Il ritorno sui palcoscenici di quasi tutto il mondo, da parte dei fratelli Gallagher, è senza ombra di dubbio uno degli eventi più importanti della musica rock degli ultimi anni.
Si tratta, infatti, di un evento atteso da quel lontano 28 agosto 2009, e non soltanto a parole, come dimostrato dal grande successo riscosso in termini numerici e, dunque, economici. L’estetica degli anni ’90, ritornata di moda già da qualche tempo, pare aver trionfato definitivamente per mezzo delle note dei mancuniani ora riuniti, riaccendendo un certo interesse – forse, mai sopito – verso il Britpop e, di conseguenza, verso tutto ciò che ne ha caratterizzato la progressiva affermazione. Dai dischi alla moda, passando per il linguaggio e così via. Gli Oasis, insomma, hanno riacceso e puntato una luce gloriosa su di un mondo che sembrava dimenticato, ma al quale – è evidente – tutti guardano con nostalgia, di tempi vissuti e non. Perché, dopotutto, i nineties non sono un’epoca storica, ma un ideale, uno stile di vita – e, perciò, fuori dal tempo.
Che dire, dunque, della serie di concerti che stanno trainando questo live tour?
Ebbene, per il dispiacere degli scettici, gli show procedono come da copione: nessuna scazzottata dal vivo, nessun timore, dunque, circa le famose violente litigate, capaci di mandare a monte sogni e guadagni; solo tanto amore fraterno, altrettanta musica (quella vera) e atmosfera da vendere. Provate a chiedere a ciascun spettatore pagante una semplice opinione circa i live show dei Nostri: la risposta sarà sempre la stessa e vi sfido a trovare qualche commento negativo.
Certo, gli Oasis non sono più quelli di Knebworth ’96, o di Maine Road dello stesso anno, ma sarebbe impensabile pretendere un risultato simile, dati gli evidenti limiti imposti dall’età
Ciò che gli Oasis possono garantire, d’altro canto, è una professionalità invidiabile, seguita da una grande resa dei brani, suonati e cantati al meglio delle loro capacità attuali: il resto, poi, lo fa il pubblico, un elemento non certo di secondaria importanza. I fratelli, infatti, hanno sbagliato poco o niente, sin dall’inizio del suddetto tour; a partire dalla composizione della scaletta, dove l’unico grande assente non può che essere “Columbia”. Ma sarebbe ingeneroso lamentarsi di una scaletta come quella proposta dalla band, che ha il merito di raggruppare grossomodo tutti i grandi successi dei loro anni d’oro – eccezion fatta per “Fuckin’ In The Bushes “e “Little By Little”, appartenenti al canzoniere dei meno gloriosi anni 2000.
Al momento, dunque, i concerti – terminati nel Regno Unito, eccezion fatta per qualche data rimanente in quel di Londra – sembrano procedere in maniera monumentale, come previsto dalla stragrande maggioranza dei fan del gruppo. L’unica, terribile, nota stonata, purtroppo – e di cui occorre fare menzione –, è da ravvisare nella tragica scomparsa di Lee Claydon, a causa di un incidente, avvenuto durante la data di Wembley del 2 agosto scorso, lasciando pressoché sconcertati amici, parenti e fan da tutto il mondo.
Negli ultimi giorni, inoltre, anche Canada e Stati Uniti sono state percorse dall’ondata di nostalgia
La band, infatti, ha da poco calcato i palchi di Toronto e Chicago, con risultati a dir poco ottimi, considerando il rapporto degli Oasis con USA e Canada, mai esploso definitivamente, almeno se comparato al successo conseguito in Europa e nel resto del mondo. Ma, si sa, il mercato statunitense non è mai facile per gli artisti di marca britannica.
In conclusione, dunque, il tour degli Oasis è un successo vero e proprio che, con ogni probabilità, proseguirà sulla linea seguita fino a questo momento – scaletta sempre uguale, entrata sul palco mano nella mano, Liam che canta con un tamburello in testa –, per la soddisfazione dei fan. Poiché gli Oasis lo sanno fin troppo bene: squadra che vince non si cambia.







