Il 12 settembre 1975 (il 15 secondo altre fonti) usciva l’album “Wish You Were Here”, considerato uno dei capolavori dei Pink Floyd.
Le attese per il nuovo disco erano notevoli in quanto la band era reduce dal successo planetario di “The Dark Side of the Moon”, pubblicato nel 1973. I componenti erano tutti consapevoli della difficoltà di riuscire a soddisfare le aspettative di fan e critica e per questo a gennaio 1975 entrarono negli studi di registrazione di Abbey Road non senza qualche preoccupazione. Ad aumentare l’apprensione contribuì anche il fatto che Alan Parsons (ingegnere del suono in The Dark Side), ricontattato per l’occasione, non si rese disponibile in quanto già impegnato con il proprio progetto musicale personale (The Alan Parsons Project). Nonostante buona parte del materiale fosse già pronta (Shine on You era stata già eseguita dal vivo in diversi concerti precedenti in Inghilterra e Francia) il nervosismo spesso emergeva tra i componenti della band e dello staff rendendo complicato il lavoro.
Nonostante tutto il risultato che ne venne fuori fu nuovamente sorprendente: “Wish You Were Here” (che Wright e Gilmour dichiararono essere il loro album dei Pink Floyd preferito) divenne uno degli LP più venduti della band (pur senza raggiungere i numeri dell’album precedente) ed ottenne, subito dopo l’uscita, un successo che sicuramente non fece rimpiangere più di tanto i fasti di due anni prima.
Creato, come The Dark Side, nell’ottica del “concept album”, aveva come linea conduttrice il sentimento di Waters (autore di tutti i testi) che si sentiva in qualche modo “abbandonato”: dagli amici di un tempo (Syd Barrett) e nelle mani di impresari discografici senza scrupoli.
L’album inizia con “Shine on You Crazy Diamond (Part One)” che si apre con una lunga “suite” strumentale dove a farla da padroni sono le tastiere ed i sintetizzatori di Wright
Successivamente le quattro taglienti note di chitarra di Gilmour contribuiscono a dare al brano un’impronta inconfondibile ed un velato, ma necessario, senso di malinconia alla canzone. La parte cantata arriva dopo ben oltre otto minuti di introduzione musicale, ma l’attesa in chi ascolta non risulta noiosa grazie all’elevato livello tecnico e musicale di esecuzione. Il testo, dedicato all’amico Syd Barrett, evidenzia l’affetto e la nostalgia nonché la riconoscenza per il rimpianto collega fondatore del gruppo allontanatosi dopo i primi successi a seguito di problemi di dipendenza. Notevole la parte finale di saxofono (con un ritrovato Dick Parry allo strumento) che sembra voler accompagnare l’ascoltatore al brano successivo.
Il disco continua poi con il pezzo “Welcome to the Machine”, brano enigmatico con un testo che irride l’industria discografica, vista come una “macchina” appositamente costruita per fagocitare e sfruttare gli artisti
Qui, lasciata da parte la batteria, a dominare la scena troviamo, oltre alle consuete tastiere e sintetizzatori di Wright ed agli effetti speciali, la voce di Gilmour che quasi “urla” scandendo le parole del testo. Il tutto con un ritmo cupo ed esasperante. L’atmosfera complessiva del brano ricorda effettivamente una “macchina” sbuffante che continua nella sua folle corsa incurante di tutto e di tutti, dando la giusta ambientazione alle parole della canzone.
Terza traccia è “Have a Cigar” testo scritto da Waters per irridere il mondo del mercato discografico ed in particolare i “manager” che si arricchiscono alle spalle degli artisti, sfruttandoli
La canzone nell’album è stata cantata da Roy Harper (artista amico dei Pink Floyd che a sua volta stava registrando negli studi di Abbey Road un proprio disco). Sul perché non sia stata cantata da Waters o Gilmour esistono diverse “versioni”. Secondo una prima “teoria”, Gilmour ritenne la voce di Harper più adatta a quella di Waters per il pezzo anche se (e questa è la seconda ipotesi) Waters affermò che nell’immediatezza della registrazione ebbe un problema di voce e Gilmour si rifiutò di eseguirla in quanto riteneva il testo oltremodo polemico (e quindi si decise di ripiegare su chi poi in effetti la cantò).
Una terza versione dei “fatti” risulterebbe quella secondo la quale entrambi provarono a cantarla ma il risultato che ne uscì non soddisfò la band. Quello che ne scaturì, comunque, è una canzone piacevole con un ritornello orecchiabile ed un inciso tagliente. Gli strumenti fanno la loro parte contribuendo ad attribuire al pezzo l’originale marchio di fabbrica “Pink Floyd”. L’intro di chitarra di Gilmour rende inconfondibile l’incipit. Negli ultimi secondi del brano le tastiere di Wright sembrano risucchiare aria, musica, parole e pensieri e la canzone si interrompe di colpo abbassandosi di volume.
Il lato B dell’LP prosegue con la “title track” del disco
Il vero colpo di genio in apertura è stato quello di aver fatto sembrare la canzone uscire da una radio. Nello specifico fu registrata l’autoradio di Gilmour passare da una stazione all’altra e, dopo l’ultimo canale dove si sente l’inconfondibile melodia della quarta sinfonia di Čajkovskij, parte l’introduzione della canzone che poi aumenta di volume entrando quindi in scena definitivamente. “Wish you Were Here“ è un capolavoro di semplicità e perfezione al tempo stesso. L’utilizzo della chitarra acustica lo rende un pezzo sempre attuale ed orecchiabilissimo, riconoscibile ed inconfondibile sin dalle prime note. Oltre alla parte strumentale, ridotta a poco più dell’essenziale, nel brano sono presenti anche interventi vocali a supporto della musica che non fanno altro che dare alla canzone un tocco vagamente “soul” contribuendo a farne di questo pezzo un vero e proprio capolavoro.
Il disco si chiude con “Shine on You Crazy Diamond (Part Two)”
La scelta di dividere in due la canzone non fu condivisa da tutti i membri della band, ma a lavoro ultimato si può ritenere che si rivelò azzeccata. Il pezzo, pur riprendendo le sonorità ed i testi della “Part One”, ha in sé un ulteriore, velato senso di malinconia che riesce a far presagire all’ascoltatore, che qualcosa stia per concludersi. Anche le varie parti in cui si suddivide il brano sembrano essere tutte tese al “finale”. Il cerchio del “concept album” viene così chiuso in modo naturale ed organico non lasciando l’ascoltatore impreparato all’arrivo della “fine”.











