perché l’album dei Beach Boys Pet Sounds, scritto da Brian Wilson, ha cambiato la storia della musica. Wilson è morto l’11 giugno a 82 anni. 

Pet Sounds è il miglior album di sempre secondo le riviste specializzate Uncut e Mojo, e appare al secondo posto — dietro a Sgt. Pepper’s dei Beatles — nella lista di Rolling Stone dei 500 dischi più belli della storia. Ma provate a farlo ascoltare a qualcuno, anche appassionato di musica, che non sia già conquistato al culto dei Beach Boys, e quello penserà che state attraversando un brutto periodo.

Coretti, voci angeliche, cambi di tempo, accozzaglia di strumenti classici e campanelli di bicicletta, strampalate progressioni di accordi e melodie lì per lì poco comprensibili punteggiate da tromboni, corni francesi e lattine di Coca Cola usate come percussioni

Negli ultimi anni la critica musicale si è trovata d’accordo nel definire Pet Sounds un capolavoro. Bene, questo permette a noi svenevoli di esibire il debole per quell’album assurdo con le capre dello zoo di San Diego in copertina. Per molti Pet Sounds resta un’opera ostica, che tutti lodano e pochi ascoltano: un album sdolcinato, auto-indulgente, adolescenziale. Esattamente i motivi per i quali lo adoro da sempre.

Il 30 ottobre quindi mi sono presentato, emozionato e pieno di gratitudine, alla Salle Pleyel di Parigi per celebrare il mezzo secolo di Pet Sounds. A 23 anni Brian Wilson, per comporre quell’album, smise di fare tournée con gli altri Beach Boys e si chiuse nella sua casa sull’oceano Pacifico.

Adesso che di anni ne ha 74 (e li dimostra tutti), Brian suona Pet Sounds ovunque, dalla Nuova Zelanda alla Scozia. Il cinquantenario è passato, ma lui continua ad aggiungere date sold-out anche nel 2017

Il fatto è che, per chi è stato toccato dalla grazia divina di Don’t Talk (Put Your Head on My Shoulder)Wouldn’t It Be Nice o naturalmente God Only KnowsBrian Wilson è una specie di profeta. Messaggero di benevolenza e felicità (se solo potesse esistere), fragilità e innocenza, nostalgia di tempi meravigliosi benché mai vissuti. Scatena potenti ricordi basati sul nulla anche in chi, come me, quando quella musica è stata composta non era ancora nato.

Pet Sounds è un nirvana che non ci si stanca di rincorrere perché la speranza di raggiungerlo non si estingue mai: per quanto tormentato, afflitto dalla malattia psichiatrica e sopravvissuto a decenni spaventosi, Brian Wilson è pur sempre un californiano con qualche indistruttibile molecola di ottimismo nel sangue. Sole, amore, tragedia, tutto insieme: sofferenza e surf, anche se si è troppo grassi e fatti di Lsd per riuscire davvero a stare in piedi su una tavola. Deve essere per questo che il pubblico di Parigi continuava a gridare «Merci!». Grazie per aver creato un universo parallelo così struggente.

Capire Brian Wilson, i Beach Boys e Pet Sounds, 60 anni dopo

Brian Wilson è la grandezza raggiunta infischiandosene del rischio di apparire patetici

La sera del concerto alla Salle Pleyel è salito sul palco aiutato da un assistente, che lo ha accompagnato lentamente, passo dopo passo, fino al pianoforte, tenendolo per un braccio.

Il pubblico si alza subito in piedi, «standing ovation» come si dice, applausi forsennati e telefonini a riprendere la scena. Ed ecco il disagio, la commozione spontanea ma poi imbarazzante, quella sensazione oscena di vivere un momento collettivo che potrebbe finire su Internet: «Brian Wilson malfermo sul palco e le lacrime degli spettatori – il video». Per fortuna l’eroe della serata trova le parole. «Grazie, ora sedetevi. Avete comprato il biglietto e siete venuti in teatro, avete fatto la vostra parte. Adesso tocca a noi, godetevi la musica».

Solo che la commozione non se ne va, anzi

Prima di eseguire per intero l’album Pet Sounds, Wilson e la band suonano una ventina di hit. Per prime arrivano le note di California Girls, l’ultimo grande successo della prima fase dei Beach Boys, quella in teoria più spensierata, nella quale i tre fratelli Wilson con il cugino Mike Love e l’amico Al Jardine recitavano la parte dei «ragazzi da spiaggia» elencando le doti delle ragazze americane: lo stile di quelle della East Coast, l’accento di quelle del Sud, le figlie degli agricoltori del Mid-West che ti fanno stare bene e le ragazze del Nord che la notte riscaldano di baci i loro fidanzati. Niente Schopenhauer, insomma.

Eppure già lì si capiva che non era così semplice

La canzone dovrebbe essere un manifesto della poetica di base «sea, sex and sun», la strofa ha un bel ritmo infantile da marcetta ma la mazzata arriva presto: ecco il ritornello con gli straordinari cambi di tono, gli accordi in minore che introducono una punta agrodolce, un rimpianto, il testo che dice «I wish they all could be California girls», «mi piacerebbe che fossero tutte ragazze della California»: siamo già alla frustrazione, al sogno infranto, bella la vita peccato che le cose non vadano mai bene fino in fondo.

Brian canta e io mi ricordo della prima volta che mi sono imbattuto in quella canzone (dovevo avere 9 o 10 anni, mi bloccai stupefatto mentre cercavo qualcosa di interessante sulla radio FM), e delle infinite volte in cui poi ne ho storpiato le parole andando al mare (il Tirreno, non il Pacifico) sulla Vespa PX

Nel video d’epoca del 1965 si vedono i Beach Boys attorniati da ombrelloni e ragazze in bikini, ma il bluff è evidente: l’unico con il fisico del ruolo era il biondo batterista Dennis Wilson, che infatti era il solo a surfare davvero. Gli altri due fratelli Carl e Brian hanno guanciotte più da bambinoni gonfi di sostanze varie che da playboy di Malibu. Altro che sole e mare. L’anno dopo, Brian proseguirà su quella strada per comporre Pet Sounds tra lo stupore e le proteste di Mike Love, il cugino voce solista che avrebbe preferito ripetere per sempre la formula vincente di Surfin’ USAPoco più che ventenne, precoce rockstar miliardaria californiana, Brian Wilson era destinato a spaccare il mondo. Invece si è chiuso in studio per fare un album introspettivo, malinconico e all’epoca incompreso. Ma è a quello che, nonostante tutto, oggi deve la sua fama.

A vederlo lì sul palco, cinquant’anni dopo, quasi nascosto dietro a un pianoforte sul quale suona poche note, non si può non ricordare la sua vita raccontata nel bel film Love & Mercy (amore e compassione) di Bill Pohlad. Vittima del padre che gli ha insegnato la musica ma lo ha anche picchiato fino a fargli perdere l’udito da un orecchio, Brian soffre da sempre di disturbi psichiatrici. È molto migliorato, ma ancora oggi «sente voci» che lo scoraggiano: da quella del padre al suo mito musicale, il produttore Phil Spector. Negli anni Ottanta Brian Wilson è stato ridotto a una larva dal terribile psichiatra Eugene Landy, che prese il controllo della sua vita a colpi di psicofarmaci e presenza costante — «24 hours therapy», la chiamava — per manipolarlo e rubargli migliaia di dollari.

A lungo Brian Wilson è stato in cima alla lista delle star destinate a lasciarci prima del tempo, ma la ricerca ingenua, come un riflesso, di amore e felicità per lui non è mai finita

Un giorno andò a comprarsi una Cadillac e, pur scortato dagli scagnozzi dello psichiatra, al concessionario incontrò l’ex modella diventata venditrice d’auto Melinda Ledbetter, la donna dei sogni più sfrenati di ogni più o meno tardo-adolescente. Sexy e materna, bellissima e dolcissima, determinata a salvare quell’uomo che — avance del secolo — le fece trovare un biglietto con tre parole: «Solo – Impaurito – Terrorizzato».

L’autobiografia I am Brian Wilson uscita da poche settimane è dedicata a lei: «To Melinda – God only knows what I’d be without you». Una vera personalità autodistruttiva non si sarebbe lasciata salvare neanche da Melinda Ledbetter. Brian invece l’ha sposata, e insieme hanno adottato cinque figli. Il concerto finisce con Love & Mercy, «che è tutto quello di cui hai bisogno».

A 74 anni Brian Wilson si muove con difficoltà, canta e suona con misura, ma vive forse oggi il suo momento di gloria più grande e completa. Una specie di anti-Mick Jagger. Quanto il coetaneo dei Rolling Stones resta inarrivabile e cool, tanto la vita e l’opera di Brian Wilson grondano umani affanni e infine melassa. Ma l’ex Beach Boy ce lo ha insegnato: mai vergognarsi di amore e compassione.

(fonte: link)

— Onda Musicale

Tags: The Beatles/Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band
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