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I Pink Floyd, il maiale e la profezia che ci siamo bevuti come idioti

Pink Floyd

Quarantotto anni dopo, non solo abbiamo ignorato l’allarme – l’abbiamo trasformato in business model. Complimenti, siamo ufficialmente più stupidi di quanto Roger Waters potesse immaginare.

Nel 1977 i Pink Floyd ti sputavano in faccia diciassette minuti di Dogs e tu dovevi stare lì, inchiodato alla sedia, mentre loro ti spiegavano come funziona il gioco.

Il gioco del potere, della sopravvivenza, del mangiarsi a vicenda con il sorriso stampato sulla faccia. E tu, da bravo ascoltatore progressivo con il vinile sul piatto, pensavi: “Wow, che critica feroce al capitalismo”. Poi il lunedì mattina tornavi in ufficio e ricominciavi a sbranare il collega della scrivania accanto.
Quarantotto anni dopo? Non è cambiato un CAZZO. Anzi, è peggiorato in modi che nemmeno Waters – nel suo momento di massimo cinismo post-Wish You Were Here – avrebbe potuto concepire.

DOGS: QUANDO IL TRADIMENTO DIVENTA CURRICULUM

You gotta be crazy, gotta have a real need” – così inizia Dogs, e già lì Waters ti sbatte in faccia la realtà: devi essere fuori di testa per giocare questo gioco. Devi VOLERE il potere con una fame che ti divora. Nel ’77 questi cani erano i manager senza scrupoli, quelli che firmavano contratti assassini, che licenziavano famiglie intere per incrementare i profitti del 2%. Erano odiati, temuti, ma almeno riconoscibili.

E oggi? Oggi questi cani hanno fatto rebranding

Sono gli “hustler”, i “self-made men”, quelli del “grindset mentality”. Hanno trasformato la sociopatia in aspirazione. “Rise and grind”, urlano alle 5 del mattino, mentre ti spiegano che dormire è per i deboli e che la depressione è solo “mancanza di disciplina”. Roger Waters cantava di essere trascinati dalla pietra, del peso che ti porta giù mentre pensi di stare salendo. Perfetto. Ora quel peso l’abbiamo “gamificato”. Lo chiamiamo “KPI”, “obiettivi trimestrali”, “crescita personale”. Ci mettiamo noi stessi la pietra al collo e pure ci facciamo le foto per LinkedIn.

E quella parte dove i cani invecchiano soli, traditi da chi hanno addestrato?

Dove nessuno viene al funerale? Doveva essere un AVVERTIMENTO. Invece l’abbiamo letta come una sfida. “A me non succederà”, pensiamo prima di pugnalare il collega che ci aveva invitato a cena la settimana passata. La parte strumentale, quella centrale di Dogs – quei diciassette minuti di agonia sonora – doveva farci sentire il vuoto esistenziale di questa vita. Doveva nausearci. Invece l’abbiamo messa come sottofondo mentre rispondiamo alle mail alle undici di sera.

PIGS: I MAIALI HANNO VINTO E NOI GLI ABBIAMO REGALATO IL MEGAFONO

Big man, pig man, ha ha, charade you are” – Waters rideva dei potenti, li prendeva per il culo, li chiamava per quello che erano: maiali. Porci grassi che grugniscono ordini da torri di lusso mentre il mondo affoga nella merda. Ma nel ’77 almeno dovevi DIVENTARE potente per essere un maiale. Dovevi arrampicarti, sporcarti le mani, arrivare in qualche modo in cima alla piramide.

Oggi i maiali si autogenerano. Chiunque con un account social e un minimo di seguito può diventare un mini-dittatore del proprio orticello digitale. Abbiamo democratizzato la tirannia. I maiali politici del ’77 mentivano, certo, ma dovevano farlo con una certa finezza. Dovevano costruire narrazioni credibili, elaborare strategie, avere almeno la parvenza di una competenza. I maiali del 2025 mentono in diretta, vengono smentiti dai fact-checker in tempo reale, e il giorno dopo hanno PIÙ consensi di prima.

Ma perché?

Perché abbiamo superato l’era della verità. Siamo nell’età della “mia verità”, del “a me risulta che”, del “fai le tue ricerche” (vale a dire che guardiamo tre video su YouTube da un mister nessuno e ci sentiamo pronti per sentenziare). Roger Waters immaginava maiali che sguazzavano nel fango. Noi gli abbiamo dato piscine di champagne, yacht, e la possibilità di decidere se milioni di persone abbiano o meno il diritto a un’assistenza sanitaria decente o debbano crepare in silenzio per non disturbare il PIL.

E quella sezione dove descrive il maiale sulla poltrona, ben pasciuto, che conta i soldi? Ora quella scena va in streaming 24/7, e noi la guardiamo mentre ci diciamo che “un giorno anche io”. Spoiler: no, non sarai tu. Mai.

PIGS ON THE WING: L’ILLUSIONE DELL’AMORE IN UN MONDO DI BESTIE

Le due parti di Pigs on the Wing – quella all’inizio e quella alla fine – erano il tentativo disperato di Waters di dirti: “Ehi, c’è ancora speranza. L’amore esiste. Le connessioni umane contano”. Due minuti e mezzo di tenerezza in mezzo a quaranta minuti di devastazione psicologica. Un respiro. Una carezza. La promessa che non siamo SOLO animali. E noi cosa ne abbiamo fatto? L’abbiamo trasformata in contenuto. “Self-care Sunday”. “Mental health awareness”. Hashtag. Branding. Monetizzazione dell’intimità.

Nel ’77 Waters diceva che senza qualcuno che ti copre le spalle, finisci per perderti nel freddo. Bellissimo. Commovente. Vero. Nel 2025 abbiamo “reti di supporto” che sono gruppi WhatsApp dove nessuno si ascolta davvero perché tutti aspettano solo il proprio turno per lamentarsi. Abbiamo “amicizie” che sono liste di follower. Abbiamo “amore” che è un algoritmo di matching che decide chi forse potrebbe piacerti in base a quanti cani hai nelle foto. Il calore umano di cui cantava Roger Waters l’abbiamo esternalizzato. Terapisti online, AI che ti fanno compagnia, podcast motivazionali che ti dicono che va tutto bene mentre il mondo brucia.

SHEEP: IL RISVEGLIO CHE NON È MAI ARRIVATO

Ed eccoci. Le pecore. Noi. Tu, io, tutti quelli che stanno leggendo questo articolo fingendo di essere diversi. Sheep è la canzone più incazzata del disco. È quella dove Waters dice: BASTA. Le pecore si svegliano, si ribellano, sbranano i cani. È la rivoluzione. È il momento catartico dove gli oppressi diventano oppressori (spoiler: non è che sia un gran miglioramento, ma almeno c’è azione).

La parte dove parodizza il Salmo 23 – “The Lord is my shepherd” – trasformandolo in un mantra di sottomissione. GENIALE. Ci dice che ci hanno venduto la religione, l’obbedienza, la rassegnazione come virtù.

“Segui il pastore, non fare domande, la tua ricompensa sarà nell’aldilà”.

Quarantotto anni dopo, quella critica è ancora più feroce perché non abbiamo più solo la religione organizzata. Abbiamo mille nuove religioni: il culto della produttività, il dogma della crescita infinita, la fede cieca nella tecnologia come salvezza.

E noi pecoroni del 2025?

Noi siamo PEGGIO di quelli del ’77. Perché almeno quelli avevano la scusa dell’ignoranza, della mancanza di informazioni. Noi abbiamo tutta la conoscenza del mondo a portata di pollice. E cosa facciamo? Guardiamo video di gatti e litighiamo su chi abbia rovinato Star Wars.

La parte finale di Sheep, quella in cui le pecore si ribellano finalmente doveva essere il nostro momento. Doveva essere il segnale: “Ehi, potete cambiare le cose, potete rovesciare il tavolo”.

Invece ci siamo limitati a fare “rivoluzione” con i repost, con le petizioni online che nessuno legge, con la “sensibilizzazione” che non sensibilizza un cazzo perché dopo due scroll ce ne siamo già dimenticati.

LA BATTERSEA POWER STATION: IL SIMBOLO CHE ABBIAMO TRASFORMATO IN AIRBNB

Quel maiale rosa gonfiabile che volava sopra la centrale elettrica in disuso. L’immagine iconica. Il simbolo del potere industriale decadente, della promessa modernista che si sgretola, del capitalismo che divora sé stesso. Bellissimo. Potente. Disturbante. E noi cosa abbiamo fatto della Battersea Power Station? L’abbiamo ristrutturata. L’abbiamo trasformata in appartamenti di lusso, negozi firmati, ristoranti gourmet. Abbiamo preso il simbolo della critica al capitalismo e l’abbiamo LETTERALMENTE trasformato in capitalismo.

È talmente perfetto che sembra una parodia. Ma non lo è

È solo la logica conclusione di un mondo che ha imparato a fagocitare ogni forma di dissenso e rivenderla come lifestyle brand. Puoi comprare magliette di Che Guevara su Amazon. Puoi seguire profili Instagram “anticapitalisti” pieni di sponsorizzazioni. Puoi partecipare a “rivoluzioni” che iniziano e finiscono con un hashtag. Il maiale vola ancora sopra quella centrale. Ma adesso è un’attrazione turistica. Un photo opportunity. #BatterseaPigMoment #VintageVibes #PinkFloydLegacy

PRODUZIONE SONORA: QUANDO L’AUDIO TI URLA LA VERITÀ

Non possiamo parlare di Animals senza parlare di COME suona. Perché ogni secondo di quel disco è progettato per farti sentire a disagio, per non darti tregua, per ricordarti che non stai ascoltando una canzone – stai vivendo un’esperienza. I suoni degli animali che entrano ed escono. I grugniti, i latrati, i belati. Non sono decorazione. Sono NOI. Sono il ritratto sonoro della nostra esistenza ridotta a istinto animale.

Le chitarre di David Gilmour che piangono per diciassette minuti in Dogs non è virtuosismo fine a sé stesso. È il suono dell’anima che si sgretola mentre insegui il successo. È la colonna sonora dell’esaurimento nervoso in diretta.

Il moog di Richard Wright che crea quei paesaggi gelidi, industriali è l’alienazione fatta suono. È la freddezza dei rapporti umani trasformati in transazioni.
E noi ascoltiamo Animals su Spotify contribuendo con pochi spicci alla costruzione di droni per la guerra), compresso, tra una pubblicità e l’altra, mentre facciamo altro. Abbiamo preso un disco che doveva essere un pugno nello stomaco e l’abbiamo trasformato in sottofondo.

2025: L’ANNO IN CUI ANIMALS È DIVENTATO DOCUMENTARIO

Ecco il punto. Il punto vero. Quello che fa male. Animals nel 1977 era distopia. Era esagerazione. Era la visione pessimistica di un futuro possibile.
Animals nel 2025 è un documentario sonoro. È una descrizione edulcorata di quello che siamo diventati. I cani? Sono più cani. I maiali? Sono più maiali. Le pecore? Siamo più pecore che mai.

E la cosa orribile, quella che dovrebbe toglierci il sonno, è che non possiamo nemmeno dire “non ce l’avevano detto”. Ce l’hanno detto. Ce l’hanno urlato. Ce l’hanno messo su vinile, CD, streaming, qualsiasi formato tu voglia. Semplicemente, non ci è fottuto niente.

Abbiamo preferito credere che “non può succedere qui”, che “siamo diversi”, che “le cose cambieranno”. E intanto, giorno dopo giorno, abbiamo costruito esattamente la società che quel disco denunciava. Con il bonus che l’abbiamo fatto sorridendo, postando, mettendo like, convincendoci che la nostra gabbia fosse libertà perché possiamo scegliere tra cento marche diverse di catene.

LA DOMANDA CHE NON VOGLIAMO FARCI

Allora, dopo tutto questo, dopo quarantotto anni, dopo aver dimostrato che Roger Waters aveva ragione la domanda è: e adesso? Posso dirti di ribellarti. Di spegnere tutto. Di uscire dal sistema. Ma sarebbe ipocrita e inutile, perché anche questo articolo fa parte del sistema. Anche la tua indignazione mentre lo leggi fa parte del sistema. Anche il mio scrivere fa parte del sistema.

Siamo dentro fino al collo. La fattoria degli animali non è più là fuori. È qui. È ovunque. È in tasca, è nel tuo polso (con il fitness tracker), è nella tua casa (con gli assistenti vocali), è nella tua testa.

Forse l’unica cosa onesta che possiamo fare è ammettere la sconfitta. Guardare in faccia il fatto che Animals era un test che abbiamo clamorosamente fallito. Nel 1977 quel disco ti chiedeva: “Cosa sei? Un cane, un maiale o una pecora?” La risposta giusta sarebbe stata: “Nessuno. Sono un essere umano”. Invece abbiamo risposto: “Tutti e tre, dipende dalla situazione e da quanto mi pagano”.

EPILOGO: IL MAIALE VOLA ANCORA

C’è una foto, quella originale del maiale gonfiabile sopra la Battersea. Il maiale si stacca, vola via, nessuno sa dove finirà. Caos. Panico. Aeroporti chiusi.
Perfetto. Era il simbolo del potere che sfugge al controllo, della ribellione che non puoi prevedere, del caos che rompe l’ordine costituito. Oggi quel maiale lo teniamo al guinzaglio. Lo facciamo volare quando decidiamo noi. Lo fotografiamo, lo instagrammiamo, lo rendiamo innocuo. Abbiamo addomesticato anche la ribellione.

E Animals suona. Suona ancora, sempre più forte, sempre più chiaro, sempre più vero. Ma noi abbiamo le cuffie noise-cancelling. Comode, no?

(di Domenico Lotti – link)

— Onda Musicale

Tags: Pink Floyd, David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright, Animals
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