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10 album leggendari che raccontano perché i Fleetwood Mac sono una band mitica

Fleetwood Mac, Rumours - Photo Credits: thedigitally.it

Da Rumours Tusk ai loro album meno conosciuti, ecco le migliori opere della discografia di una band assurta al mito che ha saputo cambiare più di tante altre.

Fleetwood Mac hanno mosso i primi passi come beniamini della vivace, seppure ristretta, scena blues britannica, per poi trasformare radicalmente il loro sound nel corso degli anni. Quando hanno raggiunto l’apice del successo, il risultato è stato uno dei pop-rock più raffinati e memorabili mai incisi su vinile. Basta sfogliare la loro discografia, in particolare quella degli anni ’70, per rendersene conto.

C’è ovviamente Rumours, con la sua sequenza di inni sulla rottura e brani dal tono sognante. Il secondo album omonimo, Fleetwood Mac, ha segnato l’ingresso di Stevie Nicks e Lindsey Buckingham, portando con sé un’alchimia musicale che avrebbe definito l’identità della band. Ma anche le produzioni precedenti meritano attenzione: il primo Fleetwood Mac del 1968 è una pietra miliare del blues britannico, mentre Then Play On, uscito l’anno successivo, testimonia la continua reinvenzione del gruppo sulla strada verso la leggenda.

Nel corso di sei decenni, la formazione ha subito numerosi cambiamenti, tra divergenze artistiche, epifanie religiose, eccessi legati alla droga e, naturalmente, tradimenti in pieno stile rock ’n’ roll. I Fleetwood Mac sono, in fondo, un concentrato di tutto ciò che il termine evoca: dramma, dissolutezza, e sopra ogni cosa, talento musicale sublime.

10. Mystery to Me (1973)

Fleetwood Mac la leggenda in 10 album una classifica definitiva

Un album dall’identità un po’ sfumata, che a tratti riesce a evocare un’atmosfera psichedelica e vagamente hippy, basti pensare a For Your Love e Hypnotized, ma che in altri momenti risulta piatto e poco incisivo. È la testimonianza dei passi avanti compiuti da Bob Welch nel guidare la band verso una personale interpretazione del pop contemporaneo, quella che li avrebbe poi consacrati. In questo senso, il disco funziona come un documento storico: interessante, utile, e capace di raccontare una fase di transizione. E sia chiaro, i due singoli citati meritano davvero di essere ascoltati. Nel complesso, però, si tratta di un lavoro più promettente che pienamente riuscito.

9) Fleetwood Mac in Chicago (1969)

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Potrebbe sembrare un album dal vivo, ma in realtà si tratta di una serie di cover blues registrate in studio dalla band con l’aiuto di alcune leggende della scena blues di Chicago, tra cui Buddy Guy alla chitarra, Willie Dixon al basso e Honeyboy Edwards alla voce. C’è qualcosa di rassicurante nel sentire quanto la band, all’inizio fortemente incentrata sul blues, avesse davvero le carte in regola per stare al passo con alcuni dei migliori del settore. Inoltre, citare questo album è un modo sicuro per distinguersi da quelli che amano solo Rumours e poco altro. Watch OutEveryday I Have the Blues e I Can’t Hold Out sono tra i brani più importanti. La cosa migliore da fare è semplicemente mettere su l’album e lasciarlo andare fino a quando non ci si sente completamente immersi nell’oscurità della Chicago degli anni ’60.


8. Bare Trees (1972)

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L’ultimo album con il paroliere e chitarrista Danny Kirwan è intriso del suo stato mentale tormentato, lo stesso che lo avrebbe presto portato a lasciare la band. Bare Trees e Child of Mine raccontano, sotto il ritmo incalzante del rockabilly anni ’70, una malinconica nostalgia infantile per un padre assente. Homeward Bound, invece, dà voce alla stanchezza di Christine McVie, logorata dallo stress della vita in tour. È noto che i Fleetwood Mac hanno spesso trovato il successo proprio nei momenti di maggiore difficoltà. E Bare Trees, pur non essendo il loro esempio più emblematico, resta una testimonianza ulteriore delle condizioni insolite e spesso turbolente in cui la band sembrava esprimere il meglio di sé.


7. Then Play On (1969)

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Con un titolo ispirato a **La dodicesima notte **di ShakespeareThen Play On segna il momento in cui i Fleetwood Mac si allontanano dal loro amore per il blues e dall’approccio di registrazione esclusivamente dal vivo, per abbracciare un’energia più selvaggia e istintiva. È l’album in cui fanno il loro ingresso il layering e l’overdubbing, accanto a ballate come Closing My Eyes e When You Say, oltre a brani più rock tipo Rattlesnake Shake. Non mancano nemmeno rivisitazioni audaci e disordinate del loro sound originario, come la travolgente Fighting for Madge. Il risultato è un disco caotico, ma con il senno di poi anche un momento cruciale di scoperta. Qui, la forma iniziale della band si frantuma e comincia a riformarsi in quel mix di stili che, di lì a poco, avrebbe conquistato il mondo.


6. Mirage (1982)

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Passiamo ora all’altro lato della celebrità con un album che sembra quasi un tentativo di ricreare il periodo d’oro di Rumours e, sebbene non riesca a raggiungere quelle vette, risulta comunque interessante. I brani pop e ritmati hanno suscitato lo scetticismo di alcuni contemporanei, ma Gypsy è un pezzo ondulato ed etereo di altissimo livello, Hold Me ricorda Elton John nel suo abbinamento di pianoforte veloce e vocalizzi virtuosistici, mentre Love in Store riecheggia i Beach Boys con le sue armonie vocali vivaci. Non è il loro lavoro più formidabile, ma è sicuramente uno tra i più divertenti.


5. Fleetwood Mac (1968)

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Il debutto della band, creato da una formazione molto diversa da quella che conosciamo oggi (o anche da quella che avevano un decennio dopo, quando hanno realizzato la musica per cui sono più conosciuti), rimane ancora oggi un punto culminante della scena blues britannica allora in piena espansione. L’apertura spudoratamente caotica di My Heart Beat Like a Hammer – Take 2 dà un’idea abbastanza chiara di ciò che ci aspetta, così come l’inclusione delle parole Take 2 nel titolo. Si tratta di un album rilassato e scorrevole che ti fa sentire come se fossi in un fumoso locale blues underground della Londra degli anni ’60 con alcune delle persone più cool del momento.


4. Tango in the Night (1987)

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Torniamo ora agli anni successivi, più popolari, con un album simile a Mirage, ma leggermente migliore sotto ogni aspetto. Big Love apre le danze con un ritmo incalzante e un lavoro brillante di chitarra e sintetizzatore che esplode di energia, mentre Everywhere oscilla magistralmente tra il delicato pizzicore dei versi bassi e il morbido tubare del ritornello. Nel frattempo, Little Lies è forse l’esempio più raffinato della capacità della band di dipingere testi malinconici e disillusi con una strumentazione pop brillante. Molti pensavano che a questo punto avessero perso la magia, ma Tango in the Night era la prova innegabile del contrario.


3. Tusk (1979)

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Il coraggio e l’integrità necessari per realizzare questo album meritano lo stesso riconoscimento del suo contenuto. Diffidenti nei confronti del successo ottenuto con Rumours e desiderosi di non soccombere al fallimento artistico che avrebbe comportato un seguito imitativo, i membri della band hanno invece intrapreso un progetto volto a creare una sorta di meta-pop, con risultati impressionanti per la loro rara capacità di essere allo stesso tempo piacevoli e sperimentali. The Ledge ha lo spirito del cane sulla copertina dell’album, con il suo jangling post-punk tenace e simile a quello di un terrier. Subito dopo arriva Think About Me, un brano che avrebbe potuto trovare facilmente posto accanto a qualsiasi ballata pop dei tre album precedenti. Sara amplia la bellezza essenziale della voce di Stevie Nicks, portandola in un territorio nuovo e sorprendente. La title track, Tusk, avanza con una dedizione ipnotica e quasi rituale al ritmo, oscillando pericolosamente sull’orlo del collasso. Il mercato non ha accolto con favore Tusk e il suo inebriante intreccio di stili. Solo il tempo, al contrario, gli ha reso giustizia.


2. Fleetwood Mac (1975)

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Innanzitutto, una breve spiegazione. Questo secondo album omonimo è stato il risultato di quanto fosse cambiata la formazione rispetto al primo, che includeva Lindsey Buckingham alla chitarra e Stevie Nicks alla voce, per la prima volta nella carriera discografica della band. In secondo luogo, questo è un album fantastico. Monday Morning prende vita con una sinfonia di linee staccate di testi apparentemente semplici. Poco dopo ci ritroviamo con la disillusione più confusa e sensuale di Rhiannon e la bellezza struggente di Landslide. Si potrebbe perdonare chi ha dichiarato che questo sia stato il picco insuperabile della carriera dei Fleetwood nel 1975. Allora non sapevano cosa sarebbe successo due anni dopo.


1. Rumours (1977)

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Ah, ovvio. Che altro c’è da dire. Probabilmente l’album più ricco di successi di tutti i tempi. Second Hand News, irresistibilmente divertente. Dreams, beh, da sogno. Never Going Back Again, uno dei più bei brani per chitarra acustica mai incisi su vinile, e anche le armonie non sono affatto male. Don’t Stop e Go Your Own Way sono due successi che qualsiasi casa discografica vorrebbe avere; Songbird è semplicemente una delle canzoni più belle mai registrate… potremmo continuare. Ma non lo faremo. Non ce n’è bisogno. Ascoltalo tu stesso. Capirai.

(Articolo originariamente pubblicato su GQ UK)

— Onda Musicale

Tags: Beach Boys, Elton John, Buddy Guy
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