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Closer, tragico atto finale della storia dei Joy Division e di Ian Curtis

Closer e i Joy Division

Ci sono storie del rock che non si limitano a essere raccontate. Storie che rimangono dentro come una vecchia ferita e continuano a fare male anche quando crediamo di averle chiuse. I Joy Division sono una di quelle — e Closer è il capitolo che porta all’atto finale, freddo e senza retorica.

Closer arriva dopo l’urto tellurico di Unknown Pleasures, con la band che non si prende pause. La macchina delle aspettative — Factory Records, stampa, fan e, non ultima, la pura ambizione artistica di Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris — vuole un seguito. Il secondo disco arriva velocemente, ma non è un disco “di fretta”: è un lavoro inciso con precisione chirurgica, pensato per scavare ancora più a fondo nella materia dolorosa che Ian Curtis aveva saputo trasformare in musica.

Nei mesi che separano l’esordio da Closer succede di tutto. Musicalmente i pezzi cambiano pelle: se in Unknown Pleasures il basso di Hook e la chitarra geometrica di Sumner costruivano muri, qui alcune canzoni nascono già con un’anima più “sintetica”, o comunque con un’attenzione al paesaggio sonoro che lascia più spazio ad atmosfere funeree e a linee melodiche che si allungano come crepe.

Brani come Atrocity Exhibition prendono il titolo e parte dell’immaginario da J. G. Ballard; altri — Isolation, The Eternal, Twenty Four Hours — mostrano una band che ha smesso di cercare l’impatto immediato per abbracciare arrangiamenti più lunghi, dilatati, spesso costruiti su poche note ripetute fino all’ossessione. In buona sostanza, meno attitudine punk, più rito oscuro e controllato.

La registrazione è infatti una specie di rito iniziatico in uno studio che ha già la sua mitologia. I Joy Division si chiudono a lavorare a Britannia Row, a Islington, tra il 18 e il 30 marzo 1980. Session intense e concentrate, che racchiudono mesi di tensioni, prove e visioni. A dirigere il tutto c’è di nuovo Martin Hannett, figura ambivalente: geniale, meticoloso, autoritario. Hannett rifinisce il suono con pratiche da alchimista del mix, separa gli strumenti, spalma echi sovrannaturali, ritocca e modella ogni dettaglio fino a ottenere una superficie sonora che sembra tradurre in musica il gelo e la solitudine.

Non tutti lo amano: Hook e Sumner più volte si lamentano del “melt” applicato alle chitarre e di come alcune asperità vengano smussate; eppure, paradossalmente, è proprio quel tocco a rendere Closer così eterno.

Anche la grafica contribuisce alla leggenda. Peter Saville, con Martyn Atkins, sceglie una fotografia di Bernard Pierre Wolff — la tomba della famiglia Appiani nel cimitero di Staglieno a Genova — e la trasforma nel volto del disco. Un’immagine già di per sé sepolcrale che, alla luce di ciò che accadrà poche settimane dopo, assume contorni quasi profetici. Si racconta che Saville, alla notizia della tragedia, rimase scosso per il macabro allineamento tra copertina e destino. La cover finirà per diventare uno degli emblemi visivi più riconoscibili del post-punk.

Intanto, i segnali personali che circondano Ian Curtis sono sempre più inquietanti. L’epilessia peggiora, i concerti diventano per lui una prova fisica e mentale sempre più dura. La vita privata è complessa: un matrimonio in crisi con Deborah, la relazione con Annik Honoré e il peso delle aspettative che sembrano schiacciarlo.

Su tutto incombe un calendario che non perdona. Il gruppo sta per affrontare il primo tour in Nord America. Un’iniziativa che spalanca nuove porte ma non per Ian. Troppa è l’angoscia di esibirsi davanti a platee forse meno comprensive della sua condizione e della sua performance, sempre al limite dell’implosione.

E così, quando Closer è praticamente pronto, il missaggio è in fase finale e la macchina promozionale è in moto, arriva la tragedia. Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 1980, alla vigilia della partenza per l’America, Ian Curtis si toglie la vita nella cucina della sua casa di Macclesfield. Ha solo 23 anni. Closer uscirà il 18 luglio dello stesso anno, trasformandosi in un testamento postumo. Un disco che non si limita più a raccontare la sofferenza in modo indiretto, ma che simboleggia la fine tragica di Curtis.

Ma mettiamo Closer sul piatto e vediamo come suona un disco leggendario.

Closer si apre con Atrocity Exhibition, un brano che sembra già un manifesto. Titolo preso in prestito da J. G. Ballard, riff di chitarra ossessivo, basso martellante e una batteria tribale che si muove come una marcia verso il patibolo. Curtis, più che cantare, declama con un tono ipnotico e disperato, trasformando il testo in un invito perverso a guardare il dolore come spettacolo. Quasi una versione sghemba del Jim Morrison più sciamanico. Hannett lo avvolge in un riverbero inquietante, facendo sembrare ogni colpo di batteria un rintocco lontano.

Segue Isolation, che tradisce le nuove direzioni della band: ritmo sintetico e pulsante, tastiere luminose in contrasto con un testo che parla di alienazione e solitudine emotiva. È uno dei pezzi più accessibili del disco, quasi ballabile, ma non c’è mai un vero conforto: l’energia ritmica è solo una facciata per un testo che annuncia distacco e resa.

Passover è un brano minimale, dominato da un basso ripetitivo e un incedere lento, quasi liturgico. Curtis canta di passaggi, di fine dei cicli, di destini che si compiono. Qui la produzione di Hannett si fa rarefatta, lasciando ampi vuoti che amplificano la sensazione di presagio e ineluttabilità.

Poi arriva Colony, più aggressiva e nervosa, con la chitarra di Sumner che lancia fendenti metallici e Hook che spinge il basso in avanti come un’arma. È uno dei momenti più vicini all’energia cruda di Unknown Pleasures, ma filtrata da un senso di claustrofobia che nega ogni vera liberazione.

A Means to an End chiude il lato A con un andamento cadenzato e un testo criptico che alterna immagini di legami spezzati e ossessioni irrisolte. Qui il basso è protagonista assoluto, sostenendo un Curtis quasi rassegnato, come se la voce provenisse da un’altra stanza.

La seconda facciata si apre con Heart and Soul, lenta e avvolgente, con un groove che sembra sospeso nel vuoto. È uno dei brani più sottili e spettrali, dove la voce di Curtis diventa quasi un sussurro che si dissolve nell’aria, mentre la sezione ritmica ripete il suo mantra ipnotico.

Ventiquattro ore di vita condensate in musica: Twenty Four Hours parte quieta, con chitarra arpeggiata e basso malinconico, per poi esplodere in una corsa disperata. È forse il brano più emotivamente devastante del disco, il momento in cui la tensione accumulata trova sfogo in un vortice di chitarre e batteria.

The Eternal rallenta di nuovo tutto, trasformandosi in un corteo funebre vero e proprio. Il pianoforte e la batteria spoglia creano un’atmosfera da camera ardente, mentre Curtis canta con un distacco che gela il sangue. È forte la tentazione di leggerlo, a posteriori, come un addio consapevole.

Infine, Decades, che chiude l’album con un incedere solenne e sintetico, quasi una marcia elettronica verso il nulla. Le tastiere eteree di Sumner e il basso di Hook creano un paesaggio sonoro glaciale, su cui la voce di Curtis intona un epitaffio per un’intera generazione disillusa. È la fine, e lo si sente in ogni nota.

Alla sua uscita, Closer non è solo un disco: è un documento postumo, inevitabilmente avvolto dall’ombra della tragedia. La sua forza è amplificata dal contesto, ma resta un lavoro straordinario per concezione e produzione, capace di spingersi oltre i confini del post-punk.

Il suicidio di Ian Curtis viene letto sempre come l’inevitabile epilogo di un percorso personale già segnato, ma ridurlo a un gesto predestinato sarebbe ingiusto. La verità, come spesso accade, è fatta di piani di lettura complessi. L’epilessia condizionava non solo vita privata ed esibizioni dal vivo, ma lo lasciava esausto e in preda a crisi di panico. La tensione di un matrimonio in frantumi e la relazione parallela con Annik Honoré aggiungevano un conflitto emotivo insanabile. Il peso di un imminente tour americano lo schiacciava sotto la paura di crollare fisicamente davanti a un pubblico lontano da casa.

In mezzo a tutto questo, c’era anche un patto, stretto tra i quattro fin dall’inizio: se uno avesse lasciato la band, i Joy Division si sarebbero sciolti. Non ci sarebbe stato un sostituto di Ian Curtis. E così è stato.

Eppure, a voler essere onesti, forse Closer non raggiunge la compattezza e l’impatto diretto di Unknown Pleasures: è un’opera più ambiziosa e sofisticata, ma anche segnata da una certa urgenza che ne tradisce la genesi rapida. La produzione di Hannett è rivoluzionaria, ma leviga spigoli che avrebbero potuto mantenere un impatto più immediato.

Dopo Closer, la storia non si ferma. La band pubblica alcuni brani postumi, tra cui Love Will Tear Us Apart, destinata a diventare un classico assoluto e loro canto del cigno. I Joy Division, fedeli al patto, non cercano un nuovo cantante: si reinventano come New Order, cambiando pelle e aprendo la strada a una nuova era di contaminazioni tra rock ed elettronica. Curtis, nel frattempo, diventa un’icona tragica, simbolo di un’epoca e di un suono che continua a essere un faro di luce nera per chiunque abbia mai sentito il peso dell’oscurità.

— Onda Musicale

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