In primo pianoMusica

The Masterplan e gli Oasis, quando il lato B è meglio del singolo

The_Masterplan

Nel 1998, quando esce The Masterplan, la scena musicale britannica vive un momento di transizione. L’onda lunga del Britpop si sta ritirando lentamente, lasciando sulla battigia i suoi protagonisti in cerca di nuove direzioni.

Mentre The Masterplan prende forma, i rivali Blur hanno appena virato verso sonorità più oscure e sperimentali con 13, mentre i Radiohead sono già altrove, in orbita con OK Computer. I Pulp di Jarvis Cocker si affacciano sull’abisso con l’introspezione di This Is Hardcore, e band come The Verve o Suede tentano di reinventarsi o resistere a un’epoca che stava cambiando. La Cool Britannia ha perso il suo slancio propagandistico e il decennio si avvia verso la fine con più dubbi che certezze.

In questo panorama in bilico, gli Oasis restano un punto fermo, nonostante le frizioni interne e un’evidente stanchezza creativa. La parabola della band dei fratelli Gallagher ha toccato picchi vertiginosi in pochi anni. Dopo un esordio fulminante nel 1994 con Definitely Maybe, seguito nel 1995 dal monumentale What’s the Story (Morning Glory)?, gli Oasis erano diventati il gruppo simbolo del pop britannico anni ’90. Nel 1997 avevano provato a confermare quel ruolo con Be Here Now, un disco attesissimo, accolto inizialmente come capolavoro ma presto ridimensionato da critica e pubblico, affaticati da eccessi di produzione, durate infinite e un certo autocompiacimento.

Intanto, i rapporti tra Noel e Liam si vanno ulteriormente deteriorando. Le risse, le sparate in conferenza stampa e le defezioni nei tour sono più frequenti dei singoli in classifica. La band sembra avviata a una lunga pausa, anche se non ancora ufficialmente annunciata. E proprio in quel momento, mentre ci si interroga sul futuro degli Oasis, arriva The Masterplan, una raccolta di B-side che avrebbe lasciato molti a bocca aperta.

Perché The Masterplan non è la classica uscita tappabuchi. Anzi, per molti è, ancora oggi, una delle uscite più solide della band. Una sorta di “disco fantasma”, composto da canzoni che in qualunque altro contesto sarebbero finite dritte in scaletta ufficiale. E invece erano finite sul lato B dei singoli, quasi per gioco o per eccesso di materiale: Acquiesce, Talk Tonight, Half the World Away, The Masterplan stessa. Brani che da subito erano entrati nel cuore dei fan più attenti, quelli che compravano i CD singoli e si gustavano anche ciò che non passava in radio.

L’idea di pubblicare questa raccolta è della Creation Records, e incontra subito il favore di Noel Gallagher, che con una punta di ironico rimpianto ammette: “Alcune di queste canzoni sono migliori di molte canzoni che abbiamo messo sui dischi”.

Il risultato è un LP compatto, maturo, sorprendentemente coeso. C’è la delicatezza acustica di Talk Tonight, l’energia sporca di Fade Away, l’epica malinconia di The Masterplan, con quel finale orchestrale degno dei Beatles del periodo tardo. C’è persino Rockin’ Chair, uno degli ultimi momenti in cui Liam canta con una voce ancora perfetta, prima che le sigarette e l’alcol cominciassero a graffiarla definitivamente.

The Masterplan uscì nel novembre del 1998, quasi in sordina. Ma col tempo ha conquistato uno status particolare nel cuore degli appassionati: non solo una raccolta, ma un album a tutti gli effetti. Non un testamento, ma una capsula del tempo che racconta con precisione chirurgica il momento in cui gli Oasis erano davvero al loro meglio, ancora capaci di scrivere canzoni immortali anche quando non sembrava così importante.

Si parte con Acquiesce, B-side di Some Might Say del 1995.
Registrata nel pieno della frenesia di Morning Glory, è una delle B-side più amate dagli Oasis e aprire The Masterplan con questa traccia è una dichiarazione d’intenti. È uno dei rari pezzi in cui cantano entrambi i fratelli Gallagher: Liam sulle strofe, Noel nel ritornello. Il passaggio di testimone vocale sottolinea la dualità della band, tra irruenza e melodia. Il testo, per quanto semplice, si presta a una lettura fraterna: due personalità in conflitto che però riconoscono di aver bisogno l’una dell’altra.

Musicalmente è un’esplosione britpop nella sua forma più grezza: riff trascinante, batteria incalzante, cori da stadio. Una canzone che avrebbe meritato un posto d’onore in un album ufficiale, tanto da essere poi inserita in diverse scalette live e raccolte successive.

Si prosegue con Underneath the Sky, lato B della mitica Don’t Look Back in Anger del ’96.
Meno nota, ma interessante per struttura e atmosfera, Underneath the Sky è un ibrido tra la psichedelia sixties e l’andamento da britpop. L’uso del clavicembalo e il canto leggermente filtrato richiamano il lato più giocoso dei Beatles di Magical Mystery Tour e mostrano l’abilità di Noel nel rielaborare le sue influenze in modo personale. Il testo ha un tono da filastrocca urbana, eppure la melodia resta impressa. Liam è ancora in forma smagliante: la sua voce, qui, è roca al punto giusto, senza forzature. Una canzone minore, ma che aggiunge colore all’insieme.

Si arriva a uno dei pezzi forti, Talk Tonight.
Registrata da Noel da solo durante una pausa del tour americano, nasce da un momento di crisi personale. Noel, frustrato dalla tensione interna alla band e dalla pressione, minacciò di lasciare tutto.

Una ragazza conosciuta negli Stati Uniti lo ospitò per qualche giorno: con lei parlò a lungo, si calmò e tornò in tour. Questa ballata è il diario di quel momento. Chitarra acustica, voce fragile, arrangiamento minimo: è uno dei momenti più sinceri e vulnerabili del repertorio Oasis. Qui non c’è alcun bisogno di orpelli: la forza sta nella confessione, nella gratitudine e nella scoperta che fermarsi a parlare può salvarti.

Going Nowhere è la B-side di Stand by Me del ’97. Registrata con un arrangiamento orchestrale pieno di fiati e archi, ha un tono retrò che guarda ai primi anni ’70 e a Burt Bacharach più che al rock britannico. Noel canta con dolcezza, evocando una vita fatta di promesse non mantenute e sogni in sospeso. È una canzone che sembra parlare del prezzo della fama e della malinconia del successo. L’atmosfera è elegante, quasi da musical, ma il testo è amaro: “I’m going nowhere, but I’m guaranteed to stay”. Un brano raffinato, che mostra il lato più classico e riflessivo del songwriting gallagheriano.

Si prosegue con Fade Away, da Cigarettes & Alcohol. Una scarica elettrica in piena regola, tra le prime canzoni registrate dalla band. Una canzone tutta velocità, giovinezza e disperazione lucida. Il testo è tra i più crudi degli Oasis: “While we’re living, the dreams we have as children fade away”, canta Liam con aggressività, evocando la paura di diventare adulti e perdere l’innocenza. Il pezzo ha un’energia quasi punk, con un tocco alla Jam, e rivela l’anima più working class della band. Esiste anche una versione acustica registrata per War Child con Noel alla voce: lì lo stesso testo suona come una ferita aperta.

Una vera rarità è invece The Swamp Song, già B-side di Wonderwall. Registrato dal vivo in studio e usato anche come interludio su Morning Glory, è uno strumentale blues-rock con armonica e riff sporchi. Serve più come intermezzo che come brano completo, ma restituisce l’idea di una band capace di divertirsi in presa diretta, senza troppi filtri. Il riff ricorda molto la celebre On the Road Again dei Canned Heat.

I Am the Walrus, registrata dal vivo, è l’immancabile omaggio ai Beatles.
Cover fedele e sfacciata del celebre pezzo dei Beatles, registrata dal vivo. È la dimostrazione più chiara dell’amore degli Oasis per i Fab Four, ma anche del loro approccio punk: niente arrangiamenti barocchi, solo chitarre distorte e attitudine. Liam la canta con arroganza pura, trasformando l’assurdo lisergico di Lennon in una cavalcata britpop. Non aggiunge molto all’originale, ma mostra il legame spirituale tra le due band.

Listen Up è una semi-ballad malinconica, con il tipico crescendo Oasis: strofa sussurrata, ritornello aperto, muro di chitarre nel finale. Listen Up è un brano sul desiderio di redenzione, sulla ricerca di un senso in una vita quotidiana che sembra soffocante. Liam è teatrale ma sincero, e l’arrangiamento, seppur semplice, funziona. Una perla nascosta.

Rockin’ Chair, B-side di Roll with It del ’95, viene scritta in origine per un possibile progetto solista di Liam, poi finisce come B-side. È una ballata notturna, in bilico tra dolcezza e inquietudine. La voce di Liam è ancora morbida, e il brano ha un sapore quasi autobiografico, da fine giornata: “I’m older than I wish to be, this town holds no more for me”. Non è un pezzo epocale, ma è intenso, umano, vicino alla sensibilità di molti ascoltatori.

Il decimo pezzo è Half the World Away del 1994. Una delle canzoni più importanti tra le B-side, tanto da diventare anche sigla della serie The Royle Family. Cantata da Noel con voce stanca ma accogliente, su un accompagnamento acustico e rilassato, è una dichiarazione di desiderio di fuga: “I’d like to leave this city, this old town don’t smell too pretty”. Il tono è dimesso, ma il testo è universale: chiunque abbia sognato una vita diversa si riconosce. È anche una delle canzoni in cui l’influenza dei Kinks si fa più sentire.

(It’s Good) To Be Free è un piccolo inno alla libertà personale e creativa. Noel canta con leggerezza, ma sotto la superficie si coglie una sfumatura di sarcasmo, come se la libertà in questione fosse più teorica che reale. Il brano è costruito su un riff circolare e una linea vocale volutamente semplice. Non memorabile, ma coerente con l’estetica da underdog della raccolta.

Un’esplosione di ottimismo, quasi infantile. Stay Young è una canzone che sembra scritta per un pubblico adolescente, e forse è proprio questa la sua forza: “Hey, stay young and invincible / ‘Cause we know just what we are”. Il testo è semplice, ma si rivolge direttamente ai fan, come una carezza tra i riff. Musicalmente è uno dei pezzi più puliti del periodo Be Here Now, e proprio per questo funziona meglio fuori dal caos sonoro di quell’album.

Headshrinker è un punk tirato, isterico, quasi garage rock. Liam urla, la chitarra si sporca, la batteria picchia come non mai. Headshrinker è uno sfogo, un divertissement ruvido che anticipa, per certi versi, lo stile più sporco degli album successivi come Heathen Chemistry. Non è tra i più raffinati, ma è un’espressione autentica dell’irriverenza gallagheriana.

A chiudere un album già ottimo, arriva il capolavoro, quella The Masterplan che dà il titolo alla raccolta, in origine B-side di Wonderwall.
The Masterplan è uno dei pezzi più sofisticati mai scritti da Noel Gallagher, e il fatto che sia stato relegato a B-side è, per sua stessa ammissione, quasi un crimine. Arrangiamento orchestrale, melodia perfetta, liriche dense e agrodolci. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, solenne ma accessibile.

“We’re all part of the masterplan” sembra un’ammissione filosofica, quasi fatalista. Il brano parte in sordina, cresce con eleganza, e culmina in un assolo lirico, seguito da cori e archi che chiudono l’album come una sinfonia pop. È il pezzo che più di tutti testimonia cosa sarebbero potuti essere gli Oasis se avessero davvero abbracciato la loro anima più ambiziosa. Non solo una bella canzone: una vera e propria chiave di lettura per l’intera carriera della band.

Per noi, The Masterplan non è semplicemente una raccolta di B-side: è un album vero, coeso, ricco, in certi punti persino superiore ad alcune uscite ufficiali della band. Alcuni brani – pensiamo a Talk Tonight, Acquiesce, Half the World Away – avrebbero potuto tranquillamente guidare qualsiasi LP, e il fatto che siano finiti come “scarti” fa riflettere. Anzi, a tratti ci viene da pensare che gli Oasis non siano stati grandi maestri nello scegliere cosa pubblicare nei dischi principali: c’è una leggerezza, forse un eccesso di sicurezza, che li ha portati a sottovalutare pezzi straordinari.

E poi c’è The Masterplan, la canzone: un capolavoro. Un momento di grazia in cui tutto si allinea, dalla scrittura all’arrangiamento, dalla voce alla visione. È la dimostrazione che, quando voleva, Noel Gallagher sapeva costruire pop d’autore con lo stesso peso emotivo e la stessa ambizione dei suoi maestri.

Nel tempo, questa raccolta ha avuto un destino strano. Non è entrata subito nel canone ufficiale degli album, ma ha continuato a vivere nei cuori dei fan. Alcuni dei brani qui presenti sono poi diventati punti fissi nei concerti, soprattutto quelli cantati da Noel (Talk Tonight, Half the World Away, The Masterplan). Altri – come Acquiesce – hanno avuto una seconda vita nei live, diventando veri e propri inni da stadio.

Dopo il 1998, Talk Tonight è rimasta una delle preferite nei set acustici di Noel, The Masterplan è apparsa regolarmente fino agli ultimi tour con la band, e Acquiesce è entrata di diritto nelle scalette sia degli Oasis che dei progetti solisti dei fratelli Gallagher. Half the World Away è diventata un piccolo classico natalizio in UK grazie alla pubblicità John Lewis del 2015, mentre Fade Away ha vissuto stagioni alterne, ma sempre con un’aura da cult.

In definitiva, The Masterplan è uno scrigno prezioso, una testimonianza del fatto che, per un certo periodo, gli Oasis riuscivano a scrivere grandi canzoni quasi senza sforzo. Anche quando sembrava che stessero solo buttando fuori un lato B.

E se è vero che Definitely Maybe è la rabbia e Morning Glory è la gloria, allora The Masterplan è il segreto meglio custodito: quello che, più di tutti, ci ricorda perché gli Oasis siano ancora tanto amati.

— Onda Musicale

Tags: Noel Gallagher, Liam Gallagher, Oasis, Canned Heat
Leggi anche
Continua in Sicilia ANIMA il live experience tour di Lidia Schillaci
Fuori il video del nuovo singolo di Annalisa Minetti “Come il Jazz” feat. Danny Losito che lo ha scritto e prodotto