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Paolo Crepet: “Ma secondo voi, la mamma di Lou Reed gli preparava lo zainetto al mattino?”

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Lou Reed

Durante uno dei suoi incontri-spettacolo, Paolo Crepet ha formulato una domanda dal tono volutamente spiazzante: “Ma secondo voi, la mamma di Lou Reed gli preparava lo zainetto al mattino?”.

L’immagine è semplice, quotidiana, ma dietro la battuta si nasconde una riflessione complessa sull’educazione, la genitorialità e l’autonomia. Il riferimento a Lou Reed non è casuale: figura di rottura, artista scomodo, protagonista di una traiettoria esistenziale e creativa lontana da qualsiasi percorso preconfezionato. Crepet non sta suggerendo che ogni giovane debba diventare un’icona della controcultura, ma interroga i genitori sull’eccesso di controllo che spesso esercitano.

Il gesto di preparare lo zainetto — che nella prima infanzia è un atto di cura — nella pre-adolescenza può diventare un simbolo dell’incapacità di lasciare spazio

Lo zainetto, spiega Crepet, rappresenta il carico che ogni giovane deve imparare a portare da solo. La sostituzione del gesto — da parte del genitore — segnala una resistenza a lasciar crescere, a concedere fiducia, a riconoscere il bisogno di indipendenza. L’interrogativo non è rivolto al figlio, ma al genitore: “Fino a quando intendi farlo tu, al posto suo?”.

In più occasioni, Crepet ha definito i genitori contemporanei come “carcerieri affettuosi”

L’immagine può sembrare dura, ma il suo intento non è quello di accusare, bensì di sollecitare un ripensamento. La casa, nei suoi racconti, rischia di diventare una comfort zone che protegge ma non stimola, che garantisce ma non forma. L’autonomia, a suo avviso, nasce proprio dalla possibilità di confrontarsi con l’imprevisto, di affrontare una difficoltà, di dover decidere senza avere sempre qualcuno che anticipa le necessità.

A sostegno di questa idea, Crepet ha più volte richiamato un’esperienza personale: quella con la nonna Maddalena, che gli rivolgeva una sola parola ogni volta che usciva: “Badati”. In quel verbo, usato senza spiegazioni, c’era un intero mondo educativo: la fiducia nel fatto che il bambino sapesse cavarsela, il riconoscimento implicito delle sue capacità, l’assenza di un’assistenza preventiva. “Badati” non significava solo “stai attento”, ma anche “sei in grado”. Crepet attribuisce a questa forma di educazione — asciutta, spartana — il merito di averlo messo nella condizione di diventare adulto.

L’iperprotezione, al contrario, priva i figli della possibilità di confrontarsi con i propri limiti

Ogni ostacolo rimosso, ogni disagio evitato, rappresenta un’occasione mancata per costruire competenze interiori. Secondo Crepet, è proprio questa dinamica che spiega l’incapacità di molti adolescenti di affrontare il mondo. Le loro giornate sono spesso organizzate nei minimi dettagli, ma manca uno spazio in cui possano “arrangiarsi”, sbagliare, rimediare, correggere. Anche un semplice zainetto — fatto da sé o dimenticato a casa — può diventare un piccolo laboratorio di responsabilità.

L’educazione, in tale prospettiva, non è un percorso lineare ma una traiettoria fatta di tentativi, fallimenti, ripartenze. Il compito del genitore non è anticipare ogni passo, ma essere presente nei momenti chiave, senza sostituirsi. La libertà, ricorda Crepet, non si insegna: si concede. Ma per concederla, serve accettare che essa comporti anche il rischio dell’errore.

(fonte: link)

— Onda Musicale

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