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“Once Upon a Time”, l’album dei Simple Minds che cambiò il suono del pop-rock anni ’80

Simple Minds

Il 21 ottobre 1985 veniva pubblicato l’album che avrebbe per sempre consacrato la band scozzese dei Simple Minds al pubblico mondiale.

L’uscita dell’LP “Once Upon a Time” dei Simple Minds seguì il successo (in realtà inaspettato) ottenuto con il singolo “Don’t You (forget about me)”. Il pezzo era stato scritto da Keith Forsey e Steve Schiff per essere inserito nella colonna sonora del film “The Breakfast Club” di John Hughes. Neppure i componenti della band (leggenda vuole che in principio Jim Kerr non volesse neppure registrala in quanto “troppo lontana” dai loro canoni usuali) si sarebbero attesi che il pezzo avrebbe ottenuto un tale successo. Replicare quindi i risultati raggiunti dal precedente singolo con un album di inediti registrato in studio (il settimo del gruppo) non sarebbe stato semplice.

I Simple Minds per il nuovo progetto si affidarono ai “navigati” produttori Jimmy Iovine (collaborazioni tra gli altri, con U2, Dire Straits, Patti Smith) e Bob Clearmountain (Bruce Springsteen, Rolling Stones, Bryan Adams, Bryan Ferry).

La formazione “base” che si mise all’opera era composta da Jim Kerr (voce), Charlie Burchill (chitarra), John Giblin (basso), Michael MacNeil (tastiere), Mel Gaynor (batteria)

La copertina del disco, definita da parte della critica “di una bruttezza disarmante” (e per questo giudicata “non all’altezza della musica che custodiva”) rappresentò ulteriore punto di rottura con un passato di immagini ricercate e, ciononostante, divenne una tra le più famose ed iconiche degli anni ’80.

Ne nacque un lavoro sicuramente pop, creato, viste le premesse, con l’intento (forse neanche tanto celato) di scalare le classifiche e riuscendo nell’impresa. L’opera è caratterizzata dalla presenza costante di cori e doppie voci, l’uso sapiente delle tastiere e, in particolare, del pianoforte (anche in “assolo”) e la presenza della chitarra (vagamente in stile “The Edge”) con effetti sapientemente dosati per creare un’ambientazione all’altezza delle esigenze del momento. A ciò si uniscono un Jim Kerr frontman in decisa parabola ascendente in evidente stato di grazia ed il battito costante e potente di Mel Gaynor alle percussioni.

Ogni singolo brano risulta costruito minuziosamente e gli strumenti entrano in scena per accumulo graduale lasciando ampio spazio a ritornelli cantati in coro, ad intermezzi strumentali e finali caratterizzati da vocalizzi o duetti

Il disco si apre con la title track, un pezzo degno di fare da apripista. Il carattere pop si riconosce, in particolare, in “All the Things She Said” e “Sanctify Yourself”, due pezzi in grado di essere facilmente identificati, con un ritornello orecchiabile e memorizzabile. La chitarra di Burchill invece, detta legge in “Ghostdancing”. “Alive and Kicking” è la canzone simbolo dell’album, universalmente riconosciuta fin dall’intro. La voce di Kerr la fa da padrone unitamente a cori e falsetti ben distribuiti; gli strumenti sono usati nella giusta misura. Notevole l’assolo di piano nel finale a dare un ulteriore tocco di inconfondibilità al pezzo.

Oh Jungleland” evidenzia un ritmo più incalzante facendo emergere chiaramente la batteria ma, mantenendo sempre la necessaria “orecchiabilità

Come a Long Way” e “I Wish You Were Here” sono forse più “atipiche” rispetto alle altre canzoni pur mantenendo lo stile che contraddistingue l’intero LP. Il successo dell’album fu immediato finendo nelle prime dieci posizioni delle classifiche di quasi tutta Europa (primo posto nel Regno Unito), Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Vendette ben due milioni di copie nei primi due mesi ed anche i singoli estratti (“Alive and Kicking” precedette l’uscita dell’album) fecero la loro gran bella figura nelle classifiche di mezzo mondo. “Sanctify Yourself , “All The Things She Said” e “Ghost Dancing” (i cui proventi furono devoluti ad Amnesty International) seguirono la pubblicazione dell’LP. Con questo album i Simple Minds divennero uno dei gruppi più acclamati a livello mondiale: il loro disco dal vivo del 1987 (“Live in the City of Lights”) battè ogni record di vendita immediatamente dopo essere stato annunciato.

Once Upon a Time” viene considerato uno degli ultimi “veri” album (se non addirittura “l’ultimo”) del gruppo scozzese dalla lunga carriera che, pur con il merito di aver spesso intrapreso nuove strade ha forse talvolta faticato a trovare la giusta direzione

Secondo alcuni non è neppure il miglior lavoro dei Simple Minds (c’è chi ritiene che tale “primato” debba essere attribuito al successivo lavoro in studio “Street Fighting Years” del 1989). Lo scorso anno ho avuto il piacere di assistere ad un loro concerto dal vivo (nell’ambito del “Global Tour 2024”). La performance (della formazione iniziale rimanevano solo i fondatori Jim Kerr e Charlie Burchill integrati da ottimi musicisti ed abili coriste) è stata coinvolgente e convincente non facendo rimpiangere al pubblico il tempo inesorabilmente trascorso, consentendo di ascoltare live molte hits che hanno per sempre segnato la musica degli anni 80.

Once Upon a Time” ha lasciato il segno nel suo tempo ma risulta ancora un lavoro di grande “attualità”. A distanza di 40 anni rimane un disco da ascoltare (o riascoltare) per immergersi immediatamente nel mezzo degli anni ’80 e della musica che caratterizzò un’epoca.

— Onda Musicale

Tags: Dire Straits, U2, Patti Smith, The Edge, Simple Minds, Jim Kerr
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