Il regista scozzese del film-concerto Adrian Maben (classe 1942) aveva 83 anni. Era cittadino onorario della città degli scavi. E’ scomparso il 28 ottobre.
Ha vissuto all’ombra di quel suo primo film, Adrian Maben, oscurato da una creatura mitologica, ed anche ora che se n’è andato, a 83 anni nella sua casa di Ivry-sur-Seine (lo scorso 28 ottobre, la notizia è girata in ritardo), il regista scozzese, ma naturalizzato francese, sarà ricordato sempre e soltanto per quel leggendario film-concerto, «Pink Floyd: Live at Pompeii», uscito nel 1974, di cui è appena arrivata su disco la registrazione integrale, a conferma della centralità di quel progetto nell’empireo rock.
Una leggenda nata per caso: «Ormai sono di casa qui, anche se tutto cominciò per caso: nell’estate del 1971 arrivai in vacanza con la mia ragazza del tempo e, una volta andati via, scoprii di aver smarrito il passaporto: ci eravamo fermati nell’anfiteatro per consumare di nascosto uno spuntino, pensai che potesse essermi caduto da quelle parti. Tornai indietro di corsa, convinsi il custode a riaprirmi e trovai non quello che avevo perso, ma lo spettacolo delle rovine all’imbrunire, tra il canto delle cicale e quello più stridulo dei pipistrelli. Era la location ideale per il film che avevo proposto ai Pink Floyd: quando gliene avevo parlato mi avevano dato il loro assenso a patto che ci fosse una cornice da sballo: l’avevo trovata», raccontava Maben felice, in occasione di uno dei tanti ritorni nella città perduta, di cui era inevitabilmente diventato cittadino onorario, come il parco archeologico diretto da Gabriel Zuchtriegel ha ricordato ieri in una nota di cordoglio: nei corridoi dell’anfiteatro è ancora esposta la sua mostra fotografica dedicata a quell’evento, inaugurata a meno di un mese dei concerti-ritorno a casa di David Gilmour del 7 e 8 luglio 2016.

Il concerto senza spettatori
Negli scavi, però, tra il 4 e il 7 ottobre 1971 non c’era pubblico, anche se leggenda mai provata racconta che un gruppo di fan della band inglese riuscì a spiare quanto stava per avvenire. Tra di loro ci sarebbe stato anche un giovane bolognese, Lucio Dalla, che grazie all’intervento dell’amico Franco Jannuzzi, si sarebbe fatto passare per un addetto ai lavori per il controllo del lunghissimo cavo elettrico che portava l’elettricità dal municipio all’anfiteatro.
La cornice archeologica moltiplicò per mille il fascino della band psichedelica
Alcune pizze del girato andarono perse, così che per completare il suo documentario Maben chiese, ed ottenne, altri giorni di riprese e nel 1972 si ritrovò a Parigi, ma soprattutto negli studi londinesi di Abbey Road a filmare la nascita di un kolossal di straordinario impatto artistico-commerciale come «The dark side of the moon».
L’idea centrale fu proprio quella dell’assenza del pubblico, del vuoto che si riempiva di suono, di Storia
Fu un professore universitario, Ugo Carputi, a ottenere dalla soprintendenza il permesso, gli scavi furono chiusi per sei giorni. L’amplificazione, e il banco di registrazione a 24 piste, arrivarono dall’Inghilterra in camion. Introdotti dai vapori della Solfatara (turista per turista, Mabem pensò bene di… allargare l’inquadratura), entrarono così nella leggenda le versioni pompeiane di «Echoes» (prima metà e finale), «One of these days e «A saucerful of secrets». Roger Waters, Nick Mason, David Gilmour e Richard Wright portarono con loro nel mito il nome di Maben, che poi avrebbe girato docufilm su René Magritte, Helmut Newton e Hieronymus Bosch. Ma ogni volta che tornava a Pompei sapeva che in quel posto aveva fatto la Storia. Non solo del rock.











