Stampato per la prima volta in versione cd “Di notte“, album conclusivo (del 1980) della parentesi americana del cantautore napoletano Alan Sorrenti.
Oggigiorno vanno di moda le riscoperte cosiddette catalografiche che, insieme alla pubblicazione di inediti e demo in cofanetti dal packaging deluxe, cercano da un lato di ovviare alla crisi di vendite dei dischi, mentre dall’altro invece tentano di suscitare non solo nel pubblico, ma nella critica un ripensamento della storia della musica popolare e della canzone. In quest’ultimo caso si conta la riedizione del catalogo di uno dei più originali e versatili artisti italiani degli anni settanta e ottanta, peraltro attivo ancor oggi, Alan Sorrenti. Di certo il suo periodo d’oro ha un arco delimitato a una decina d’anni: dal ’72, anno di pubblicazione di Aria all’uscita di Angeli di strada che di fatto rappresentò un nuovo inizio di ricerca musicale per il cantante, dopo l’euforica sbornia losangelina.
In mezzo da contare sono i passaggi dal prog ad sorta di fusion «alla napoletana» (che prima o poi qualcuno s’accorgerà di quanto un album come Sienteme, It’s time to land abbia influenzato il Pino Daniele più maturo) per finire al soul-funk della trilogia californiana e a successi come Figli delle stelle, Tu sei l’unica donna per me e Non so che darei. Proprio quest’ultima canzone dà l’esatta cognizione temporale di come a Sorrenti stava ormai sulle scatole lo strettissimo vestito da popstar cucitogli addosso dall’incredibile successo arriso alle sue canzoni. In questo l’intero Di notte (che Non so che darei contiene), a lungo e a torto considerato l’album perduto della discografia di Sorrenti per non essere mai stato editato in cd (cosa che avviene ora per l’Universal con in più il remix Magico … di notte curato da Dj Pekka), risultava emblematico di tale situazione.
Senonchè l’ascolto a 45 anni dalla sua uscita, con un mondo musicale completamente cambiato, ribalta prospettive critiche consolidate e colloca l’album in un alveo pop che non ha nulla da invidiare a produzioni internazionali coeve del tempo. La presenza ancora di musicisti e session men americani, tra cui Jay Gradon, accomuna le sonorità di brani come L’ora del tramonto e Avrei dovuto dirti di no a quelle degli Steely Dan o di Hall & Oates. Ma, oltre al successo, l’album non riesce a nascondere una parte oscura in cui il cantante mostra le prime crepe di un disagio esistenziale e una crisi spirituale e artistica che lo porterà a cambiare completamente rotta.
(fonte: di Fabio Francione – link)











