Gli anni Novanta in Inghilterra, quelli di Urban Hymns, vedono una delle ultime rinascite del rock. Una brezza nuova che sa di nostalgia sixties, di riff jangly, di giacche di velluto e atteggiamenti da rockstar con l’anima da working class. È l’epoca del britpop: una scena musicale, certo, ma anche un’identità culturale. E mentre i tabloid inventano le “guerre” tra Oasis e Blur, nei club e nei festival emerge una voce più introspettiva, destinata a un fulminante quanto effimero successo. Quella dei Verve.
I Verve nascono a Wigan, nel nord-ovest dell’Inghilterra, nel 1990 e Urban Hymns è il loro terzo lavoro. Richard Ashcroft è il frontman: alto, magro, occhi allucinati, una voce che pare arrivare da molto lontano. Con lui ci sono Nick McCabe alla chitarra – un virtuoso visionario – Simon Jones al basso e Peter Salisbury alla batteria. Per un po’ si fanno chiamare semplicemente “Verve”, ma per evitare grane legali con l’etichetta jazz americana Verve Records, aggiungono l’articolo determinativo.
I primi lavori non si inseriscono propriamente nel britpop. Semmai, si muovono in un territorio onirico e psichedelico che guarda ai Pink Floyd di A Saucerful of Secrets e ai primi Spiritualized. L’EP d’esordio del 1992 e il primo album, A Storm in Heaven del 1993, sono un viaggio tra riverberi, echi cosmici e atmosfere lisergiche. La critica è entusiasta, ma il grande pubblico è ancora distante.
Nel 1995 esce A Northern Soul. È un disco più compatto, più “rock”, in cui affiora il lato più emotivo e tormentato di Ashcroft. Il suono si fa più cupo, le liriche più personali. È un disco che prelude a qualcosa, ma anche qui i Verve restano in bilico tra culto e riconoscimento. Inoltre, le tensioni interne esplodono: dopo l’uscita del disco, Ashcroft scioglie la band, salvo poi riformarla pochi mesi dopo – senza McCabe, che però rientrerà proprio in tempo per iniziare le registrazioni del disco successivo.
In quel momento – seconda metà dei ’90 – i Verve sono una band dalla reputazione solida, ammirata ma ancora non pienamente esplosa. Hanno una nicchia fedele, ma non sono in cima alle classifiche. Sono i “mistici” del britpop, quelli che preferiscono l’estasi alla hit, il viaggio interiore all’inno da stadio. Eppure, il mondo sta per cambiare – e anche i Verve.
Quando i Verve entrano in studio nel 1996, l’idea iniziale è un’altra. La band è appena rinata dopo lo scioglimento dell’anno precedente: Richard Ashcroft ha richiamato Simon Jones e Peter Salisbury, ma il chitarrista Nick McCabe – anima sonora del gruppo – all’inizio è fuori dal progetto. Con loro c’è il nuovo chitarrista Simon Tong, amico d’infanzia di Ashcroft. Il piano è registrare un disco più semplice, più acustico, lontano dalle visioni psichedeliche degli inizi. In un certo senso, Urban Hymns nasce quasi come un disco solista camuffato.
Le prime sessioni partono tra fine 1996 e inizio 1997, con Chris Potter alla produzione. Si lavora tra gli Olympic Studios di Londra e i Westpoint Studios. Ma appena McCabe rientra in formazione, qualcosa cambia. La scrittura intimista di Ashcroft si fonde con le trame chitarristiche eteree di McCabe, e le canzoni crescono, si ampliano, diventano inni. Il sound si stratifica: archi, delay, tensioni blues, una sorta di gospel laico. È ancora britpop, ma con un respiro diverso, più universale. Un britpop al tramonto, consapevole, maturo.
Il disco esce il 29 settembre 1997, e ha qualcosa di epocale fin dalla copertina: Ashcroft seduto a terra in un prato con gli altri membri della band che, sfocati, gli fanno da cornice. Uno scatto volutamente ambiguo, che riflette bene i delicati equilibri interni: da un lato una band in stato di grazia creativa, dall’altro un frontman sempre più centrale, determinato, quasi ingombrante.
Il primo singolo è Bitter Sweet Symphony, che diventa subito un manifesto. Il brano è un successo epocale, ma porta con sé una delle controversie più note della storia del rock. Il campionamento del riff d’archi proviene da un arrangiamento orchestrale di una canzone degli Stones, e basta un cavillo legale per far incassare i milionari diritti del brano a Mick Jagger e Keith Richards. I Verve non ne incasseranno mai i proventi, almeno fino al 2019, quando gli Stones restituiranno i diritti ad Ashcroft. Ma intanto, nel 1997, la canzone gira ovunque, diventando simbolo di un’epoca.
Urban Hymns viene accolto con entusiasmo dalla critica e travolge le classifiche: numero 1 in UK, oltre dieci milioni di copie vendute nel mondo, premi, riconoscimenti e un Mercury Prize sfiorato. È il disco che porta i Verve dove nessuno si aspettava: nell’Olimpo delle rock band mondiali. Eppure, dentro quel successo immenso covano già le crepe.
Il tour che segue è lungo, estenuante. Le tensioni tra Ashcroft e McCabe riemergono con forza. E nel 1999, appena due anni dopo il trionfo, i Verve si sciolgono di nuovo. Il disco che li ha consacrati è anche l’ultimo, quello che li mette definitivamente alla prova. Urban Hymns è un miracolo arrivato al limite del collasso. E proprio per questo, forse, così intenso e pieno di verità.
L’album si apre con Bitter Sweet Symphony, e davvero non potrebbe esserci inizio più folgorante. Il riff d’archi che si ripete ipnotico, il crescendo emotivo, il testo che parla di destino e immobilismo esistenziale: tutto è pensato per colpire nel profondo i tormentati adolescenti british. È una canzone che sembra scritta per restare, e infatti così è.
La seconda traccia, Sonnet, abbassa il tono e vira verso un romanticismo lirico, quasi soul. La voce di Ashcroft si fa più calda, sincera, vulnerabile. È uno di quei brani che sembrano semplici, ma che crescono a ogni ascolto. Se ascoltate il parere di uno che ha consumato i solchi del vinile, Sonnet è la canzone di Urban Hymns.
The Rolling People cambia registro. Torna l’elettricità, tornano le chitarre sature di McCabe, che qui costruisce un muro sonoro potente, nervoso, un po’ shoegaze. Il testo è più oscuro, disilluso, come se facesse da contraltare all’estasi iniziale. The Drugs Don’t Work, invece, è una resa malinconica, toccante, scritta dopo la morte del padre di Ashcroft. Negli anni è diventata uno dei brani simbolo del dolore “elegante” degli anni ’90. È la ballata perfetta, forse la migliore di tutto il britpop.
Catchin’ the Butterfly è più spostata verso la psichedelia. Chitarre liquide, struttura dilatata, atmosfera rarefatta. È un brano meno immediato, ma affascinante. Subito dopo arriva Neon Wilderness, sorta di interruzione ambient, quasi un passaggio strumentale più che una vera canzone, ma con una sua funzione narrativa, quella del respiro prima del tuffo.
E infatti con Space and Time si torna alla forma-canzone, con un’altra melodia brillante e un testo che guarda alla distanza come possibilità e come fuga. Weeping Willow è più introversa, con un incedere dal sapore blues che la rende ipnotica. Lucky Man è l’altra grande hit del disco: solare, immediata, con un ritornello che si stampa in testa e un testo che parla – incredibilmente – di gratitudine. Una rarità, nei toni spesso cupi del britpop e della band.
One Day e This Time sono episodi meno memorabili, ma non privi di fascino: brani che funzionano bene nel contesto dell’album, ma che da soli forse non lascerebbero il segno. Hanno però entrambi momenti intensi, e si sente comunque la cura nei dettagli. A chiudere, Velvet Morning, lenta, sognante, con echi di gospel e una sensazione di sospensione, e infine Come On, che sembra un’esplosione finale, con un crescendo quasi psicotico e una coda rumorosa che suggella tutto. È come se la band volesse chiudere il cerchio ricordandoci da dove viene: dal caos creativo, dal rumore che diventa forma.
Urban Hymns è un disco che segna la decade finale del millennio. Ha picchi altissimi, alcuni veri classici, e una coerenza emotiva che lo rende ancora oggi un’esperienza d’ascolto intensa. Certo, ci sono un paio di tracce che non reggono il confronto con le vette dell’album, ma non rovinano l’equilibrio complessivo. Resta il rimpianto per lo scioglimento della band proprio nel momento del massimo successo: i Verve erano riusciti a fare quello che pochi altri avevano fatto in quel decennio, unire profondità e popolarità, senza perdere la propria identità.
Urban Hymns è un disco che ha segnato un’epoca, ma che riesce ancora a parlare al presente. E questo, forse, è il segno più chiaro della sua grandezza.







