Musica

“Il Cacciatore di Orizzonti” di Atlantide (intervista)

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copertina del nuovo progetto musicale di Atlantide

Fuori dal 17 giugno “Il Cacciatore di Orizzonti” di Atlantide, il progetto musicale di Giuseppe Peppe Santangelo. Un disco di dodici canzoni che esplorano generi differenti tra loro dal cantautorato al pop

Atlantide è un nome evocativo. Come nasce questo progetto e cosa rappresenta per te questa “terra sommersa” del mito?

Il progetto nasce per mia volontà e perché non posso fare a meno di scrivere. Per me la scrittura è un viaggio verso i luoghi ignoti della coscienza. Ho voluto quindi, attribuire al progetto il nome di un luogo del mistero, un luogo che fa parte di un mito collettivo, di una ricerca interiore, un luogo dove tutto l’immaginario si palesa senza essere mai reale. Atlantide quindi, è
il viaggiatore, che viaggia verso sé stesso!

“Il Cacciatore di Orizzonti” è il titolo dell’album ma anche della title track. Chi è per te questo cacciatore e cosa sta inseguendo?

Il Cacciatore di Orizzonti è colui che non sa mai stare fermo. Colui che segue un’idea non appena questa stuzzica la sua fantasia, è colui che ha sempre lo sguardo rivolto verso l’infinito, in una parola, è l’Artista. Non nascondo che è un brano autobiografico. Ascoltando il brano, potrete notare che nelle B, il Cacciatore rivolge una richiesta alla madre. Ecco, il Brano è anche un inno alle madri dei Cacciatori Di Orizzonti, che vivono l’infinito negli sguardi dei loro figli, e che supplicano; “all’orizzonte farai, quella preghiera che sai”, il destino di essere clemente con la loro creatura.

Hai scritto dodici canzoni con dodici testi molto diversi. Come nascono i testi? Parti dalla musica o dalla parola?

Non ho un metodo compositivo statico. Dipende da tanti fattori. A volte parto semplicemente da un riff, altre da un titolo, altre da alcuni versi. Mi riservo sempre di farmi sorprendere dall’ispirazione.

Alcuni brani sono profondamente legati all’attualità, come “Salsedine” o “Lo Spettatore”. Quanto è importante per te che la musica dialoghi con il presente?

Per me è fondamentale che la musica e l’artista dialoghino con il proprio presente. La sento come una responsabilità civile. Mi stupisce che i grandi Artisti, quelli che veramente possono incidere oggi nella società, abbiano disertato questo ruolo. Dove sono? Perché non parlano più dei temi importanti come la guerra, la sofferenza degli ultimi, la democrazia ormai eclissata o la
sorveglianza di massa? Salsedine è un urlo contro la mattanza degli innocenti nelle guerre. Prende spunto dai fatti di Gaza, ma non li cita, perché volevo che la denuncia diventasse universale e ponesse l’accento sulla sofferenza degli innocenti. Lo Spettatore invece parla proprio della società della sorveglianza, alla quale l’uomo moderno ha barattato la propria libertà
in cambio della comodità
.

“L’uomo che mi ha rapita” è un omaggio ai padri. Ti va di raccontarci come nasce questo pezzo e se ha un legame diretto con la tua storia familiare?

Sono un padre anche io, e vorrei insegnare alle mie bimbe la capacità di sognare tutta la vita. È per questo che narro quella scena in mezzo al mare in cui la protagonista dice: “e al largo in mezzo al mare, l’orizzonte è dentro, non farti fregare”. È un modo di dire in versi alle mie figlie e di riflesso a tutte le figlie, che non bisogna farsi indicare i propri limiti da nessuno. Perché anche di fronte all’orizzonte sconfinato di un oceano ce né un altro ancora più ampio dentro di noi. Ma c’è anche un altro motivo. Non passa giorno che non si accenda la tv e non si senta la notizia di un femminicidio. Mi ero stufato. Sembra che i tg siano tutti d’accordo nel presentare alla società il peggio di essa. Facendo in modo che il peggio, per emulazione, si amplifichi. Che motivo c’è di fare da megafoni ai mostri? E questa cosa non mi va giù. Così ho voluto parlare di un rapimento positivo, quello dell’anima, e di tutti gli uomini buoni (che sono la grande maggioranza) che ogni giorno regalano sé stessi alle loro madri, mogli e figlie.

C’è un brano a cui ti senti particolarmente legato, magari per motivi personali o per il suo processo creativo?

Li sento tutti come parti diverse di me. Ma forse Nuvole, mi riguarda più da vicino. Infatti, è concepita come uno specchio….

In Atlantide sei accompagnato da una band e dalla voce di Michele Frigoli. Come è nata questa collaborazione e come si è evoluta nel tempo?

Con Michele, Gianmarco e Francesco di conosciamo da molti anni. Abbiamo suonato assieme in centinaia di concerti (Francesco Di Lenge è anche il batterista del Peppe Santangelo Nu Quartet) inoltre e anche negli eventi per il noto Brand Dolce&Gabbana. Suonavamo spesso la mia musica e ad un certo punto ho ritenuto necessario fare un passo diverso. Michele canta bene, e così è nata l’idea di questo disco.

Hai già annunciato un secondo album di Atlantide in arrivo nel 2026. Puoi darci qualche anticipazione?

Sì, da settembre comincerò a scrivere il secondo capitolo. Questa volta voglio mettere la mia scrittura al servizio di un altro genere musicale. Come dichiarato poeticamente fin dall’inizio, non voglio darmi limiti, ma voglio viaggiare nella direzione che mi va, tenendo fede alla mia musa ispiratrice. E poi sono una figura atipica nel mondo della musica contemporanea. Suono,
compongo, scrivo, ma non canto, quindi tutto è sempre una sorpresa perché non sono legato alle esigenze espressive della mia voce, perciò libero di spaziare.

— Onda Musicale

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