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La Malavita, il punto di svolta nella storia dei Baustelle

La Malavita dei Baustelle

Quando La Malavita esce, nel 2005, la musica italiana sta vivendo uno dei suoi periodi più confusi. Il pop d’autore langue, la nuova canzone indipendente si è rifugiata in circuiti sempre più autoreferenziali, e il mainstream è dominato da un ibrido di reality e Sanremo, dove il massimo dell’audacia è una rima tra amore e cuore.

La scena alternativa, nel frattempo, si divide tra chi tenta disperatamente di imitare gli inglesi e chi fa finta di non voler piacere a nessuno. È un tempo di smarrimento, in cui un gruppo come i Baustelle prima de La Malavita sono troppo eleganti per l’indie e troppo strani per il pubblico generalista. La band non ha ancora un posto preciso. E forse non ce l’avrà mai.


Nati nella placida Montepulciano dei primi Duemila, i Baustelle hanno già alle spalle due album: Sussidiario illustrato della giovinezza e La moda del lento. Due dischi che non vendono molto, ma che conquistano un piccolo culto. Il merito è di quell’estetica decadente, letteraria e irresistibilmente pop che Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi, Fabrizio Massara e Claudio Brasini hanno ormai codificato. Nel Sussidiario c’è ancora il gusto del laboratorio, del gruppo di provincia che sogna Londra e Parigi ma vive tra i bar e le nebbie toscane.

La moda del lento, pur meno efficace, rappresenta il primo passo verso la maturità. Suona più compatto, più cinematografico, e mostra la volontà di raccontare il lato oscuro dell’Italia contemporanea senza rinunciare al gusto melodico.

Francesco Bianconi, dandy autodidatta e narratore malinconico, è ormai il motore del gruppo. Con lui, Rachele Bastreghi diventa il contraltare perfetto: presenza scenica magnetica e voce sensuale, capace di rendere credibili tanto un omaggio a Françoise Hardy quanto un pezzo da dancefloor malinconico. Claudio Brasini, chitarrista elegante e mai invadente, completa la triade con un tocco di classe discreta.

Fabrizio Massara, tastierista dei primi due album, abbandona la nave poco prima del salto di qualità, ma il suono che ha contribuito a plasmare rimane. Quella miscela di elettronica vintage, orchestrazioni pop e chitarre pulite che diventerà il marchio dei Baustelle.

Il salto, appunto, arriva con La Malavita. È il momento in cui il piccolo gruppo di culto della scena indie firma con una major, la Warner, e si trova improvvisamente davanti a un bivio: restare una band per pochi o provare a portare quell’estetica colta e ironica nel mondo del grande pubblico. Non è una scelta semplice.


Nel 2005, passare a una major significa entrare in un mondo in cui le regole non le fai più tu. Significa sottostare ai ritmi della promozione, ai compromessi, alle radio che vogliono i ritornelli subito e ai produttori che preferirebbero togliere le chitarre e aggiungere qualche battito elettronico. Ma per i Baustelle, significa anche avere finalmente la possibilità di far ascoltare le proprie canzoni come meritano. Arrangiamenti ricchi, strumenti veri e un suono cinematografico degno di quel nome.

Bianconi non è tipo da abbassare la testa, e La Malavita nasce proprio da questo cortocircuito. Un disco che sembra quasi una vendetta, un concept lucido e spietato su ciò che l’Italia stava diventando. È l’Italia berlusconiana, dei consumi, del glamour di cartone, della provincia che sogna la città e finisce per imitarne i vizi. L’Italia del successo come dovere morale, della bella vita come anestetico di massa.


In questo scenario, i Baustelle arrivano come una scheggia impazzita, un gruppo che parla di noir e di moralità, di cinema e di disincanto, mentre tutti intorno si affannano a scrivere inni generazionali da aperitivo. Con La Malavita, i Baustelle smettono di essere “una band indie promettente” e diventano una voce vera e riconoscibile nel panorama italiano.


Un passaggio di stato, più che di etichetta: da culto sotterraneo a fenomeno di costume, da citazione per intenditori a presenza costante nel dibattito musicale.
E, per una volta, la firma con una major non suona come un tradimento, ma come il gesto più coerente che potessero fare: portare l’eleganza nella sporcizia del pop, contaminare il marcio con la bellezza.

La Malavita esce il 21 ottobre 2005 per la Warner Music Italia.
La produzione artistica è affidata a Carlo Ubaldo Rossi, produttore già noto per lavori con artisti dell’ambito rock e pop italiano; il disco viene registrato sotto la sua direzione a Torino, con una cura del suono molto più “orchestrata” e cinematica rispetto ai lavori precedenti: l’uso di archi reali, sezioni di fiati e arrangiamenti più baroccheggianti è possibile proprio grazie al budget e alle connessioni messe a disposizione dalla major.

Gli archi — componente fondamentale dell’atmosfera del disco — sono stati registrati alle Officine Meccaniche di Milano, una scelta che spiega la qualità della sezione d’archi e la sensazione «da colonna sonora» che attraversa molte tracce. Nel complesso i credits del disco mostrano una sessantina di voci tra musicisti aggiunti (violini, viole, violoncelli) e collaboratori al missaggio e alla programmazione.

La copertina — immagine che rimanda subito a un immaginario di noir rétro — è firmata fotograficamente da Gianluca Moro. La foto ritrae una ragazza appoggiata a un’auto con una pistola in mano, in un’ambientazione volutamente retrò. L’insieme produce quell’estetica «cinematografica» che il disco mette in pratica anche nei suoni.

A livello di formazione, La Malavita è l’ultimo lavoro con il contributo importante di Fabrizio Massara nelle tastiere e programmazioni, che abbandonerà la band poco prima della pubblicazione definitiva. Evento che, a posteriori, segna la fine di una prima fase sonora del gruppo e l’inizio di un percorso più orchestrale e barocco.

Francesco Bianconi rimane la penna principale di testi e gran parte delle linee vocali, Rachele Bastreghi è il contrappunto vocale e polifunzionale, mentre Claudio Brasini e la sezione ritmica completano l’impianto. Nei credits compaiono anche musicisti esterni per contrabbasso, archi e altre parti che arricchiscono la tessitura sonora.

I singoli ufficiali che promuovono il disco sono La guerra è finita, pubblicato come singolo all’uscita dell’album, e Un romantico a Milano. Entrambi i brani vengono accompagnati da videoclip diretti da Lorenzo Vignolo, e contribuiscono a portare la band in un circuito mediatico più ampio. Il disco ottiene un discreto riscontro commerciale e un’attenzione critica che lo pone fin da subito tra i lavori più discussi e premiati dell’anno, oltre a inserirlo nelle liste di rilievo della critica italiana.

Nelle interviste del periodo i Baustelle raccontano di avere lavorato a una sessantina di idee e bozze prima di scegliere le undici tracce definitive; molte canzoni nascono come ritratti di “male di vivere”, piccole storie di provincia o metropoli che richiamano esplicitamente l’immaginario dei polizieschi anni Settanta e del noir italiano.

Il titolo stesso, La Malavita, è usato quasi con ironia e distanza narrativa: non una celebrazione della criminalità, ma l’esplorazione di spigoli umani, disagi e declini morali.

L’apertura con Cronaca Nera è uno scatto d’inquadratura più che una canzone vera e propria: un’introduzione strumentale che cuce subito il film sonoro del disco, con riferimenti alle colonne sonore poliziottesche anni Settanta, un tappeto di archi e sintetizzatori che prepara l’ascoltatore a entrare in una città notturna popolata da figure marginali. È un “atto di scena”: poche battute, meta-cinematografiche, che stabiliscono tono e prospettiva.

Subito dopo, La guerra è finita prende il testimone e mostra il Bianconi narratore in stato di grazia: la storia di una sedicenne tormentata che si suicida è raccontata con quel distacco che permette al testo di non scadere né nel sensazionalismo né nel moralismo. La melodia è efficacissima e il ritornello si apre come una lama sottile; l’arrangiamento usa archi e una ritmica che sa essere al contempo pop e inquietante, come se stesse ballando sul ciglio di un precipizio. La ritmica ricorda per l’andamento vari classici del rock, ma più di un’ispirazione pare arrivare da First of the Gang to Die di Morrissey, di poco precedente.

Sergio è invece un pezzo confessionale in prima persona: la voce racconta una vita vissuta male, tra il paese e la clinica psichiatrica. Il tema della pazzia è trattato con una pietas che evita la commiserazione. Musicalmente la canzone gioca su una melodia strofa-ritornello che ricorda lontanamente il gusto per il pop orchestrale anni Sessanta, ma con una venatura oscura e ritmica che la rende moderna. Il brano è costruito come un piccolo racconto, vivido e credibile. Anni dopo, Bianconi dirà che Sergio è ispirato da un personaggio reale della Montepulciano della sua gioventù.

Revolver sposta lo sguardo su una femme fatale alla maniera dei film che i Baustelle amano citare. Il pezzo ha un groove pulito, chitarre precise e una tensione costruita sugli archi e su linee di basso sottili: è sexy e freddo, come una scena in cui tutto è già deciso prima che accada. Bianconi e Rachele giocano sulle diverse timbriche vocali per creare tensione narrativa; il testo è asciutto, con immagini che sembrano rubate a un copione noir. La canzone è fra le più “cinematografiche” dell’album, e dimostra come la band sappia costruire storie credibili in tre minuti.

I provinciali mette a fuoco la soglia geografica e morale che aveva sempre interessato Bianconi: la provincia come teatro di piccole meschinità, di ossessioni e di sogni che diventano rancore. Musicalmente il pezzo è più teso e concreto, con arrangiamenti che rievocano un pop-rock italiano di taglio tradizionale ma filtrato attraverso il languore malinconico della band. È una fotografia della decadenza quotidiana, senza sbavature retoriche, che unisce fraseggio pop a immagini letterarie.

Il corvo Joe è uno di quei momenti in cui il citazionismo baustelliano diventa letteralmente narrativo: la canzone è raccontata dal punto di vista di un corvo, figura che rimanda ovviamente a Edgar Allan Poe. C’è un tono favolistico e allo stesso tempo inquietante. Il corvo osserva, giudica, subisce; la strumentazione usa registri quasi cameristici per sottolineare la stranezza della voce narrante. È un esempio di come Bianconi sappia far funzionare l’elemento fantastico senza tradirne la crudezza tematica.

Un romantico a Milano, pur essendo uno dei brani più immediati e popolari dell’album, non rinuncia alla complessità. L’omaggio è questa volta a Luciano Bianciardi, cinico narratore della Milano anni ’60 e da sempre eroe di Bianconi. La melodia è avvolgente, il ritornello ha quel sapore di canzone italiana classica che però viene smussato da dettagli elettronici e da un arrangiamento che punta alla grande sala d’ascolto. Il pezzo ha il dono di sembrare immediato al primo ascolto ma di restare più profondo quando lo si riascolta con attenzione, rivelando giochi armonici e scelte di produzione che ne amplificano la malinconia.

Il pezzo successivo è A vita bassa. Un brano certo non tra i più conosciuti del canzoniere Baustelle, eppure molto valido. Cantato a due voci, alterna le riflessioni di una ragazza adolescente sulla superficialità del mondo a quelle di un docente, che ammette la propria impotenza davanti alla decadenza della società. La melodia, dovuta a Massara, è puro Baustelle style, appiccicosa e malinconica al tempo stesso.

Perché una ragazza d’oggi può uccidersi? analizza il suicidio – di nuovo – di una giovane con apparente freddezza e senza cercare spiegazioni facili. È una specie di inchiesta a cuore aperto, raccontata con freddezza clinica ma con una pietas sottile che fa ancora più male. Come sempre, la band gioca con le citazioni. Qui la fa da padrone il capolavoro di Antonio Pietrangeli, Io la conoscevo bene.

Il nulla è un altro pezzo minore nella discografia, ma comunque validissimo. Una riflessione filosofica esistenzialista su come il nulla possa annidarsi ovunque. Specie dove l’ottimista vede il bello o addirittura il divino.

Chiude il lavoro la marcia Cuore di tenebra. Un pezzo quasi allegro, in apparenza, ma è la cifra della band quella di celare profondità abissali dietro motivetti da fischiettare. Il rimando al romanzo di Conrad è ovvio, ma limitato al titolo. La canzone narra infatti dell’amore puro e semplice come sola possibilità di salvezza. Più del bene e della mano del Signore.

Nel complesso, ascoltando il disco dall’inizio alla fine, emerge la sensazione che i Baustelle abbiano voluto costruire una galleria di ritratti — alcuni duri, altri quasi teneri — di un’umanità che galleggia in una piccola modernità corrotta. La qualità della produzione e la possibilità di ricorrere a strumenti veri e orchestrazioni ampliano lo spettro espressivo della band. Ciò che nei dischi precedenti era suggerito, qui viene messo in scena con mezzi cinematografici. Non è una resa al grande pubblico quanto piuttosto la scelta di utilizzare un linguaggio più ricco per raccontare le stesse ossessioni.

Infine, vale la pena notare come, nonostante il passaggio a una major, la personalità del gruppo resti intatta. I testi restano mordaci e letterari, i riferimenti culturali non vengono smussati per “piacere a tutti”, e l’immagine di copertina conferma il tono dell’operazione. La Malavita è così il disco in cui i Baustelle trasformano il loro citazionismo in un racconto sonoro adulto, sfruttando le possibilità offerte dalla major ma mantenendo una forte coerenza identitaria.

Non solo, La Malavita è il disco in cui i Baustelle diventano definitivamente sé stessi. Dopo, nulla sarà più come prima: né per loro, né per chi li ascolta. Con Amen e I mistici dell’Occidente arriveranno produzioni più complesse, scritture più cupe, una maturità piena che a tratti sfiora l’autocompiacimento. Ma tutto nasce qui, in questa forma di pop elegante, che sa essere al tempo stesso d’autore e radiofonico, colto e viscerale, ironico e disperato.

C’è qualcosa di irripetibile in La Malavita: l’equilibrio perfetto tra ambizione e freschezza, tra desiderio di raccontare e voglia di divertirsi. È un album in cui ogni canzone è parte di un mondo coerente, in cui l’Italia di provincia si specchia e si riconosce, anche quando vorrebbe distogliere lo sguardo. È quasi cinema travestito da musica.

Per chi scrive, non è necessariamente il loro disco migliore — Amen è forse più ambizioso, Fantasma più visionario — ma La Malavita resta il più centrato, il più iconico, quello che davvero li rappresenta. Il punto di svolta in cui i Baustelle smettono di cercare la loro voce e cominciano a usarla per raccontare noi.

— Onda Musicale

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