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The Invisible Band, i Travis e il loro breve momento di gloria

Quando esce The Invisible Band, siamo all’inizio degli anni Duemila e il Britpop è ormai un ricordo. I Blur hanno già virato verso suoni più sperimentali, gli Oasis sono entrati nella fase megalomane di Be Here Now, e la scena musicale britannica sta cercando nuovi punti di riferimento.

È in questo panorama che i Travis si ritrovano, loro malgrado, a essere definiti “la band che ha salvato il pop inglese”. Un’etichetta un po’ ingombrante per un gruppo che, più che di clamore, vive di melodie rassicuranti, testi malinconici e un’aria da ragazzi per bene. Ma vediamo la storia del gruppo e di The Invisible Band.

I Travis nascono a Glasgow nel 1990, ma la formazione definitiva si stabilizza nel 1994: Fran Healy (voce e chitarra), Andy Dunlop (chitarra), Dougie Payne (basso) e Neil Primrose (batteria). Il nome, preso dal personaggio principale del film Paris, Texas di Wim Wenders, è già una dichiarazione d’intenti: niente eccessi da rockstar, piuttosto un senso di calma e introspezione. E un atteggiamento d’autore.

Il debutto discografico arriva nel 1997 con Good Feeling, prodotto da Steve Lillywhite. Una raccolta di brani energici e chitarristici che ottiene recensioni discrete ma non lascia il segno nelle classifiche. È però il secondo album, The Man Who del 1999, a cambiare le carte in tavola. Trainato dalla ballata Why Does It Always Rain on Me?, diventa un successo clamoroso, restando per undici settimane in cima alla classifica UK e vendendo milioni di copie nel mondo. La band diventa sinonimo di “melancholy pop” e la voce dolce di Healy diventa familiare a chiunque ascolti radio e festival estivi.

E, proprio a un festival estivo, quello celebre di Glastonbury, la band fa il colpaccio con un po’ di fortuna. Proprio mentre attacca Why Does It Always Rain on Me?, Giove Pluvio scatena un temporale sull’area del concerto. La coincidenza fa il giro del mondo anche in tempi pre-social e la band ha un boost di popolarità.

Con queste premesse, e con un pubblico ormai fidelizzato, i Travis si trovano nel 2000 davanti alla sfida del “terzo album”. Quella di consolidare il successo senza perdere identità. È in questo contesto che nasce The Invisible Band. Il titolo, ironico e portatore di un sano basso profilo, riflette l’idea che la musica debba essere al centro più delle personalità dei membri. Nessun culto della band, solo canzoni.

Ancora una volta si affidano al produttore Nigel Godrich – già al lavoro con Radiohead e Beck – per ottenere un suono cristallino, intimo, perfetto per quelle melodie sospese tra malinconia e speranza che sono diventate il marchio di fabbrica del gruppo.

L’album viene registrato tra il 2000 e l’inizio del 2001, principalmente in studi californiani. Un cambio di scenario rispetto al freddo scozzese, con l’intento di dare ai brani un respiro più ampio e luminoso. È la fase in cui Fran Healy scrive quasi tutti i pezzi, ispirandosi a un periodo di serenità personale, all’amore e alla vita quotidiana. Il risultato sarà un disco che, pur nella sua apparente semplicità, si rivelerà uno dei più raffinati lavori pop britannici dell’epoca.

The Invisible Band – come detto – prende forma tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001, in un contesto quasi da “ritiro creativo”. I Travis scelgono di registrare principalmente negli studi Ocean Way di Los Angeles, immersi nella luce californiana, e in parte negli Eden Studios di Londra. È una scelta precisa: allontanarsi dal grigiore scozzese e dalle pressioni dell’industria musicale britannica per concentrarsi su un suono più aperto, arioso, senza rinunciare all’intimità.

A guidare il progetto, abbiamo detto, è di nuovo Nigel Godrich, già artefice della svolta di The Man Who. Godrich lavora con la precisione di un orologiaio svizzero, puntando su arrangiamenti minimali ma ricchi di sfumature, in cui ogni strumento ha spazio e respiro. L’obiettivo è far “sparire” la band dietro alle canzoni, da cui il titolo autoironico: The Invisible Band.

La copertina, una fotografia di una foresta in cui i membri della band sono mimetizzati tra i rami, è quasi un manifesto estetico. Atmosfera onirica, colori caldi, un equilibrio tra realtà e immaginazione. Nessun volto in primo piano, nessuna posa da rockstar: il vero protagonista è il mood. Inoltre, un modo per ribadire che i Travis vogliono essere “invisibili”.

Il primo singolo, Sing, esce nel maggio 2001 e diventa immediatamente un successo radiofonico. Il videoclip, girato da Jonathan Dayton e Valerie Faris (gli stessi di Little Miss Sunshine), è un piccolo cult. Si tratta di un tipico cliché comico britannico: quello dei buzzurri (i Travis) invitati a un pranzo di nobili. Come ritrovarsi Checco Zalone in una puntata di Dowton Abbey, col chiaro intento di pestare il pedale sull’ambiente popolare dei Travis. Il video passa in heavy rotation su MTV, contribuendo a far entrare il pezzo nell’immaginario pop di quegli anni.

Segue Side, secondo singolo e secondo video molto trasmesso, un brano più riflessivo ma con un ritornello memorabile, accompagnato da un videoclip che ripesca l’iconografia dei film sugli alieni degli anni Ottanta, ben prima di Stranger Things. Il terzo estratto, Flowers in the Window, diventa una ballata amatissima, anche grazie a un video poetico e semplice, quasi un cortometraggio ambientato in un’inquietante cittadina popolato da donne incinta.

L’album debutta direttamente al numero uno in classifica UK e rimane stabilmente nella top 10 per mesi, vendendo oltre quattro milioni di copie nel mondo. Negli Stati Uniti, pur non diventando un fenomeno di massa, riesce a consolidare un seguito fedele grazie a MTV2 e a numerosi passaggi nei programmi musicali di fascia alternativa.

In quel momento, i Travis sono considerati i signori incontrastati del pop melodico britannico. Addirittura, nel 2001, il loro nome è più forte di quello dei Coldplay, che hanno appena esordito con Parachutes. Chris Martin e soci li citano apertamente come influenza diretta, e i Travis, di fatto, stanno occupando il trono lasciato vacante dalla fine dell’era Britpop. È un equilibrio che durerà poco – il successo planetario dei Coldplay sposterà l’attenzione – ma per un paio d’anni, The Invisible Band segna il punto più alto della loro carriera.

Si apre con Sing, manifesto programmatico del disco: un invito alla vulnerabilità travestito da hit. Il banjo che entra come un uncino gentile, gli incastri di acustiche lucidate da Godrich, il crescendo che non diventa mai chiasso: tutto porta la canzone dritta in testa e in radio senza rinunciare all’anima Travis.

È pop chiarissimo ma non superficiale, con quel ritornello “aperto” che sembra spalancare finestre. È anche la dichiarazione di poetica dell’album: meno pioggia addosso, più luce che filtra. Dear Diary cambia subito registro: voce vicina al microfono, batteria sussurrata, l’intimismo quotidiano di Healy che trasforma appunti sparsi in melodia. È il lato domestico dell’“invisible”, quello che lavora per sottrazione.

Con Side arriva l’altro pilastro: filosofica il giusto (“the grass is always greener…”), chitarre che brillano senza strafare, una linea melodica che si apre come una strada dritta e lunga. Qui la produzione di Godrich è un perno invisibile: la cassa respira, i cori sostengono senza invadere, il riff asseconda il testo e spinge un ritornello che rimane nella memoria a lungo.

È la sorella più riflessiva di Sing: meno zucchero, più orizzonte. Pipe Dreams scivola come il titolo promette, arpeggi liquidi e un crescendo trattenuto. E’ la formula Travis in purezza, sogno ad occhi aperti e malinconia leggera. Flowers in the Window è la parentesi solare: midtempo con profumo sixties, melodia McCartneyana che sembra esistere da sempre, fischiettii e un sorriso che non scade nel melenso. Quando parte capisci perché all’epoca era ovunque: è il raggio di sole del disco.

Con The Cage si rientra in penombra: minore, più tensione, parole che stringono come sbarre, e la band che regge il mood senza appesantirlo. Safe è la ninna nanna adulta, coperte e luci basse, il tipo di ballata in cui i Travis sanno togliere peso all’aria con due accordi giusti. Follow the Light rialza la testa: organetto appena accennato, passo regolare, un’idea semplice – segui la luce – che diventa mantra melodico.

Last Train porta movimento. Ritmo a scatti, chitarre che imitano il convoglio, uno dei momenti più “dinamici” del lotto, utile a rompere la colata di velluto che li circonda.

Afterglow è un crepuscolo in tre minuti: riverberi, voce sospesa, la dolcezza a cui i Travis arrivano sempre girando l’angolo e non sfondando la porta. Indefinitely mette gli archi al servizio della melodia, andamento quasi da valzer, fragile e sicura allo stesso tempo. Healy qui fa quello che gli riesce meglio, rendere inevitabile qualcosa di semplice. Chiude The Humpty Dumpty Love Song, metafora infantile per un cuore rotto da adulti. Parte piano, cresce in abbraccio corale e lascia il sapore tipico del gruppo: c’è sempre un po’ da ricomporre, ma nel frattempo si può cantare insieme.

Tiriamo le conclusioni. The Invisible Band è un piccolo, perfetto gioiello pop. Più immediato e “commerciale” di The Man Who, sì, ma con la grazia di chi sa accendere la luce senza puntarla in faccia. Fu il loro vertice di consenso: per un attimo, i Travis sembrarono destinati al trono che poi si sarebbe preso definitivamente un’altra band di ragazzi gentili con chitarre, i Coldplay.

La band di Martin e soci, all’inizio, pare quasi una versione omeopatica dei Travis, e molti pensano che siano questi ultimi il cavallo su cui puntare. In un certo senso, hanno ragione. Dopo un paio di dischi, infatti, i Coldplay prendono una deriva smaccatamente pop, a tratti inascoltabile. A livello commerciale e di numeri, però, i Travis tornano nella loro nicchia non sempre illuminata, forse troppo delicati e raffinati per fare presa su un pubblico sempre più di bocca buona.

Le vicende successive – l’incidente di Primrose, il cambio d’umore di 12 Memories, i ritorni intermittenti – fanno scivolare presto il loro nome fuori dal centro del mirino globale. Ma proprio per questo oggi funzionano come una madeleine proustiana di buona potenza. Per chi aveva vent’anni nel 2001, quell’album resta un promemoria di luce morbida, di canzoni che si ricordano senza pensarci e di un momento in cui il pop inglese poteva ancora essere, felicemente, invisibile.

— Onda Musicale

Tags: Coldplay, Radiohead, Nigel Godrich
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