In primo pianoMusica

Bruce Springsteen: questi i suoi migliori 10 dischi in classifica

Bruce Springsteen

Bruce Springsteen non è soltanto una colonna della musica mondiale, ma è anche un narratore di razza, un vero e proprio autore della vita americana.

Sulla scia di giganti della letteratura quali John SteinbeckWalt Whitman e Flannery O’Connor, il Boss ha costruito un’opera che è un archivio vibrante di esistenze comuni. I volti, i sogni e le battaglie interiori delle persone con cui è cresciuto, anime partite dal nulla con grandi speranze nel cuore, diventano protagonisti delle sue canzoni come fossero racconti di un’America profonda e reale.

Con l’arrivo del film biografico interpretato da Jeremy Allen White, affiancato da talenti del calibro di Stephen Graham e Jeremy Strong, sarà ancora più evidente come la missione artistica di Springsteen sia sempre stata quella di tessere un ponte tra l’esperienza emotiva della working class e la quotidianità di ciascuno di noi. Il suo stile, intriso di pathos e poesia, mescola la sfrontatezza di chi ha conosciuto il marciapiede con la vulnerabilità di chi non ha mai smesso di cercare la verità dentro sé stesso.

Bruce Springsteen non ha mai avuto bisogno di atteggiarsi a leggenda: lo è diventato restando onesto. La sua forza non risiede nella posa, ma nella verità che trasuda da ogni verso e accordo. I personaggi che popolano le sue canzoni, vividi, imperfetti e autentici, non sono archetipi, ma persone. Proprio grazie a questa vivacità e genuinità, il pubblico finisce per abitare il suo mondo interiore, riconoscendosi in quelle storie di sogni, cadute e redenzioni.

All’indomani del primo trailer del film e dell’uscita di un album di inediti (quasi tutti provenienti dagli anni ’90, il suo «decennio perduto»), questo ci sembra il momento migliore per passare in rassegna i migliori album della sterminata produzione del Boss.

I 10 migliori album di Bruce Springsteen

10. The Rising (2002)

Image may contain City Brick Urban Road Street Advertisement Poster Architecture Building Publication and Book

Il cantante country Toby Keith, vero e proprio stereotipo vivente degli artisti di questo genere, ha risposto all’11 settembre con una canzone che prometteva di Put a boot in your ass/It’s the American way. Bruce Springsteen, dal canto suo, ha deciso di andarci più cauto. Infatti, è riuscito a unire tutta la forza dell’ottimismo e della speranza (Waitin on a Sunny Day), senza dimenticare il dolore (come in Nothing Man e in Paradise). Il tutto fa sì che questo album, il primo registrato insieme alla E Street Band dopo 18 anni, voli molto più alto dei dischi fatti con lo stampino e assolutamente anonimi, usciti sull’onda di uno degli eventi più pesanti del Ventunesimo Secolo.

9. The Ghost of Tom Joad (1995)

Image may contain Book Publication Adult Person Advertisement Poster Art Painting Back and Body Part

Grazie alla citazione del protagonista di Furore di John Steinbeck e al sound minimale che ricorda Nebraska, Bruce Springsteen ha deciso di inviare un segnale chiaro: non vendersi al pop dei suoi album precedenti, per tornare a una musica più toccante e politicamente impegnata. La title track di The Ghost of Tom Joad si apre come un sussurro stanco, una confessione a bassa voce che sembra emergere dalla polvere degli anni ’90, ma che affonda le radici nella miseria raccontata da Steinbeck negli anni ’30. È un’America che non sogna più, ma che sopravvive. E Bruce Springsteen, con la sua voce scarna e dolente, ne è il cronista più onesto. In Youngstown, il declino post-industriale prende forma nel fango di una cittadina dell’Ohio, simbolo di un’intera nazione che ha sacrificato i suoi figli sull’altare del profitto. La canzone è un lamento operaio, un requiem per le acciaierie chiuse e per le promesse tradite.

Dry Lightning, invece, è un piccolo miracolo di malinconia: una ballata che racconta l’amore e la perdita con la delicatezza di un lampo secco all’orizzonte, in un paesaggio arido e desolato. È la poesia del quotidiano, dove anche la tristezza può essere romantica. Non è certo l’album più solare del Boss, ma è forse uno dei più necessari. The Ghost of Tom Joad è un disco che non consola, ma scuote.

8. Greetings From Asbury Park, N.J (1973)

Image may contain Advertisement Poster Book Publication and Comics

Le prime righe del brano d’apertura del suo primo album (Blinded By The Light) ci dicono molto sull’artista che Bruce Springsteen sarebbe diventato: Madman drummers, bummers, and Indians in the summer/With a teenage diplomat. I suoi personaggi, insoliti e particolari, vengono evocati con una disinvoltura che ci catapulta nel mondo del Boss, in modo preciso e totale. Siamo davanti a un album capace di fare da manifesto di questo artista, anche nei momenti più intelligenti e folli dei suoi testi. Sulle prime, un prodotto del genere ha fatto sì che, almeno a inizio carriera, Bruce Springsteen venisse visto come una specie di Bob Dylan, ma più attento ai sentimenti. Come paragone, non era male. Il cantante di Long Branch, però, aveva davanti a sé molto più di questo.

7. The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle (1973)

Image may contain Bruce Springsteen Head Person Face Adult Photography Portrait Sad and Frown

Praticamente una versione migliorata di Asbury Park, rappresenta il secondo album per eccellenza. Tanto per fare qualche esempio, 4th of July, Asbury Park (Sandy) ha una fluidità jazz gradevolissima, un po’ alla Van Morrison, e Rosalita (Come Out Tonight) è una delle poche canzoni che si possono considerare perfettamente capaci di riempire sette minuti fino a scoppiare. È proprio grazie alla miscela esplosiva di stili musicali in grado di spaziare dal folk al rock più viscerale, che l’album riesce a sprigionare tutta la sua energia ribelle. I testi, intrisi di una spavalderia quasi teatrale, raccontano stavolta la storia di un padre deciso a strappare sua figlia da un mondo che non la comprende, un gesto d’amore e di rivolta insieme. Nonostante un’impronta giovanile, quasi impetuosa, si avverte chiaramente una maturazione artistica: Springsteen affina la sua scrittura, la rende più personale e intima.

6. The Tunnel of Love (1987)

Image may contain Bruce Springsteen Clothing Formal Wear Suit Blazer Coat Jacket Adult Person Face and Head

Il disco successivo a Born in the USA, ha il rispetto di tutti i fan, anche se in modo un po’ altalenante. Comunque, con buona pace di chi non lo gradisce, specie i fan più duri e puri, neppure questo album sa fare a meno dell’energia e dei sintetizzatori tanto cari all’opera precedente. Se Born in the USA era rivolto verso l’esterno, con Tunnel of Love l’artista decide di guardarsi dentro. Nello specifico, Brilliant Disguise è il pezzo più amato del disco, caratterizzato com’é dalle sonorità tipiche del Boss, capaci di unire delle ritmiche allegre alla storia di un rapporto ormai giunto alle sue ultime battute. Visto che l’album è stato concepito mentre il matrimonio del cantante si sfaldava sotto il sole della California del Sud, come opera è paragonabile, almeno sul piano personale, all’importanza politica di Born in the USA. Un’ulteriore prova della sua grandissima sincerità.

5. The River (1980)

Image may contain Bruce Springsteen Face Head Person Photography Portrait Publication Book and Adult

Siamo davanti a un’opera di un grande livello, con i suoi 20 brani, anche se alcuni di essi non sono indimenticabili. Bruce Springsteen ha cercato qui di catturare tutta l’ampiezza del sound della sua E Street Band. Ne è un esempio lampante la title track, un vero e proprio racconto breve in musica, perfettamente capace di bilanciare la narrazione con l’intuizione emotiva e l’eloquenza che qualsiasi scrittore in qualsiasi forma può solo sognarsi, senza contare Hungry Heart, una delle sue canzoni più famose e fortunate, capace di riempire gli stadi come poche altre.

4. Born in the USA (1984)

Image may contain Clothing Pants Jeans and Person

Born in the U.S.A. è forse il disco più frainteso della carriera di Bruce Springsteen. Un’opera che, dietro l’apparente trionfalismo del titolo e dei ritornelli, cela una rabbia compressa, una denuncia sociale che molti non hanno voluto ascoltare. Il Boss ci ha messo dentro tutto: frustrazione, compassione e il suo modo di vedere l’America. Ma anche qualcosa che, col tempo, ha ammesso di non sentire più come suo. La title track è un pugno nello stomaco: un inno travestito da protesta, un grido di dolore per i veterani del Vietnam dimenticati da un Paese che li ha usati e poi abbandonati. Eppure, per anni, è stata sventolata come bandiera patriottica da chi non ha mai letto oltre il ritornello. Springsteen stesso ne è rimasto turbato, consapevole che la sua voce era stata usata per dire l’opposto di ciò che intendeva.

Poi c’è Dancing in the Dark, nata in una notte di frustrazione, scritta su richiesta del proprio manager per avere un singolo da classifica. Bruce non l’ha mai amata davvero, eppure è diventata la sua hit più iconica, quella che lo ha catapultato nell’olimpo del pop anni ’80. Un compromesso tra arte e industria, tra autenticità e successo. Born in the U.S.A. è fatto di gemme più intime e taglienti. I’m On Fire, con la sua tensione erotica sussurrata, è un brano che si insinua nella mente e non ti lascia più. E poi ci sono le storie spezzate, come quella del veterano che riceve solo silenzi e frasi fatte: Son, if it was up to me…. Frammenti di un’America che promette e poi dimentica.

In definitiva, siamo al cospetto di un album che è un campo di battaglia emotivo. Non è solo una raccolta di canzoni, è un documento umano, politico e poetico, pieno di pezzi meravigliosi, anche quelli che Bruce avrebbe voluto dimenticare.

3. Nebraska (1982)

Image may contain Outdoors Nature Water Car Transportation and Vehicle

Oltre a costituire il pilastro artistico del prossimo film di Jeremy Allen White, questo album simboleggia il Bruce Springsteen più spartano e dolente. Il sound dell’album era lo-fi, nell’epoca dell’hi-fi a tutti i costi. Quindi, si prestava a un ascolto attento e ponderato già allora. Atlantic City trasmette bene quella tipica immediatezza e riesce a incorporare il tumulto socio-politico e il romanticismo più disperato in quattro minuti di vita che raramente vengono messi sotto i riflettori americani. Highway Patrolman è un classico esempio della costruzione dei personaggi alla Springsteen, mentre State Trooper aggiunge un tocco minaccioso, oltre a contenere alcune delle sue prime stranezze artistiche, tanto per mantenere viva l’atmosfera.

2. Born to Run (1975)

Image may contain Matt Embree Guitar Musical Instrument Adult Person Baby Guitarist Leisure Activities and Music

Born to Run è il disco che ha consacrato Bruce Springsteen come voce di una generazione in cerca di riscatto. La title track, con la sua energia travolgente e l’incedere da corsa a perdifiato, è un inno alla fuga e alla speranza, un’esplosione sonora che parte con la stessa urgenza visionaria di Blinded by the Light, ma si incanala presto in una narrazione più intima e decisiva: quella di un momento di svolta, in cui si sceglie se restare o partire, se accettare il destino o sfidarlo. In questo contesto, Thunder Road appare come una sorella spirituale: più raccolta, poetica, ma altrettanto potente. Entrambe le canzoni raccontano di giovani sospesi tra sogni e disillusioni, tra la voglia di scappare e il bisogno di credere ancora in qualcosa. E se Born to Run ci mostra ragazzi «sprung from cages on Highway 9», pronti a superare ogni limite, Thunder Road ci invita a «ride out tonight to case the promised land», con una dolcezza che sa di promessa e di redenzione.

L’album nel suo insieme è un affresco lirico e sonoro di quell’America che corre, sogna e si ribella. Springsteen dà voce a chi vive con il cuore in gola e le mani sul volante, a chi cerca una via d’uscita ma anche un senso. Born to Run non è solo un disco: è una dichiarazione d’intenti, un romanzo di formazione in otto tracce.

1. Darkness on the Edge of Town (1978)

Image may contain Bruce Springsteen Clothing Coat Jacket Face Head Person Photography Portrait and Adult

Ecco un’ulteriore prova di come gli alberi migliori non smettano mai di dare buoni frutti. In verità, Darkness on the Edge of Town, come temi, non differisce molto da Born to Run, ma ha dalla sua un tocco di maturità disillusa, capace di renderlo un po’ più vero del proprio predecessore. Badlands e The Promised Land ne sono un buon esempio, mentre Racing in the Street ne incarna ancora meglio lo spirito. Quest’ultima è una canzone perfetta tout court, anche grazie al ritornello di pianoforte in grado di creare la base che consente al Boss di usare, benissimo e appieno, uno dei suoi simboli preferiti, ossia le auto, con tutti i loro dettagli, tra pezzi di ricambio, modelli e simili, senza disdegnare i temi più profondi e totali, tipo la fuga e la libertà. In Racing in the Street, Springsteen usa le quattro ruote per farsi le domande più importanti di tutte, ovvero cosa rende una vita degna di essere vissuta? E come si fa a essere davvero felici?

Le risposte che Bruce Springsteen affida alla sua musica sembrano sempre provenire da un punto d’equilibrio sottile, quasi miracoloso. Sono riflessioni mature, spesso disincantate, che tuttavia non rinunciano mai a una scintilla di speranza. La stessa luce fioca che filtra tra le crepe della realtà, inseguita ostinatamente dal Boss. E così, come in ogni grande narrazione, l’ultima parola spetta a chi ascolta. Al pubblico, dunque, l’ardua sentenza.

(Articolo originariamente pubblicato su GQ UK)

— Onda Musicale

Leggi anche
Phil Collins: nessun mistero sul suo ricovero, è stato operato ad un ginocchio
Arabax Music Festival fa scatenare la Sardegna con Planet Funk, Gigi D’Agostino, DJ Snake, Axwell