Grazie a un documentario di Netflix si parla di nuovo dei Devo, uno dei gruppi americani più singolari e bizzarri degli anni Settanta e Ottanta.
Il 14 novembre 1977 David Bowie si presentò sul palco del Max’s Kansas City di New York, un piccolo locale che in quegli anni era diventato un punto di ritrovo per gli artisti della Factory di Andy Warhol, la comunità di pittori, cineasti e musicisti che bazzicava attorno al celebre artista. Non era lì per cantare, ma per presentare al pubblico i Devo, una band semisconosciuta proveniente dall’Ohio che, fino a quel momento, era rimasta perlopiù circoscritta al circuito della musica underground di Akron, la città in cui si era formata cinque anni prima.
Bowie li definì «il futuro della musica», un riconoscimento che sorprese il pubblico perché arrivava da un musicista di enorme fama internazionale e riguardava una band priva di qualsiasi notorietà. Nel decennio successivo, i Devo si sarebbero affermati come uno dei gruppi più innovativi tra quelli che animarono scene fondamentali per lo sviluppo della musica alternativa americana, come il punk e la new wave. La band è conosciuta soprattutto per “Whip It”, il suo singolo più orecchiabile e uno dei pochi che riuscì a entrare nelle classifiche di tutto il mondo, e ricordata per la sua estetica strampalata e volutamente kitsch.
Durante i concerti indossavano tute da metalmeccanico gialle o grigie, elmetti di plastica o successivamente i celebri “energy dome” rossi, e sul palco si muovevano in maniera robotica e caricaturale, un po’ a voler parodiare la società industriale e i suoi meccanismi ripetitivi e alienanti
Ma a essere unico fu soprattutto lo strambo impianto teorico che la band aveva costruito attorno alla sua immagine e alla sua musica, e il modo in cui conviveva con la dimensione televisiva e pop che per un breve periodo riguardò i Devo, il cui successo fu breve ma piuttosto largo, seppur circoscritto agli Stati Uniti.
Nell’ultima settimana si è tornati a parlare dei Devo per via di un documentario uscito su Netflix che ricostruisce i loro esordi, e che sta ricevendo ottimi riscontri di pubblico e critica. Come molti documentari musicali presenti sulla piattaforma, DEVO è prima di tutto un’operazione commerciale. I principali finanziatori sono infatti Warner Music, la società che detiene i master (cioè le registrazione originali degli album) dei Devo, e BMG, che gestisce i diritti editoriali di parte delle loro canzoni.
Il merito dell’ottima accoglienza di DEVO è da attribuire anche alla regia e alle soluzioni narrative di Chris Smith, e soprattutto al fatto che ha potuto sfruttare un repertorio di immagini e filmati d’archivio formidabile: la componente visiva dei Devo fu un elemento centrale della loro efficacia e della loro originalità, che i soli dischi non riescono normalmente a trasmettere
Nonostante i toni celebrativi ed enfatici che caratterizzano le produzioni di questo tipo, Smith ha saputo soffermarsi sugli aspetti più concettuali e innovativi della storia dei Devo: la filosofia che ha ispirato il nome della band e la loro estetica grottesca e proletaria occupano una parte importante del racconto, ma anche l’ostentata teatralità dei loro concerti e le manifestazioni di stima che ricevettero da alcuni tra i più importanti musicisti dello scorso secolo, come Brian Eno, Neil Young, Iggy Pop e lo stesso Bowie.
Il documentario ha anche qualche limite, sottolineato da molte recensioni uscite finora. Il più evidente è il fatto di trattare i Devo come una band isolata, senza metterli in relazione con le molte altre realtà che in quegli stessi anni di grande fervore creativo stavano contribuendo a trasformare la musica americana, dalla no wave newyorkese di Suicide, Lydia Lunch e James Chance alle sperimentazioni di gruppi come Talking Heads e Blondie.
I Devo si formarono grazie all’incontro tra Mark Mothersbaugh e Gerald Casale, due studenti d’arte dell’università di Kent, in Ohio, a partire da una storiaccia (ne ha parlato anche Matteo Bordone in una puntata del suo podcast quotidiano sul Post). Nel maggio del 1970 la Guardia Nazionale sparò su alcuni studenti dell’università che manifestavano contro la guerra in Vietnam, uccidendone quattro (tra cui due conoscenti di Casale) e ferendone nove.
Dopo quell’evento tragico e traumatico, Mothersbaugh e Casale abbandonarono l’ottimismo che aveva contraddistinto il movimento hippy e cominciarono a incontrarsi frequentemente con l’idea di sviluppare un progetto che tenesse insieme tutti i loro interessi, dal pacifismo alle avanguardie artistiche europee, adottando una prospettiva più radicale e cinica.
Inizialmente non pensarono alla musica, ma all’arte figurativa
Erano affascinati dai movimenti che si affermarono tra le due Guerre mondiali, in particolare dal dadaismo, ma anche dalla pop art di Andy Warhol e dal rock sperimentale dei Velvet Underground. Come ha raccontato Casale nel documentario, il loro obiettivo era «unire gli intenti più nobili della storia dell’arte alle espressioni più volgari della cultura pop americana».











